Inizia tutto dal marciapiede

pexels-photo-548084.jpegQuando percorri un marciapiede, di quelli stretti che ci passa soltanto una persona. Nella mia città è normale, i vicoli del centro storico sono stretti e spesso un marciapiede è soltanto un pezzo di acciottolato più regolare del resto della strada.

Cammini fischiettando perchè è una bella giornata e hai in tasca abbastanza moneta per farti un caffè come si deve al bar del centro. Alle tue spalle non c’è traffico e neppure di fronte, non fosse per la certezza di vivere nel 2018 diresti che l’umanità su ruote si è estinta.

A pochi metri spunta un uomo. Condivide il tuo stesso marciapiede. Vi guardate per un secondo, un minimo istante nel quale i pensieri tuoi e suoi si equivalgono. “non mollerò il mio marciapiede”.

Non importa se non ci sono auto, se la giornata è splendida o se l’uomo di fronte a te potrebbe essere un vecchio amico. Il marciapiede non si molla. E’ una questione d’istinto, di antiche abitudini incise nel DNA, di machismo imperante, di comodità di scarpe o semplicemente sei troppo pigro per pensare.

Si fanno due passi e, inevitabilmente, uno dei due cede il passo. Scende dal marciapiede per una frazione e poi risale. Nessun saluto, nessun cenno con il capo. Nel fondo dell’animo una sensazione di sconfitta, di umiliazione. Ma è solo un marciapiede e non c’erano testimoni.

Ammettete questo stato d’animo e ingranditelo fino ai confini del Mondo. L’uomo è fatto così: combatte per un marciapiede. A volte è una strada senza traffico nel centro, altre volte è la Palestina, altre volte la Guerra Fredda.

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Aumentare i lettori?

pexels-photo-573566.jpegSpesso appaiono post che lamentano lo scarso numero di libri letti in Italia. Al post seguono una serie di insulti, amarezze e commenti tristi. Infine ci sono le ricette, dalle più disparate.

Partiamo da un concetto: se una persona non ama leggere non dobbiamo fargliene una colpa. Io amo molto la musica, mi piace il Trash-Metal e la classica. Apprezzo il Jazz a piccole dosi, però sopporto poco la lirica. Sembrerebbe un controsenso totale, eppure ci trovo una certa logica. Trovo che i Metallica siano molto simili a Wagner e che spesso i jazzisti giochino con la padronanza dello strumento per sanare la mancanza di idee. La lirica? Se ti piace la classica che mi dici della lirica? Mi annoia il cantanto e credo che la musica che accompagna la lirica, proprio per il suo mettersi da sfondo al cantante, non sia di livello elevato.

Quindi: se non ti piace leggere non sei un criminale.

Assodato questo c’è un punto. Un buon libro di avventura costa meno e spesso è più avvincente di un film in TV. Sono stato un po’ maligno con questa frase. Mi dirai che la TV è gratuita e io ti rispondo che con la tessera della biblioteca anche il libro è gratuito. Ovviamente chi non ama leggere non legge neppure gratis e non ne faccio una colpa.

Piuttosto temo che una gran parte dei lettori medi di oggi (quelli da quattro libri l’anno) sono talmente inondati da proposte da ricadere, inevitabilmente, sui best seller…e in un certo modo è anche giusto così. Quindi abbiamo Volo, Vespa, un americano e l’europeo di moda (spesso sostituito dall’orientale o dall’africano). In parole povere è come andare a cena fuori. se ci vai solo per i grandi eventi vai nei soliti posti.

La letteratura attuale va nella direzione dei maxi-romanzi; forse perchè, come per l’esempio della cena, i grandi chef si giocano la loro occasione con piatti esorbitanti. Allora la domanda da porsi è: “come posso io, umile artigiano della scrittura, portare i clienti nel mio mondo?”

Nel mio piccolo saggio Come scrivere, pubblicare e vendere un libro ho spiegato alcune tecniche per aumentare le vendite e sono tecniche che ho ampiamente raccontato agli iscritti della mia newsletter gratuita.

In parole brevi si deve creare un rapporto personale tra lo scrittore e il lettore. Un rapporto di fiducia, amicizia e sostegno. Per ottenerlo esistono vari modi: la presentazione diretta, i video, il bombardamento sui social. Metodi che possono dare un riscontro immediato, ma alla lunga perdono di efficacia.

Il percorso deve partire dal blog o sito personale. Scrivere dando contributi e non solo pubblicità del proprio libro. I contributi devono sempre andare nella direzione di aumentare l’autorevolezza dell’autore e bisogna evitare come la peste commenti personali su politica, calcio e religione. Portare i lettori nella propria newsletter è la vera strategia vincente, avrete persone che vi seguono per le cose che dite. Quando avrete raggiunto la necessaria autorevolezza agli occhi dei vostri lettori saranno loro a voler acquistare i vostri libri.

Se sei uno scrittore raccontami i tuoi tentativi e ci confronteremo.

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Una serata con Pirandello e Aisha

text3893Con l’amico Michele esordiremo in uno spettacolo dal titolo “Pirandello racconta il nostro Medio Oriente”. Michele ha scritto un libro sul grande drammaturgo e parteciperà con me a uno scambio di idee sulla realtà passata e sul pensiero odierno.
Parlerò del mio libro “il velo di Aisha” cercando di raccontare come il Medio Oriente di oggi assomiglia incredibilmente a quello del MedioEvo.
La prima si terrà a Brescia:

Martedì 13 Febbraio 2018 presso la Libreria Ferrata.

Quì l’evento su Facebook:
Abbiamo predisposto un aperitivo e frittelle per tutti.
Visto il Carnevale è gradita la maschera.
Ti aspetto

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Uno degli album più incredibili

In questi giorni va in scena il milionesimo festival di SanRemo e il presentatore è un certo Claudio Baglioni. Voglio raccontarvi una storia su questo signore.

Il giovanotto incanta i cuori delle fanciulle degli anni ’70 e ’80 poi, un giorno, viene fulminato sulla via di Damasco e:

Il 16 novembre 1990 esce l’album Oltre, la cui uscita era stata rimandata anche a causa di un incidente automobilistico che aveva colpito il cantautore durante la registrazione dello stesso. Fra gli ospiti che suonano nell’album vi sono Paco de Lucia, Pino Daniele, Mia Martini, Youssou N’Dour, Didier Lockwood, Manu Katché, Hossam Ramzy e Oreste Lionello.

Per i cultori della musica sono nomi che fanno tremare i baffi dalla gioia.

L’album avrebbe dovuto chiamarsi “Un mondo più uomo sotto un cielo mago”, dicitura che poi fu modificata in “Un mondo uomo sotto un cielo mago”, andando a formare soltanto il sottotitolo. Nella copertina vi è ritratto il cantautore a torso nudo su di uno sfondo stilizzato da un pittore con diverse forme a corredo, su tinte che vanno dall’arancione acceso al rosso. Sul retro, l’ombra dell’immagine di Baglioni con le canzoni divise per i quattro elementi ideali del doppio disco: aria, fuoco, acqua e terra e in basso proprio sul fondo, c’è in sovrimpressione la scritta “Un mondo uomo sotto un cielo mago”. All’interno non sono presenti i canonici testi, bensì quelli che verranno chiamati i “gusci”, una sorta di incastri atti a formare un racconto diviso in più parti con frasi estrapolate dalle canzoni. Difatti, Oltre, è un concept album. Attraverso i brani viene narrata la storia di Cucaio, un personaggio nel quale Baglioni riversa parte della sua storia personale e artistica. Cucaio, tra l’altro, era il modo in cui Baglioni pronunciava il proprio nome da bambino.

e, ragazzi miei, questo album andrebbe ascoltato con assoluta concentrazione. Se la musica è altamente raffinata, data la presenza dietro le quinte del sig. Peter Gabriel, i testi sono qualcosa di incredibile.

Molti conoscono “Mille giorni di te e di me”

o mi nascosi in te poi ti ho nascosto
da tutto e tutti per non farmi più trovare
e adesso che torniamo ognuno al proprio posto
liberi finalmente e non saper che fare
Non ti lasciai un motivo né una colpa
ti ho fatto male per non farlo alla tua vita
tu eri in piedi contro il cielo e io così
dolente mi levai imputato alzatevi

Chi ci sarà dopo di te
respirerà il tuo odore
pensando che sia il mio
io e te che facemmo invidia al mondo
avremmo vinto mai
contro un miliardo di persone?
e una storia va a puttane
sapessi andarci io…

Ci separammo un po’ come ci unimmo
senza far niente e niente poi c’era da fare
se non che farlo e lentamente noi fuggimmo
lontano dove non ci si può più pensare

Finimmo prima che lui ci finisse
perché quel nostro amore non avesse fine
volevo averti e solo allora mi riuscì
quando mi accorsi che ero lì per perderti.

Chi mi vorrà dopo di te
si prenderà il tuo armadio
e quel disordine che tu
hai lasciato nei miei fogli
andando via così
come la nostra prima scena
solo che andavamo via di schiena
incontro a chi
insegneremo quello che
noi due imparammo insieme
e non capire mai cos’è
se c’è stato per davvero
quell’attimo di eterno che non c’è
mille giorni di te e di me

Ti presento
un vecchio amico mio
il ricordo di me
per sempre e per tutto quanto il tempo in questo addio
io mi innamorerò di te

Mi piace anche sottolineare un pezzo con un grande testo.

Acqua Dalla Luna

Volevo essere un grande mago
incantare le ragazze ed i serpenti
mangiare fuoco come un giovane drago
dar meraviglie agli occhi dei presenti
avvitarne il collo e toglierne il respiro

un tuffatore in alto un trovatore perso
far sulla corda salti da capogiro
passare muri e tenebre attraverso
come un cammello entrare nella cruna
librarmi equilibrista squilibrato
uno che sa stralunare la luna
polsi di pietra e cuore alato
e stupire tutti quelli
che non sanno la fortuna
che non hanno mai una festa
i tristi e i picchiatelli
io lasciavo a casa un figlio
gli occhi dietro la finestra
un saluto nel berretto
e non usci’ un coniglio
accorrete pubblico
gente grandi e piccoli
al suo numero magico
vedrete
mille e più incantesimi
piano non spingetevi
costa pochi centesimi
volevo diventare un pifferaio
stregare il mondo ed ogni sua creatura
crescere spighe di grano a gennaio
sfidar la morte senza aver paura
e mettere la testa in bocche di leoni
un domatore vinto un cantastorie muto
far apparire colombi e visioni
l’uomo invisibile l’uomo forzuto
lanciar coltelli e sguardi come gelo
saper andare in punta delle dita
uno che si getta a vuoto nel telo
del lungo inverno della vita
e portare sopra un carro
elemosine di cielo
tra silenzi d’ospedale
e strappi di catarro
io restavo zitto a fianco
quando mamma stava male
e sembrava Pulcinella
dentro il pigiama bianco
accorrete pubblico
gente grandi e piccoli
al suo numero magico
vedrete Cucaio
in mille e più incantesimi
piano non spingetevi
costa pochi centesimi
se sapessi un di
innamorarmi di quelli che
non ama nessuno
se potessi portarli li’
dove il vento dorme
se crescesse acqua dalla luna

Poi non so cosa è successo nella testa di Baglioni. era davanti al bivio che poteva consegnarlo alla leggenda e invece si è stordito di botox e di comparsate televisive.
Questo per dire che, in rari casi, si viene colpiti da attacchi di talento immediati e fuggevoli

 

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Benvenuti a Sarajevo

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(da “Il velo di Aisha“)

Jelena si ritrova di colpo con le spalle al muro. Quella che era una domanda fatta tanto per passare il tempo le viene rivoltata contro e diventa una specie di esame. Accelera, guarda nello specchietto e sospira.

«Per capire Sarajevo ci vuole un po’ di storia. In Jugoslavia, tranne Macedoni, Sloveni e pochi altri, la popolazione è di madrelingua serbo-croata. Ci sono tante minoranze il maresciallo Tito ha costruito la nazione assemblando serbi, albanesi, zingari, ungheresi. Una grande idea che ha resistito per molti anni.»

Entrano in città e i campi lasciano il posto ai primi condomini. C’è un timido sole e i raggi si riflettono sulle vetrate illuminando i palazzi come il sorriso di un soldato sdentato.

«Di tutta la nostra storia ci è rimasta quasi esclusivamente la lingua e questa viene sistematicamente violentata per farci apparire dei pazzi nazionalisti. Anche se quasi tutti parlano un ottimo inglese e siamo un popolo con lo sguardo all’estero, il mondo ci vede ancora come dei fanatici.»

Elena annuisce. Conosce bene la storia della Jugoslavia, tanto che era stata relatrice a un corso di aggiornamento per i nuovi agenti operativi solo sei mesi prima. Ora che ci pensa, c’era una ragazza con i capelli neri che assomigliava a Jelena. Forse, in quel punto sperduto dell’Europa, tutte le donne si assomigliano. Capisce anche perché, in quel buco di mondo, molti uomini hanno lasciato il cuore.

«Questo per farvi capire che siamo tutti lo stesso popolo. Quello che Tito era riuscito a unire, la religione ha diviso. Noi ci capiamo tutti a meraviglia e sappiamo sempre da che parte viene il nostro interlocutore. Stessa lingua, stesso popolo. Io sono serba e non dovrei parlare in questo modo perché poi faccio la solita figura della nazionalista, ma è storia e alla storia non si può mentire.»

Il capitano si rilassa, toglie lo sguardo dalle mani della donna e si concentra sul racconto. Adesso costeggiano un fiume e cerca di ricordarsi la pianta della città per capire quanto può mancare al loro arrivo a destinazione. Elena non riesce a distendere i nervi, osserva la schiena di Jelena e si perde nella linea dei muscoli che scompaiono sotto la canotta. Ha un sussulto, si morde le labbra e ricaccia il pensiero in fondo alla mente.

«Il ceppo serbo è il primo che ha abitato questa terra. Poi sono usciti i croati e infine i bosniaci. La religione ha creato la prima crepa perché i croati erano cattolici e i bosniaci musulmani. Se per i croati la svolta religiosa è avvenuta circa ottocento anni fa, per i musulmani il cambiamento è avvenuto più gradualmente. Attorno al quindicesimo e sedicesimo secolo sotto l’occupazione turca.»

Morgan ha un sussulto e si sveglia di colpo. Vede le spalle della donna e il tatuaggio a forma di croce che gli ricorda un simbolo religioso. Vorrebbe inserirsi nella discussione e parlare di quella volta che ha scambiato un paio di ostaggi dalle parti di Zagabria, ma rinuncia e si sprofonda nel sedile.

Jelena, ormai, parla a ruota libera. Elena stringe le ginocchia e incrocia lo sguardo della donna nello specchietto retrovisore. Le mani hanno smesso di sudare e l’aria che entra dal finestrino ha il profumo dell’erba abbandonata.

«In pratica ogni musulmano ha la certezza di avere un avo che ha cambiato fede. D’altronde dovete pensare che cambiare fede, sotto l’impero ottomano, era l’unico modo per aumentare di stato nella scala sociale. Il contadino scendeva in città e poteva lavorare solo se musulmano, poteva andare a scuola e arrivare alle cariche più alte.»

Barondesky apre la valigetta, estrae un piccolo contenitore in legno bianco con i bordi rovinati dal tempo. Lo osserva su tutti i lati come se cercasse un foro invisibile e lo ripone nello scomparto interno della valigetta.

«Parecchi musulmani, dopo la fine della guerra, si stanno battezzando come ortodossi. Diciamo che è il loro modo per tornare a casa, tornare nella storia.»

Sono quasi al centro della città. I condomini con gli infissi argento e i vetri opacizzati hanno lasciato il posto a grattacieli ordinati e puliti. Le marche più importanti del pianeta hanno piantato la loro bandiera sul tetto come a sigillare la fine della guerra e l’inizio di un nuovo periodo di prosperità.

Jelena rallenta, scala la marcia e si infila tra un pullman di turisti con le insegne del Vaticano e un camion da cava con il cassone pieno di pietre squadrate.

«Sarajevo è sempre stato un miscuglio di fedi. Anche sotto i turchi non c’erano le persecuzioni che si sentivano da altre parti. Se eri cristiano non ti succedeva nulla di male, ovviamente rimanevi nel tuo strato sociale. Anche sotto Tito c’era grande tolleranza, la religione era un fatto personale e spesso si creavano zone dove i musulmani erano in maggioranza, ma più per motivi di lavoro che altro.»

Elena sta immagazzinando ogni informazione con cura. Quando le hanno comunicato la destinazione ha rastrellato la rete alla ricerca delle ultime notizie su quella parte d’Europa e ha rispolverato tutti i suoi file. Ha compilato un documento che ha criptato e messo nel suo portatile.

«I musulmani in Jugoslavia erano riconosciuti e si potevano dichiarare come tali nel censimento. Sarajevo era il posto di tutti, il posto della pace e del divertimento.»

Jelena cerca con la mano destra il tasto d’accensione dell’autoradio. Il capitano osserva, vorrebbe aiutarla, ma non ha nessuna voglia di interrompere quel flusso di parole con la musica della radio.

«Avete mai sentito il nostro rock? La nostra musica è il miscuglio di tutto questo. Noi siamo comici per diritto divino e ci piace la vita. Ci piace mangiare, cantare e ridere. Siamo malinconici e sbruffoni.»

La donna ha una bella voce. Solo adesso Elena ha capito perché riesce a seguire quel fiume di parole senza sbandare e senza distrarsi. Forse ha fatto un corso di dizione, il suo inglese è fluido e quasi privo di inflessione. Un nuovo incrocio di sguardi nello specchietto suggerisce alle due donne che non si tratta di un caso.

«Tutto questo funzionava a meraviglia prima della guerra. L’Europa veniva a Sarajevo per divertirsi. Avevamo il più alto tasso di menefreghismo del Mondo. Si beveva, si ballava e avevamo le donne più belle e più calde.»

Morgan si sporge in avanti, allunga la mano come per accarezzare Jelena sulla spalla e poi si blocca. La donna capisce il gesto e sorride dallo specchietto retrovisore.

«La situazione è cambiata. L’avanzata strisciante dell’Islam ci sta avvolgendo con lentezza, senza che la città se ne accorga. Ci sono donne con il Hijab, uomini con lunghe barbe e tuniche che passeggiano a tutte le ore e ci squadrano. Nell’aria si respira l’intolleranza, ma non sono i nazionalisti i cattivi. Ormai i nazionalisti sono rinchiusi nei loro circoli o, al massimo, si sfogano allo stadio. La società, lentamente, passa dal divertimento alla sharia.»

Elena comincia a farsi un quadro alternativo. Ci sono parecchi tasselli che volano nella mente e vanno a incastrarsi in un mosaico. Sarajevo non è una scelta casuale, è una dichiarazione di forza.

«Ma voi mi avete chiesto perché hanno deciso di fare questo incontro a Sarajevo? Volete il mio parere?»

Morgan annuisce e il capitano indica un palazzo a tre piani con le finestre a bifora. Jelena rallenta, infila la corsia riservata ai taxi e ferma il Suv davanti all’ingresso. Spegne l’auto e si volta verso Elena sorridendo.

«Perché Sarajevo è sempre stato il luogo della tolleranza, del divertimento e della vita. Sarajevo ha inventato il concetto di multietnico ed è stato sempre coltivato con orgoglio. Poi è arrivata quella maledetta guerra e quel Izetbegović con il suo carico d’odio. L’equilibrio si è spezzato e oggi è una città che vira verso la sharia. Non è stata una scelta casuale. Sarajevo è un modo di vivere e quelli ci vogliono mettere il marchio sopra.»

Un uomo si avvicina alla portiera. Jelena scende e gli passa le chiavi del Suv. Il gruppo abbandona il mezzo e segue la donna all’interno del palazzo. Oltrepassata la porta a vetri c’è una stanza con una fontana in pietra al centro, un tavolo nero decorato a fiori a destra e il bancone della reception a sinistra.

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L’ultimo round di Elena

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Ultimo round.

Danika scatta come un cobra. Un cobra di settanta chilogrammi con un morso che ti stende senza farti neppure le presentazioni. Elena si avvinghia al corpo. Antonio le separa per due volte finché Danika spinge l’avversaria contro le corde. Perdere tempo potrebbe anche essere una buona strategia, ma non la tieni per tre minuti.

Elena inizia a saltellare in circolo. Bei piedi, sicuramente una tattica migliore per chi è in vantaggio e vuole portare l’incontro ai punti. Danika è al centro del ring, quante volte ha già visto quella scena. Le sbarbatelle le girano intorno come delle farfalline in cerca di un fiore e lei aspetta solo il momento giusto.

Saltellava Jenny Grimbshaw che ha steso con un montante al primo round. Saltellava la cinese giù a china Town e saltellava pure quella stupida polacca dal nome impronunciabile. Saltellano tutte, poi vanno giù.

Rajavi guarda l’orologio alla parete. Ha capito che un round dura tre minuti e che alla fine anche la boxe delle donne è uguale a quella degli uomini. Meglio il cricket, ma la sua Elena è sul ring e lui ha il dovere di starle vicina. Che poi non è la sua Elena nel senso di un amore insieme, non c’è nulla in quel senso. Però hanno fatto un accordo solenne nella stanza a Sarajevo e lui è un uomo retto che mantiene fede ai suoi accordi. Il consiglio ha ratificato la decisione e quell’infedele di Yusri è stato condannato alla vergogna anche da morto. Arash Rajavi è curioso, cerca di imparare anche da quell’incontro di boxe femminile, ma non è per questa ragione che è venuto negli Stati Uniti.

Elena resiste a due ganci in sequenza. Il primo alla testa e il secondo alla mascella. Li ferma con i guantoni, ma la forza d’urto della nera è devastante e la costringe ad arretrare per non perdere l’equilibrio. In quel momento smette di ragionare e si affida all’istinto, non è da lei eppure decide che almeno una volta nella vita può essere un’esperienza.

Danika carica il destro. Elena abbassa la guardia e ondeggia la testa come aveva visto nei filmati di Alì. Antonio pensa che è una delle cose più ridicole che ha visto sul ring e lui ne ha viste tante di cose ridicole. La nera ha un tentennamento, si aspetta un trucco? Questi bianchi sono capaci di tutto, falsi e indolenti, disposti a qualsiasi imbroglio pur di mettere sotto qualcuno.

Elena scatta in avanti. Il caschetto contro il pugno alzato come a volerlo fermare con la sola forza del pensiero. C’è un contatto, ma è minimo e il montante di Danika rimane inespresso come il primo quadro di un fotografo che si credeva pittore.

Rajavi non se ne intende di boxe, ma questa mossa gli sembra astuta perché Tariq gli ha sempre detto che la vittoria inizia con un momento di stupore.

Elena ferma il montante con il viso e si inginocchia a livello dei fianchi della nera. Poi, come se fosse l’idea più logica partorita da una mente superiore, colpisce Danika ai reni con un diretto sinistro.

Che stronzata, pensa Antonio.

Danika si piega come un giunco, Elena raddoppia con il destro. Due colpi ai reni che fanno male e costringono la nera a cedere un millimetro di terreno.

Che stronzata, pensa nuovamente Antonio.

Elena appoggia un ginocchio a terra e vorrebbe colpire nuovamente, ma Danika si è spostata ed è decisamente fuori dal tiro. Ora saltella come le stupide bianche che ha buttato giù o come la cinese di China Town. Saltella per prendere tempo e cerca tra le pieghe del regolamento se quel colpo, portato in quel modo, si può considerare corretto. L’arbitro non dice nulla e allora Danika si rimette in posizione. Alza i pugni e si avventa contro Elena che è ancora in ginocchio.

Suona il gong.

Elena rotola via appena in tempo e il montante dall’alto verso il basso di Danika colpisce l’aria. Antonio si mette tra la nera e la biondina. Incontro finito. C’è quel momento in cui l’adrenalina smette di scorrere e si sente tutta la stanchezza del mondo. Le due donne si bloccano nelle rispettive posizioni e, con la lentezza di certe scene da film, ritornano alla vita di tutti i giorni.

Danika con il fidanzato da un occhio solo e con un figlio dentro per spaccio. Elena con il suo dottorato in analisi comportamentale e con la sua scrivania in un palazzo di New York. Potere del ring.

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Danika la belva.

Danika cerca di avvicinarsi. La ragazzina bianca è impaurita e riesce a rimanere a distanza con il movimento dei piedi. Bei piedi, pensa la pugile professionista mentre alterna due jab al volto con un montante al corpo. Quasi c’è da perdersi nella rapidità di quei piedi.

Parte un gancio alla mascella che viene bloccato dal braccio di Elena, ma il secondo jab tirato come assaggio arriva a segno. La ragazza ha un flash bianco dietro agli occhi e crolla a terra. Antonio si avvicina e inizia a contare. Danika quasi è dispiaciuta. Non tanto per la piccola biondina a terra, quanto perché è stato il jab e non il montante a portare il colpo vincente.

«Cinque.»

Il numero lo sente. Anche se è a terra con la testa al suolo e i guantoni davanti agli occhi. Sente anche il sei e pure il sette. Sarebbe bello rimanere svenuti e riprendersi alla fine del conteggio, tutto sommato una buona prova contro una professionista. Finire al secondo round senza danni celebrali e con qualche botta è qualcosa di più di un successo, un trionfo. Così lascia passare anche l’otto che, pensa con un sorriso, è un numero che porta fortuna.

Però è poco. Cadere al secondo round darebbe un senso di incompiuto alla sua sfida. Non è mai stata pronta per il ring come in quel momento. La trattativa di Sarajevo, la corsa per fermare il terrorista a Milano e tutto il resto sono esperienze pesanti che non lasciano più spazio a chi vuole accontentarsi. Così, al nove, si alza.

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La moglie del giocatore di Subbuteo

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Questo mese è uscito un mio pezzo sulla prestigiosa rivista “Guerin Subbuteo”. Il titolo è emblematico.

La moglie del giocatore di Subbuteo.

Scaricatelo e divertitevi.

 

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Richard K. Morgan

Tra i miei scrittori preferiti c’è sicuramente Richard K. Morgan. Il ragazzo è del ’52 e, come dicono in giro, si farà. Io sono stato letteralmente fulminato da quella che viene chiamata “Serie di Takeshi Kovacs”. Sono tre romanzi sci-fi con il protagonista, appunto, Kovacs.

Da questa trilogia verrà trasmessa su Netflix la serie “Altered Carbon” che spero otterrà il successo che merita.

Poi il signor Morgan si è lanciato in una serie di romanzi fantasy che non hanno ricevuto lo stesso successo, ma il fantasy è terra difficile.

Un autore dalle storie crude e dure che vi consiglio, specialmente il primo romanzo Bay City.

 

 

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Non scriverò mai come Cormac

Questo signore dallo sguardo burbero è Cormac McCarthy. Tralascio la sua biografia che potete trovare su wikipedia. Lui è uno scrittore con i controcazzi. Uno che non appare praticamente mai in televisione e se ne vive tranquillo nel suo ranch tanto che viene definito “invisibile” dalla mondanità letteraria.

Ho letto tutto il suo buono: la trilogia della frontiera, il magnifico “la strada”, “meridiano di sangue” e lo spettacolare “non è un paese per vecchi”.

Ora sono quasi alla fine di “Suttree”, definito il suo romanzo più triste e allo stesso tempo ironico.

Non scriverò mai come lui per una serie di ragioni.

  • Non ne sono capace. Cormac maneggia un arsenale di vocaboli colorati, desueti e sfacciatamente fuori moda da rendere i suoi romanzi (a volte) insopportabili. Paragrafi descrittivi sul deserto e sull’odore della polvere si possono reggere solo se supportati da una grande tecnica che lui spadroneggia alla grande.
  • Arriva al nocciolo delle persone senza colpi di scena. I personaggi sono scolpiti nella pietra e Cormac te li offre a piccoli bocconi. Spesso la trama è lineare e senza scossoni, un po’ credo che se ne fotta dei manuali di scrittura creativa e certamente non ha letto il mio manuale. Forse non sarò mai all’altezza di tanta classe perchè sono un fanatico della trama e su questo punto…ma forse ci arriverò.
  • Racconta sempre la stessa storia. Questo lo considero un grande pregio per uno scrittore. Quando hai un punto di vista sulla vita è inevitabile scaraventarlo in ogni libro. Cormac ha la desolazione dell’uomo, la solitudine e il piacere di incontrare anime simili durante il tragitto.

Ogni anno questo signore è candidato al Nobel e ogni anno finisce inesorabilmente con il premio in mano a scrittori “discutibili”. Io voto per Cormac perchè lo considero un essere superiore dal punto di vista letterario.

Non scriverò mai come Cormac, ma ci proverò.

 

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