Sei pronto per affrontare il tuo nemico?

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«Al-Baghdadi vuole lanciare un’onda di attentati a livello globale. Hanno centinaia di cellule dormienti e integrate, possono colpire in ogni momento e in ogni luogo. Però non sono stupidi. Sanno che si scatenerebbe la nostra reazione e del loro sedicente Stato non rimarrebbe altro che deserto. Il Presidente preferisce rimanere su posizioni neutrali, ma una parte del consiglio inizia a premere. Io stesso sarei dell’idea di radere al suolo quei bastardi e toglierci il pensiero una volta per tutte. Eppure sappiamo che non è così facile, ne faremmo dei martiri globali.»

Sei sicuro di poter discutere ad armi pari con un musulmano? Sei sicuro di conoscere cosa li guida e cosa vogliono ottenere? L’Islam è un concetto molto vasto e, allo stesso tempo, di una semplicità disarmante. Elena Finley ho combattuto gli uomini in nero armata solo della sua logica e della sua intelligenza.

Leggi la sua storia e capirai come affrontare il tuo prossimo nemico.

 

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Il velo di Aisha.

text3893.pngIl velo di Aisha è il mio prossimo romanzo. Questa è l’anteprima della copertina, rimanete in contatto.

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Cent’anni di solitudine

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Non puoi dirti un lettore appassionato se i tuoi occhi non si sono posati sull’incipit più spettacolare della storia della letteratura.

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

Si narra che Gabo abbia scritto il suo capolavoro dopo un lungo periodo di indigenza, quasi al limite della sua spinta creativa e al confine tra la fiducia e la disperazione. Preso da un lampo ha portato la famiglia a casa e ha iniziato a scrivere la storia che aveva da sempre nel cuore, la storia che la nonna gli narrava da piccolo intrisa di magia e di realtà sbilenca come solo le “abuelas” riescono a raccontare. Nasce così il villaggio di Macondo, il limite tra quei piccoli paesi che tutti conosciamo e la lucida follia degli uomini che abitano la terra.

Se sono diventato un lettore forte e appassionato lo devo anche e soprattutto al signor Garcia Marquez.

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Un po’ in sordina, ma c’è una novità

text3889-1Voglio raccontarvi di un truffatore.

Tutti abbiamo la curiosità di capire come si muove, su che basi agisce e come si è formato un uomo che, di professione, truffa le persone.

Ebbene, amici, questa storia è una storia vera. Ho cambiato i nomi, in qualche punto ho dovuto adattare la trama e in altri ho tagliato delle scene, ma alla fine è una storia vera.

Siamo abituati a leggere sui giornali o vedere in televisione le imprese di truffatori di vario livello. Dai grandi professionisti che lottano contro le Nazioni ai piccoli che raccattano centesimi nelle tasche dei passanti.

Il nostro eroe è un ragazzo, cresciuto nel denaro facile e con principi poco profondi.

Seguite la sua evoluzione. Questa è la sua storia.

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Di cosa parliamo, quando parliamo di incipit.

letteratura_antoL’incipit di un romanzo è la parte iniziale, la prima pagina o anche meno. Sono le prime parole di una storia e da queste si deve subito capire il carattere dell’autore.

Dunque, nella vita ho ucciso assassini e animali feroci, ho fatto l’amore nella stessa notte e nello stesso carro con quattro donne cinesi, tra cui una che aveva una gamba di legno, il che rende le cose un tantino difficili, in certi casi. Una volta, mentre attraversavo le pianure, ho pure mangiato un tizio morto, non intero, ovviamente, ma sia chiaro che non lo conoscevo tanto bene, mica eravamo parenti, insomma si è trattato solo di un malinteso

Joe R. Lansdale – Paradise Sky

Questo è l’incipit di uno dei maestri dell’incipit. In sei righe hai una voglia pazza di capire dove ti porterà la sua storia.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Garcia Marquez – Cent’anni di solitudine

Questo incipit è stato eletto il più bello del millennio. La classe di Marquez e il suo modo di entrarti con passione è una cifra stilistica che ne ha fatto uno dei maestri.

«È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.»

Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

Anche in questo caso, dalle prime parole, si entra nel vivo della storia con una frase che caratterizza l’ambiente e il percorso che andremo a fare con l’autrice.

«Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso.»

La metamorfosi, di Franz Kafka

Quindi, per un buon incipit, subito nel pezzo e dentro la storia.

 

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42.000 parole in sette giorni

Allora, ne ho parlato di là su Karavansara, perché non parlarne anche qui? Tutto comincia con un libro, un libricino di una settantina di pagine, scritto da Dean Wesley Smith, che si intitola Writing a novel in seven days – a hands-on example, e che fa esattamente ciò che dice: si tratta della radiocronaca di […]

via 42.000 parole in sette giorni: la formula di Dean Wesley Smith — strategie evolutive

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Sempre parlando di donne nell’Islam

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Nel mondo arabo preislamico, le beduine avevano tanto lavoro da svolgere, non esisteva l’uso di velarsi. A volte sia le donne, sia gli uomini si coprivano con un mantello per proteggersi dalla sabbia. Il concetto della donna segregata in casa viene dalla cultura bizantina. Il Corano infatti prescrive alle donne di non esibire troppo le loro parti belle, ovvero il seno e le parti intime. Il volto chiaramente può essere mostrato senza problemi.
Lo faceva ai tempi anche la giovane Aisha, figlia di Abu Bakr, il primo califfo che succedette al profeta dopo la sua morte.
«Aisha aveva colpito l’immaginazione di Maometto: bella, brillante, entusiasta, ambiziosa», spiega Soravia, «il legame tra i due era vigoroso e non venne indebolito neanche da un episodio di cui fu protagonista la giovane».
LA FIDUCIA NELLA MOGLIE. Nel corso di un trasferimento in carovana, racconta il professore, «la sposa del profeta si era fermata per una normale necessità fisiologica e aveva perso tempo cercando i grani di una collana che le si era rotta. La carovana però era ripartita non accorgendosi della sua assenza». La donna allora rimase fuori diverse notti e fu riportata a casa sana e salva da un giovane beduino che la trovò in mezzo al deserto.
«Quando venne vista tornare con questo ragazzo piuttosto bello», continua Soravia, «in tanti iniziarono a parlare male di lei e tra questi il più duro fu Ali, che suggerì al profeta di ripudiarla. Maometto invece non credette alle chiacchiere ed ebbe una rivelazione dall’angelo Gabriele che assolse la moglie da qualsiasi sospetto di adulterio».
La prova dell’amore tra Aisha e il profeta si ebbe nel 632 d.C, quando Maometto morì tra le braccia della sua ultima moglie. Lei, Aisha, la donna alla quale dedicava più tempo, con la quale discuteva, alla quale aveva creduto sempre nonostante non fosse riuscita a dargli neanche un figlio.
QUEI MESSAGGI CONTRO LA DISCRIMINAZIONE. Dopo la morte del profeta, Aisha non si mise in disparte ma sfidò nel 656 d.C Ali, colui che l’aveva diffamata. In quella che viene ricordata come la “battaglia del cammello” , questa donna guerriera venne leggermente ferita e solo dopo la sconfitta del suo acerrimo nemico si ritirò dalla vita pubblica.
Oltre alla prima e all’ultima moglie, Maometto ha avuto però altre donne. «Con i suoi matrimoni», conclude Soravia, «il profeta lanciò dei segnali emblematici su come trattarle. Sposò molte vedove che avevano già figli per dare loro protezione, convolò a nozze con una etiope per lanciare un messaggio contro il razzismo, sposò una cristiana perché la ‘gente del libro’ (i seguaci delle due grandi religioni monoteiste, cristianesimo ed ebraismo, e di altri culti come quello professato da Sabei e Zoroastriani, ndr) merita rispetto».
Rispetto che oggi viene calpestato da un esercito di uomini vestiti di nero, quell’autoproclamato Stato Islamico che con l’Islam non ha nulla a che fare

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La prima moglie di Maometto

Beh, sentite questa:

In Arabia Saudita le donne non possono viaggiare da sole, non possono guidare né accedere a un’istruzione superiore.
Il velo le copre dalla testa ai piedi rendendo i loro movimenti difficili, sono previste pene corporali per quelle che violano il dogma coranico così come interpretato dalla scuola hanbalita che vige nel Paese. Lapidazioni, frustate, amputazioni. Questo succede oggi, nel 2015, in una terra, l’Arabia, dove nel VI secolo d.C visse una donna straordinaria: Khadigia, la prima moglie di Maometto.

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Una donna che teneva il viso scoperto e che guardava gli uomini dritto negli occhi, senza timore. Non dipendeva da fratelli, zii o cugini né economicamente, né sentimentalmente. Sicuramente non doveva chiedere a nessuno il permesso per uscire di casa per svolgere le suoi affari economici, probabilmente avrà montato dromedari e cammelli senza problemi. Insomma, la donna di cui Maometto si innamorò non era proprio un angelo del focolare, quanto piuttosto quella che oggi definiremmo una businesswoman.

MAOMETTO LAVORAVA PER LA FUTURA MOGLIE. Quando i due si conobbero, lei aveva già 40 anni, due matrimoni alle spalle, diversi figli e una grande forza. Khadigia lavorava a tempo pieno per portare avanti le attività di famiglia che consistevano nell’organizzazione di carovane dirette in Siria alla ricerca di merci bizantine che poi venivano rivendute nella città di Mekka.
Alle sue dipendenze aveva tanti uomini tra i quali un giovane che veniva dal clan dei Banu Quraish, un ragazzo di 25 anni che aveva perso il padre prima della nascita e che a soli sei anni era rimasto orfano, dopo la morte precoce della madre.
Questo ragazzo si chiamava Maometto. Era educato, onesto, laborioso; qualità acquisite grazie alla formazione che gli era stata impartita dallo zio Abu Talib che lo aveva seguito durante l’adolescenza e lo aveva preparato a lavorare nel mondo del commercio.
LA PROPOSTA DI MATRIMONIO? LA FECE LEI. «Maometto non aveva moglie», spiega il professor Giulio Soravia, esperto di lingua e cultura araba, «anche se alla sua età era inusuale non essere sposato poiché lo status di celibe era considerato innaturale».
A rompere questa situazione fu proprio Khadigia: fu lei a chiedere in sposo Maometto, attraverso un’intermediaria che ne sondò i sentimenti. Secondo lo storico Maxime Rodinson, la mediatrice chiese a Maometto: «Che cosa ti impedisce di sposarti?». E lui rispose: «non ho i mezzi necessari a un matrimonio». Alla domanda «E se qualcuno ne possedesse per due e ti offrisse la bellezza, l’agiatezza, non accetteresti?» , lui acconsentì.

Khadigia, la donna libera che stregò il profeta

«Per Khadigia», afferma Soravia, «il matrimonio voleva dire prima di tutto protezione. Nella società preislamica la condizione delle donne sole non era semplice come quella degli orfani e di tutte le categorie deboli».
Ricordiamo, continua il professore, «che anche in quella che oggi è l’Europa vigeva all’epoca l’editto di Rotari, prima raccolta scritta delle leggi dei longobardi, secondo cui una donna non poteva assolutamente vivere in autonomia. O era sotto il padre o il fratello o il marito. Nel caso in cui si trovasse sola allora era automaticamente posta sotto il controllo del Re».
Pur non essendo più giovane, a Khadigia non mancavano i pretendenti. Lei però scelse Maometto, perché si fidava di lui in quanto lo aveva visto lavorare e sapeva che era un uomo onesto.
Fu un matrimonio d’amore? Si direbbe di sì. Un amore che crebbe lentamente e si rafforzò con il tempo. Khadigia era intelligente e volitiva e Maometto la amò in modo incondizionato tanto da rimanerle fedele fino a quando rimase in vita. Una figura materna, ma allo stesso tempo una donna attraente e libera, in grado di dire la sua opinione e di dare forza al proprio compagno nei momenti più difficili.
LA PRIMA PERSONA A CREDERE NELL’ISLAM. Khadigia fu la prima persona a credere nell’Islam. Fu la prima a sostenere il profeta dopo le rivelazioni di Allah e la prima a convertirsi. «Non dubitò mai che si trattasse della parola di Dio che comunicava con suo marito tramite l’angelo Gabriele», spiega Soravia, «non dubitò neanche quando lo stesso Maometto sembrava titubante e spaventato».
Dal loro matrimonio nacquero quattro figlie femmine, Zaynab, Ruqayya, Umm Kultuhum , Fatima; nacquero anche dei maschi che, disgraziatamente, morirono tutti in tenera età.
Maometto però non si disperò, non cercò un’altra donna. Preferì crescere Alì, suo giovane cugino, che più tardi prenderà in sposa Fatima. «Khadigia è considerata la madre dei musulmani», dice Mourad Maziond, giornalista tunisino. «La storia sua e di altre donne che Maometto sposò negli anni a venire, molte delle quali vedove e non più giovanissime, dimostra che il profeta rispettava le donne e non aveva come obiettivo primario quello del sesso», aggiunge Abdel Qader, imam di Perugia.
MAOMETTO AMAVA LE DONNE FORTI. Per lo scrittore ebreo polacco Marek Halter che ha da poco pubblicato un volume dedicato alla figura di Khadigia, la sua storia è fondamentale per far cadere l’idea della donna musulmana, sottomessa al marito, chiusa sotto veli neri che ne coprono le forme e il volto.
Viene infatti da chiedersi che cosa direbbe oggi il profeta della segregazione, dell’umiliazione e del disprezzo a cui molte donne che professano l’Islam vengono sottoposte da «sedicenti dottori della legge che hanno letto il testo sacro senza quell’interpretazione, ijtihad, che permetterebbe di adeguarlo ai tempi che cambiano», dice Soravia. «Dottori che non vogliono rinunciare al potere». Un potere che trova nella sottomissione della donna un pilastro fondamentale.
Maometto «amava donne forti che gli tenevano testa, come Khadigia alla quale rimase legato fino al 619 d.C, quando morì, o ad Aisha, l’ultima moglie che il profeta sposò quando era ancora una bambina».
Donne vitali, ambiziose, forti non come quelle di oggi che hanno perso molti dei loro diritti.

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Un tifoso Top per un libro Top

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Bene amici. Michael arriva direttamente dal Canada, Toronto per l’esattezza. I tifosi del Brescia lo conoscono perchè è, di fatto, uno dei tifosi più incredibili che ci siano. I suoi genitori sono italiani, ma lui è nato e cresciuto a Toronto. Segue il calcio o meglio quel poco che arriva tra la pubblicità all hockey e un servizio sull’Hockey. Un giorno i suoi genitori lo portano a visitare la loro terra natale e lui, passando da Brescia, chiede: “quì gioca Hagi?”. Da quel momento parte la passione viscerale per la V bianca sul petto. La squadra passa da Hagi a Baggio a Pirlo, Guardiola fino a ripiombare nella serie B nazionale. La passione non ha limiti e l’amico Michael prende contatto con i club locali per la sua prima volta allo stadio. Lo incontro al Brescia Club Vittorio Mero e gli regalo la sua meritatissima copia di Fòbal, l’onore è tutto mio e ci beviamo una birra in compagnia. birra per me, pirlo brescianissimo per lui.

 

 

 

 

 

 

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Ti pare?

Entro in questo bar dove faccio colazione. Non tutti i giorni, non sono così ricco da mettere un paio di euro tutte le sante mattine che Dio ha messo sulla terra. Però, almeno Domenica, mi piace sedermi al tavolino e bermi un caffè con una brioche alla crema. La barista mi conosce e ormai ci si parla a gesti. Unisco indice e pollice e li porto alla bocca, lei risponde riempiendosi le guance d’aria. Caffè, brioche.

Noto subito questa nera dagli occhi enormi. Ha i capelli cortissimi e gli occhiali con la montatura spessa come vanno di moda adesso. Il look sembrerebbe quando di peggio possa augurare a una donna, ma su di lei ha un’eleganza senza pari.

Fingo indifferenza, apro la Gazzetta e sfoglio.

La barista appoggia la tazzina sul vassoio e indica la brioche alla nera che termina la mia ordinazione. Poi esce dal bancone. Che fortuna, penso, almeno vedo da vicino la nuova arrivata. Lei si avvicina, si ferma e mi fissa.

“Noi ci conosciamo,” dice lei con il vassoio in mano.

L’istante benevolo pesca nella mia memoria e collega quel paio di occhi enormi a una donna. Apro il cassetto e tolgo il fascicolo. Mai stato uno fisionomista, ma se arrivo all’informazione di base ho tutto per iniziare un discorso.

“Nata.”

E poi mi alzo, la bacio sulla guancia e lei ricambia. Che bella sensazione, di felicità stupida e senza senso. Parlo alla brutta persona che tengo segregata in fondo al cuore e le chiedo cosa deco fare. Sono in mezzo al dubbio: stare a parlare del nulla o lasciarla al suo lavoro.

Sorrido, non sono bravo a decidere.

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