Il ritorno del vecchio Cormac

Non ho mai nascosto la mia passione per Cormac McCarthy. Il suo stile secco, le storie vere e profondamente senza morale e chi più ne ha ne metta. L’amico viaggia per gli 88 e, pur augurandogli una lunga vita prosperosa, siamo tutti consci che ogni uscita potrebbe…ok non ne parliamo. Veniamo alla notizia.

Il prossimo autunno usciranno negli Stati Uniti due nuovi romanzi dello scrittore americano Cormac McCarthy: si intitolano The Passenger e Stella Maris e saranno pubblicati dalla casa editrice Alfred A. Knopf a un mese di distanza, rispettivamente il 25 ottobre e il 22 novembre, e poi in un cofanetto insieme il 6 dicembre, in vista delle feste di Natale. In Italia usciranno per Einaudi nel 2023 e saranno tradotti da Maurizia Balmelli, già traduttrice di Suttree, il romanzo semi-autobiografico dello scrittore.

Questo recita il post in un articolo di Marzo.

Il romanzo è già in pre-order su tutti i siti e in Italia si stima l’uscita per Dicembre.

McCarthy, che ha 88 anni, è considerato tra i più grandi scrittori americani viventi ed è noto soprattutto per Non è un paese per vecchi, adattato al cinema dai fratelli Coen, e per La strada, diventato anche un film diretto da John Hillcoat, con protagonista Viggo Mortensen.

La strada, una storia post-apocalittica sulla lotta per la sopravvivenza di un padre e un figlio uscita nel 2006, ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa e ha fatto conoscere McCarthy al grande pubblico (soltanto in Italia ha venduto 300mila copie); è l’ultimo romanzo che ha pubblicato, 16 anni fa. Da allora sono uscite più volte notizie su un lungo romanzo che stava scrivendo che si sarebbe chiamato The Passenger, e che per questo era molto atteso.

I due libri raccontano la storia dei fratelli Bobby e Alicia Western, legati da un rapporto ossessivo e dal peso della figura paterna, un fisico che aveva contribuito a sviluppare la bomba atomica.

The Passenger è lungo circa 400 pagine, è ambientato nel 1980 a New Orleans, in Louisiana, ed è incentrato su Bobby Western, un sommozzatore che, nell’esplorare i resti di un aereo precipitato al largo del Mississippi, scopre che sono scomparsi la scatola nera, la borsa del pilota e il corpo di uno dei passeggeri. Il mistero dell’aereo finisce per assorbirlo mentre riaffiorano i ricordi tormentati del padre e della sorella.

Stella Maris invece è dedicato ad Alicia Western; la vicenda si svolge otto anni prima, nel 1972, in una clinica psichiatrica in Wisconsin dove alla ragazza, una ventenne dottoranda in Matematica, viene diagnosticata la schizofrenia. Il volume è lungo 200 pagine ed è la trascrizione delle sedute tra Alicia e l’analista: «è un formato che permette a Cormac di esplorare le ossessioni di Alicia che, da quel che capisco, sono le stesse ossessioni di Cormac. È un libro di idee», ha spiegato Jenny Jackson, sua editor da Knopf.

I due libri sono lontani dai temi e dalle ambientazioni per cui McCarthy è noto, come gli Stati Uniti del Sud e dell’Ovest, la violenza, la vendetta, l’ineluttabilità del male e il conflitto tra l’individuo e la repressione dell’autorità: qui, scrive il New York Times, «il tema è più cerebrale: la storia della matematica e della fisica, la natura della realtà e della coscienza, se religione e scienza possano coesistere, e la relazione tra genio e follia»; come ha detto anche l’editrice di Knopf, Reagan Arthur, «esplora elementi di filosofia e alcune delle grandi questioni della vita in modo più diretto».

È anche la prima volta che McCarthy sceglie una protagonista donna. Nel 2009, parlando del suo prossimo romanzo, aveva raccontato al Wall Street Journal che «questo lungo libro parla soprattutto di una donna. […] Era da 50 anni che avevo in mente di scrivere di una donna. Non sarò mai abbastanza competente per farlo ma a un certo punto bisogna anche provare». In quella stessa intervista McCarthy aveva raccontato che il libro era «ambientato quasi tutto a New Orleans attorno al 1980. Parla di un fratello e di una sorella. Il libro inizia con lei che si è suicidata e racconta di come lui affronti la situazione. Lei è una ragazza interessante».

Da quell’intervista il libro divenne noto come “il romanzo di New Orleans” e McCarthy alluse alla sua lavorazione più volte fino a quando nel 2015 venne organizzata una lettura pubblica di alcuni brevi stralci in sua presenza. Si tenne al Lensic di Santa Fe, in New Mexico, organizzato dal Santa Fe Institute, un ente di ricerca di cui lo scrittore fa parte, e fece pensare che la pubblicazione fosse imminente. Da allora però sono passati sette anni, durante i quali McCarthy ha scritto la sceneggiatura di The Counselor – Il procuratore, un film diretto da Ridley Scott nel 2013, e un saggio sul linguaggio pubblicato nel 2017 sulla rivista scientifica Nautilus.

All’epoca, in realtà, aveva già consegnato a Knopf la bozza completa di Stella Maris e in parte di The Passenger: l’editore è riuscito a preservarle da fughe di notizie e furti di manoscritti per tutto questo tempo.

Knopf ha dovuto anche decidere come pubblicare i romanzi: se in un unico volume, in due volumi diversi ma nello stesso giorno o a un anno di distanza. Alla fine si è deciso di pubblicarli separatamente a un mese di distanza per «consentire ai lettori di leggere ognuno ma anche garantire la soddisfazione di comprendere le corrispondenze tra i due», ha spiegato l’editrice Arthur al New York Times.

Ognuno verrà stampato in copertina rigida con una tiratura iniziale di 500mila copie, mentre il cofanetto che uscirà a dicembre ne avrà 50mila. Anche le copertine sono state disegnate dal grafico Chip Kidd in modo da richiamarsi l’una con l’altra.

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Precisazioni sullo Zanza

Per ragioni che rimangono nascoste nel mistero c’è un post che continua a raccogliere centinaia di visualizzazioni. “lo Zanza, chi è“. In questo articolo anticipavo un romanzo dal titolo “Soldi facili” che racconta la storia, quasi vera, di uno dei tanti giovani arrampicatori che animano la mia provincia.

Dopo tanto macinare e tanta acqua passata sotto i ponti ho raccolto il commento di un nuovo amico. Franco Zanza mi ha fatto notare che il termine Zanza, presente nel Treccani, non è assolutamente gestito dalla più autorevole Accademia della Crusca.

Franco ha ragione, il Treccani assorbe anche gergalità locali e ha forse un compito più popolare rispetto alla Crusca. Inoltre Wikipedia mette Zanza come variante di Tamarro e, a mio parere, sbaglia totalmente.

Comunque il tema non è questo, torniamo a Zanza. L’amico Franco Zanza mi ha ricordato che Zanza (appunto) è un cognome tipico della splendida Sardegna e con lui guadagno un nuovo amico.

Sembra che il cognome:

Potrebbe derivare da un soprannome in lingua sarda con il significato di “culla a dondolo” o di “papavero”. Il cognome Zanza è decisamente sardo, dell’oristanese e del sassarese.

e da quì di potrebbe muovere alla conquista di terre di conoscenza inesplorate.

Grazie ancora a Franco per la precisazione e spero che apprezzerà l’omaggio che sto per spedirgli.

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Letteratura aziendale

Mi sono trovato a interessarmi alla letteratura aziendale dopo la lettura del bel romanzo di Alberto Albertini “la classe avversa”.

“La classe avversa” è il racconto del disfacimento di un paradigma, quello che vedeva nel modello industriale a gestione familiare il segreto del miracolo italiano. Protagonista di questo romanzo di fabbrica contemporaneo è “il Poeta”, figlio e erede di uno dei proprietari dell’azienda, costretto a mostrarsi all’altezza del ruolo che gli spetta mentre studia e sogna di laurearsi in Lettere. Quando il Presidente, azionista di maggioranza, affida l’azienda a un Amministratore delegato che si rivela un tagliatore di teste, sadico e accentratore, vorrebbe fare come Franco, suo amico fin dai tempi del liceo, che si ribella e si licenzia. Ma ha tra le mani una commissione che potrebbe cambiare il futuro dell’azienda e illuminare finalmente il suo successo, anche agli occhi di Laura, giovane impiegata appena arrivata in ufficio. Il rischio è far saltare entrambe le famiglie, quella dove timbra il cartellino al mattino, e quella con cui condivide appena una colazione e un tragitto in auto fino alla scuola. Con questo romanzo disincantato e lucido, in un dialogo immaginario con lo scrittore Ottiero Ottieri, Albertini dà voce e nuova dignità a una corrosione personale e collettiva che il lavoro sembra non essere più in grado di nobilitare.

La “Letteratura aziendale” è un vero e proprio genere, spesso relegato ai margini della letteratura per fare posto all’infinito numero di ispettori, detective, poliziotti alcolizzati, nani e ballerine.

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La letteratura aziendale è da intendersi non soltanto come l’insieme delle produzioni testuali di una o più aziende ma, più significativamente, come l’insieme dei romanzi, racconti, non-fiction novel, inchieste e poesie, che rappresentano il mondo dell’impresa. Nel campo italiano tale definizione si è usata già ai tempi della letteratura industriale degli anni Sessanta, ma di rimando dal campo francese – dove era maggiormente adoperata già nel secondo dopoguerra – una connessione tra i termini letteratura e azienda è stata riproposta dalla rivista “Narrativa”, a cura di Silvia Contarini[1], per descrivere i testi italiani apparsi in un arco di tempo di circa 25 anni, compreso tra gli anni novanta del Novecento e il secondo decennio del XXI secolo.

“Letteratura aziendale” non è comunque una formula criticamente attestata o storicamente definita, e nonostante taluni usi estesi del termine,[2] va intesa come un modo di rinviare alla cosiddetta letteratura postindustriale,[3] o a quella parte della letteratura del lavoro,[4][5] e della letteratura del (non) lavoro,[6] che ha per ambientazione l’azienda o l’impresa come orizzonte ideologico.

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Il Subbuteo di Fabrizio Fedele

Fabrizio è un grande campione di Subbuteo. Non è come tutti quelli che si sentono dire “ehi, il mio amico è un campione” e poi scopri che giocavano in cantina con quattro amici. Fabrizio ha giocato i tornei che contano, si è portato a casa qualche bella soddisfazione a livello nazionale e il suo nome appare spesso nei ranking. Uno che sa come mettere pressione alla difesa, come entrare al volo e come nascondere la palla quando il tempo diventa il tuo unico alleato.

Fabrizio ha scritto un libro. Non è un romanzo, ma un vero e proprio saggio storico. La copertina, a mio parere, non rende giustizia al lavoro enorme che c’è dietro questo progetto. Ci sono date, notizie di federazioni durate l’attimo di un respiro, di campioni che si sfidavano per il titolo europeo all’inizio degli anni cinquanta. La Storia ha un peso fondamentale in questo libro, ma c’è la parte sentimentale e il racconto personale che spiccano e ne fanno un acquisto unico.

Il libro ‘Subbuteo: la memoria dei tuoi ricordi‘ di Fabrizio Fedele esce in un periodo storico particolare, dove tutto si è fermato, per far spazio a riflessioni, svolte epocali e purtroppo perdita di spirito agonistico. Il Covid ha profondamente turbato la vita del subbuteista al momento, ma come tutte le cose riprenderemo il nostro spazio. Con questo libro storico, l’autore ha voluto rappresentare uno spaccato di vita del subbuteo, utilizzando più punti di vista. Il subbuteo che fa camminare la mente, che fa volare, con voli pindarici.

“Socialità e relazioni senza età, aggregazione, divertimento, allegria. Gioia nella sconfitta, giocando per puro divertimento. Tutto questo è stato rappresentato e trascritto per quanto possibile, intervallato dalla ricerca storica”, spiega Fedele. “In questo, una grossa mano l’ho avuta da Fabrizio Sonnino con il quale ho predisposto il primo capitolo che inizialmente doveva essere un’introduzione che poi è divenuta un capitolo fondamentale sulla storia dei materiali, del subbuteo europeo e delle “federazioni” che via via si sono succedute in Italia. Importante è stato il dover scomporre le varie immagini che mi davano i protagonisti che sono stati intervistati e che hanno voluto dire la loro, i vari Dent, Edge, Rietveld, Collins, Piccoli, Mattiangeli, De Francesco, Bellotto”.

Poi Fedele aggiunge: “È stato come se avessi avuto più telecamere che lavoravano contemporaneamente. Il difficile è stato dare un senso compiuto a tutto quanto. All’inizio non capisci bene i vari punti di vista, ti sembra di stare in un sogno: vivi la storia ma non sei dentro di essa e solo alla fine riesci a dare un senso al tutto. Ritroverete tanto il quotidiano vissuto anche da voi. Tutti i ragazzini degli anni ’70 e ’80 lo hanno scoperto per caso o su dei giornalini o guardando una pubblicità in televisione. Conoscerete anche il lungimirante Tino Simonetti che costituì la prima squadra “senza confini” che poi vinse il titolo italiano nel 1988. Una storiografia importante che cerca attraverso le fonti di fare innanzi tutto chiarezza e poi di lasciare traccia della storia del nostro amato giochino o sport che dir si voglia. Ma non voglio svelarvi altro, vi lascio immergervi tra i ricordi, per scoprire una memoria che si stava perdendo”.

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Moby Dick

Questo non è un romanzo d’avventura, non è il racconto della caccia alla balena. Questo è un corpo a corpo con la scrittura e con l’affondo del maniaco nella propria follia. Il capitano Achab è la sua mania di vendetta sulla balena che gli ha mozzato la gamba.
Il romanzo è un continuo divagare come la nave perduta in balia dei venti, ma che alla fine ritrova la strada. Non è un romanzo semplice, forse neppure necessario. Ma è il racconto di Ismael e noi siamo tutti spettatori, come lui , della tragedia umana.

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Cormac e i suoi incipit

La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sottovetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato tra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno.

Questo è l’incipit di “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy. Il vecchio Cormac non ha mai vinto un premio Nobel, vive nel suo ranch e rifugge ogni modernismo social. Eppure è attuale, cinematografico nella scrittura e, soprattutto, il mio idolo letterario.

Per la bio vi rimando alla sua pagina di Wikipedia, perchè non ha Facebook, Instagram, Tik Tok o altro. Il suo è un contatto diretto con la pagina, con la natura e con la descrizione della scena. Ha scritto anche per il cinema e dai suoi romanzi sono tratti alcuni film notevoli.

Città della pianura invece inizia così

Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante facendo ondeggiare e ribollire il verde e il rosso sgargianti delle luci al neon, e le gocce pesanti danzavano sui tetti d’acciaio delle automobili parcheggiate lungo il bordo del marciapiede.

Oltre il confine, sempre nella trilogia della frontiera

Quando si spostarono a sud della Grant County, Boyd era un bambino e la nuova contea chiamata Hidalgo aveva solo qualche anno più di lui. Nella terra che avevano lasciato erano sepolte le ossa di una sorella e della nonna materna. La nuova contea era fertile e selvaggia. Si poteva cavalcare fino al Messico senza mai incontrare una staccionata. Portava Boyd davanti a sé sull’arcione e gli diceva i nomi di tutto ciò che vedevano, terra e alberi e uccelli e animali, in spagnolo e in inglese. Nella casa nuova dormivano in una stanza accanto alla cucina e la notte a volte stava sveglio e al buio ascoltava il respiro del fratello addormentato e gli sussurrava i progetti che aveva per entrambi e la vita che avrebbero fatto.

Oppure “La strada”

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava ad ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’oscurità.

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La lista dei libri da leggere nella vita

L’inserto “tuttolibri” de La Stampa ha pubblicato “Cento libri da leggere nella vita”. Sono innumerevoli le liste simili, ogni rivista, giornale, sito internet ne ha pubblicata almeno una nella vita. Prendo spunto da questo inserto per tenere traccia di un mio percorso personale. Escluderò quelli che ho già letto e quelli che non mi ispirano. Alla fine il risultato è un semplice elenco, in ordine storico, dei libri che vorrei leggere da quì all’eternità.

Edipo re. Sofocle

Pensieri. Marco Aurelio

La storia di Genji. Murasaki Shikibu

Il Principe. Machiavelli

Vita di Samuel Johnson. James Boswell

Illusioni perdute. Honorè de Balzac

Racconti di Pietroburgo. Nikolaj Gogol

Moby Dick. Herman Melville

Madame Bovary. Gustave Flaubert

Guerra e Pace. Lev Tolstoj

Phineas Finn. Anthony Trollope

Il ventre di Napoli. Matilde Serao

La signora Dalloway. Virginia Woolf

Berlin Alexanderplatz. Alfred Doblin

L’urlo e il furore. William Faulkner

Luce d’agosto. William Faulkner

Lo straniero. Albert Camus

Il lungo addio. Raymond Chandler

La pianura in fiamme. Juan Rulfo

Menzogna e sortilegio. Elsa Morante

Massa e potere. Elias Canetti

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Lettura veloce / Lettura lenta

La mia carriera da lettore è iniziata a sedici anni. Non che prima non avessi letto nulla, ricordo ancora “La vita di Pelè” come uno dei romanzi più entusiasmanti della mia giovinezza, ma non era una lettura da ricercatore. Oggi leggo per svariati motivi: per rilassarmi, per immergermi in un mondo esterno oppure per accrescere le mie competenze.

Ma la mia carriera da lettore consapevole è iniziata con “il nome della rosa”. Strano, da molti ragazzi è considerato un tomo pesante (e pedante) eppure a me, la storia di questo investigatore in saio è sembrata da subito appassionante.

Poi ho proseguito con letture di vario genere. Complice il professore d’italiano che ci obbligava a letture a dir poco rivoluzionarie: Aldo Busi, Dostojevsky, quella rottura enorme di Bacchelli e il suo mulino sul Po’. Con il tempo mi sono emancipato e ho cercato di alternare il divertimento puro dei gialli: King, Jeffery Deaver su tutti con altre letture più profonde. Il tempo passato assieme ai russi è stato indimenticabile e la grande scoperta degli autori americani: l’immenso Steinbeck e il maestro Cormac McCarthy.

In tutto questo alternarsi di letture anche il mio ritmo si è mutato. All’inizio ero lento perchè dovevo assimilare le nozioni in vista di qualche verifica scolastica e poi, terminata la scuola, ho accelerato il ritmo. Specialmente con i gialli riuscivo a fotografare mentalmente il periodo e farne un’immagine mentale senza bisogno di scandire ogni singola parola.

Per lettura rapida si intendono quelle tecniche che consentono di leggere velocemente un testo. Tali metodi possono basarsi sia sull’assimilazione con una sola occhiata di diverse parole e frasi, sia sulla lettura orientativa, ovvero lo scorrere rapidamente il testo cercando indizi che aiutino a farsi un’idea sommaria dei contenuti.

Da qualche anno mi sono accorto che questa modalità di lettura andava contro i miei stessi interessi. Effettuavo una semplice trasposizione del romanzo in un film che si svolgeva all’interno del mio cervello. Esperienza appagante e divertente ma che aveva un difetto. Si perdeva il peso delle parole. forse ci sono romanzi dove le parole non hanno un peso e le frasi sono semplici frasi, ma i grandi romanzi hanno proprio nell’uso delle parole la profondità di quello che vogliono comunicare.

Allora mi sono imposto una maggiore lentezza. Prendo il mio tempo per assaporare la frase, entro nella testa dell’autore e ne apprezzo gli sforzi. Così ho iniziato a capire dalle prime pagine se sarà un libro da leggere rapidamente o lentamente (si perchè alcuni gialli hanno una storia talmente avvincente che è quasi un peccato perdere tempo).

Gli ultimi due libri che ho letto con queste alternanze sono:

Joel Dicker – L’enigma della camera 22. Lettura veloce

Nicholas Mathieu – E i figli dopo di loro. Lettura lenta.

quest’ultimo lo consiglio molto caldamente!

Per approfondire c’è questo articolo interessante:

https://libreriamo.it/libri/giornata-mondiale-lentezza-7-vantaggi-leggere-lentamente/

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Viene da lontano il male?

Ora che ho la vostra attenzione vorrei parlare di un tipo di manipolazione psicologica altamente pericolosa. Una sottomissione lenta e crudele che si manifesta all’interno delle famiglie e per questo motivo viene spesso ignorata. Non lascia segni sulla pelle, non sanguina e non ci sono lividi da esporre come prova in tribunale.

Il gaslighting, o manipolazione psicologica maligna[1] in italiano, è una forma di manipolazione e violenza psicologica nella quale vengono presentate alla vittima false informazioni con l’intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione. Può anche essere semplicemente il negare da parte di chi ha commesso qualcosa che gli episodi siano mai accaduti, o potrebbe essere la messa in scena di eventi bizzarri con l’intento di disorientare la vittima. Gaslighting è una parola di origine colloquiale e la sua etimologia è spiegata di seguito, ma il termine è stato anche usato nella letteratura clinica.[2][3]

Il termine deriva da un’opera teatrale del 1938 Gaslight (inizialmente nota come Angel Street negli Stati Uniti) del drammaturgo britannico Patrick Hamilton, e dagli adattamenti cinematografici del 1940 e 1944 (quest’ultimo conosciuto in Italia come Angoscia). La trama tratta di un marito che cerca di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente, per esempio affievolendo le luci delle lampade a gas. La moglie nota questi cambiamenti, ma il marito insiste nell’affermare che sia lei a ricordare male o inventarsi le cose.

Inventarsi le cose!

Quante volte avete sentito un marito descrivere la moglie in questo modo.

E voi uomini, quante volte siete stati tentati da utilizzare questa frase?

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La vita disperata dell’edilizia

C’è una vita disperata nell’edilizia. Ve lo dico con cognizione di causa perchè l’ho frequentata per vent’anni. C’è uno stare male la domenica sera perchè sai che il giorno dopo sarà freddo e gelo (o caldo torrido a seconda delle stagioni).

L’edilizia si nutre di bassi istinti. Uomini che condividono per mesi lo stesso metro di cantiere, uomini che si ritrovano alle dodici in punto in trattoria con l’occhio fisso al cellulare. E’ un mondo duro, solo che l’ha frequentato può capire la pesantezza di certi lavori.

Conoscevo un ragazzo che non aveva voluto studiare, ma che neppure aveva voglia di lavorare. Semplicemente indolente a tutto se non al richiamo della bella vita. Questo ragazzo era figlio del titolare di una piccola azienda artigiana. Il padre, scaltro e furbo come pochi, aveva accumulato un piccolo patrimonio basandosi su piccole truffe (ai limiti della legge). Sperperava quasi tutto in auto, donne a pagamento e cocaina. Il figlio, da parte sua, non aveva altro modello che questo.

Il ragazzo amava il contante. Il fruscio delle banconote e della reazione che questo suscitava nelle persone che lo circondavano. Le ragazze lo trovavano carino perchè era sempre brillante e gli amici gli si attaccavano come cozze allo scoglio. La vita però reclamava un po’ di lavoro, almeno una parvenza. Si presentava quindi nell’azienda del padre a orari che variavano dalle 8 alle 10, Lunedì più spesso verso le 11 se aveva fatto serata. Il genitore sorrideva e lo lasciava fare, era o non era il predestinato?

Questo ragazzo non è una figura retorica per narrare la caduta dei valori occidentali, questo ragazzo è una persona in carne e ossa che ho conosciuto nei miei vent’anni nell’edilizia. Come lui ne esistono parecchi e suo fratello (perchè ha un fratello) è del tutto identico a lui. Quindi potrei dire che scrivere un romanzo sulla sua “deflagrazione” dovrebbe avere il timbro “tratto da una storia vera”.

Eppure Soldi facili non sembra una storia vera. Qualche lettore l’ha etichettato come “esagerato”, “poco realistico”. Per mia fortuna ho amici che hanno conosciuto il protagonista di Soldi facili e riconoscono nelle sue avventure tratti di vita reale, vita realmente vissuta.

Chiamo a testimoniare questo amici perchè la vita nel mondo dell’edilizia è più tragicomica di quanto possa sembrare.

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