L’accordo.

Mancano tre minuti allo scadere e l’arabo è seduto al suo posto con la certezza di incontrare il vero titolare dell’operazione. Se l’immagina basso e grasso come Danny de Vito, ma con quel guizzo negli occhi di chi sta per calare l’asso.

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Non si aspetta certo Elena.

La ragazza entra nella stanza. Si è coperta il capo con un velo grigio e indossa una camicia bianca. I pantaloni neri lasciano scoperta solo una minima parte di pelle. Nel complesso è accettabile per la maggioranza dei musulmani del pianeta.

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«Mi chiamo Elena Finley e sono il comandante in capo di questa operazione. Salam aleik.»

Rajavi è seduto immobile. Le mani sulle ginocchia e lo sguardo sulla porta. Non vede un diplomatico o il comandante della trattativa. Vede solo una donna occidentale che lo affronta.

«Aleikum salam. Non so cosa la porta in questa stanza, ma deve esserci un errore. Io sto aspettando un uomo che porti la voce del vostro presidente e, mi permetta, trovo impossibile che mi si offra una donna a questo tavolo. Conoscete le nostre tradizioni e, se questo è uno scherzo, lo trovo di pessimo gusto.»

Elena non ascolta. Ha in mente una strategia che non ammette varianti, quindi va dritta al sodo. Si siede, appoggia le mani sul tavolo e fissa l’uomo.

L’aveva visto solo in fotografia e in poche immagini non era riuscita a farsi un quadro di Rajavi in carne e ossa. Ne aveva studiato la storia, il comportamento, il suo ruolo all’interno della struttura. Lo considerava il record di un database che teneva immagazzinato nel cervello.

Eppure è un uomo reale. La pelle bruna, la barba sottile e curata e gli occhi che sembravano traspirare l’aria del deserto. Elena cade rovinosamente in fondo a quello sguardo e si perde. Annega nelle dune e beve il the con il vento arido che le entra sotto il mantello. Scopre che la notte del deserto è fredda e il gelo penetra nelle ossa con il solo scopo di uscire all’aperto durante il giorno e infuocare la carne.

Poi, stordita da quell’istante, torna nella stanza.

44519479_2339164836126023_858261154391130112_n«O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Come vede mi sono coperta il capo e sono una donna dei credenti, possiamo parlare senza dare scandalo.»

Rajavi rimane fisso con le mani sulle ginocchia, in attesa di parole diverse da quelle che gli rimbombano nel cervello e alla fine cede.

«Conosco il Corano e mi stupisco che lei lo conosca così bene, ma lei non è musulmana. Possiamo essere certi di leggere il libro con lo stesso cuore?»

Elena sorride dentro, sente un primo punto a favore quando l’uomo accetta la sfida. Lei lo sta portando su un terreno insidioso e ci sarà da lavorare duro, ma almeno il contatto è avvenuto.

«Arash è un nome persiano, significa sincero e anche io voglio essere sincera con lei. Siamo seduti a questo tavolo per un solo risultato e questo ci porterà pace e gloria nei nostri rispettivi paesi. Lei mi chiede se sono credente? Il Corano dice “Allah non vi proibisce di agire con bontà ed equità verso coloro che non vi combattono per religione e non vi hanno scacciato dalle vostre dimore, poiché Allah ama gli equanimi”. Io non ti sto combattendo e sono venuta in pace.»

C’è come il tonfo di un mattone che cade nel fondo del fiume e che resiste sul fondo nonostante la forza delle rapide. Così sente Elena il peso delle parole che affondano nel cuore e nell’anima di Rajavi.

«Dopotutto è stato grazie ad Aisha se i detti del profeta sono arrivati fino ai giorni nostri e Aisha, se non lo sa, era una donna. Infine voglio ricordare che la vostra bandiera è proprio il velo di Aisha, la donna che diffonde la parola.»

Rajavi si alza, unisce le mani e inclina il capo in segno di saluto. Raggiunge la porta e si volta.

«Le chiedo solo dieci minuti di tempo e poi tornerò con una risposta. La mia saggezza ha il limite che il divino mi ha concesso.»

 

Elena vede le spalle dell’uomo che stanno scomparendo verso il corridoio e vorrebbe dire l’ultima frase che aveva memorizzato per la sua strategia, ma capisce che è inutile. Chiude gli occhi e cerca di ricordare ogni singola parola detta dall’arabo.

Tanto sa benissimo dove si è rifugiato il bravo musulmano. Rajavi è un credente, un fedele rigoroso e intransigente. Conosce i propri limiti e non vuole commettere errori, non nei riguardi di questa missione, ma nei confronti del proprio rapporto con il divino.

Il rapporto del fedele con Allah è una questione di primaria importanza. Si può sbagliare nei confronti degli altri esseri umani, ma con il divino è ammessa solo la verità e il massimo impegno.

 

Quando l’arabo torna nella stanza è più sereno. Elena unisce le mani e dice la frase che le era rimasta in gola.

«Saggio è l’uomo che si circonda di persone sapienti.»

Rajavi si siede, apre una valigetta di pelle marrone e ne estrae quattro fogli scritti in arabo. Li distribuisce sul tavolo e punta l’indice su quello con una serie di numeri incolonnati.

«Dottoressa Finley, io sono un uomo rispettoso e voglio sempre agire nel giusto. Sono chiaro e limpido, non le nasconderò che mi sono confrontato con il mio consigliere spirituale. Abbiamo parlato del Corano e siamo rimasti in riflessione il giusto tempo. Abbiamo pregato e cercato conforto nelle nostre preghiere. Ora mi sento puro e nel giusto, possiamo parlare e trovare la soluzione ai problemi dei nostri popoli. Siamo in pace con Allah.»

Elena prende il foglio scritto in arabo e lo fa scivolare verso Rajavi.

44548643_2339165032792670_3587212378460127232_n«Mi dispiace, ma non leggo l’arabo. Quello che faremo in questa stanza è scambiarci delle promesse, non ci saranno documenti ufficiali perché questo incontro non esiste. Siamo due clandestini che cercano la pace, ma non scriveremo nessuna parola in nome dei nostri popoli.»

«Lei mi ha citato Aisha e le sono grato, la mia famiglia la considera la protettrice dei nostri avi. Non le nego che il mio consigliere ha fatto molta fatica ad accettare il suo ruolo femminile all’interno di un nemico della nostra fede, ma come sempre il Corano ci è venuto in aiuto e dobbiamo ringraziarlo se ora parliamo di pace invece che di guerra.»

La ragazza cerca di non guardarlo negli occhi. Si concentra sul suo ruolo diplomatico, deve portare a casa il risultato e non c’è tempo per studiare il comportamento del suo interlocutore. Non c’è neppure tempo per valutare se quell’uomo, così lontano da lei per educazione e visione del futuro, sia interessante o affascinante.

«Arash, mi permetto di chiamarla come hanno voluto i suoi genitori, vorrei sigillare l’accordo sul punto fondamentale del nostro incontro e tracciare una linea su tutto il resto.»

Rajavi arrossisce dentro. Sente il cuore battere forte e le mani sudare. Quella donna lo chiama per nome e vuole prendere le redini dell’accordo. Nella sua vita ha avuto delle femmine, non molte ma tutte necessarie a colmare i suoi bisogni. Tutte hanno avuto una parte del suo cuore e del suo corpo. Nessuna ha mai trattato con lui.

«Il resto è parte della trattativa.»

Elena si alza. Guarda la porta e torna con lo sguardo verso il tavolo. I fogli sono scomparsi e la valigetta in pelle è appoggiata al fianco della sedia. C’è tutta la riservatezza di una stanza spoglia e senza fronzoli.

«Non esiste nessuna trattativa oltre l’accordo principale. Noi adesso torniamo nelle nostre stanze e comunichiamo ai nostri governi che l’accordo è fatto. Passiamo il resto della giornata contando le ore e poi torniamo alle nostre case. Che Allah ti protegga.»

 

La donna esce. Rajavi rimane solo nella camera dell’hotel di Sarajevo. Fuori scorre il mondo in perenne trasformazione. Ci sono motorini che sfrecciano per la strada e uomini che bestemmiano in tutte le lingue del mondo. Si consumano le tragedie di una vita senza senso e si perde il senso della vita stessa.

L’uomo si alza, si sistema la tunica e prende la valigetta. Guarda la stanza per l’ultima volta e chiude la porta. Il corridoio che lo deve portare alla sua camera è sporco di fango, ci sono gli americani e i suoi uomini armati fino ai denti che presidiano l’albergo. Percorre i pochi metri che lo separano dalla fine della sua missione quando sente un formicolio vicino al fianco. Estrae il cellulare e legge il messaggio.

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La valigetta cade a terra.

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Perché Sarajevo?

44379800_2339164722792701_9072756029229367296_n«Per capire Sarajevo ci vuole un po’ di storia. In Jugoslavia, tranne Macedoni, Sloveni e pochi altri, la popolazione è di madrelingua serbo-croata. Ci sono tante minoranze il maresciallo Tito ha costruito la nazione assemblando serbi, albanesi, zingari, ungheresi. Una grande idea che ha resistito per molti anni.»

«Di tutta la nostra storia ci è rimasta quasi esclusivamente la lingua e questa viene sistematicamente violentata per farci apparire dei pazzi nazionalisti. Anche se quasi tutti parlano un ottimo inglese e siamo un popolo con lo sguardo all’estero, il mondo ci vede ancora come dei fanatici.»

«Questo per farvi capire che siamo tutti lo stesso popolo. Quello che Tito era riuscito a unire, la religione ha diviso. Noi ci capiamo tutti a meraviglia e sappiamo sempre da che parte viene il nostro interlocutore. Stessa lingua, stesso popolo. Io sono serba e non dovrei parlare in questo modo perché poi faccio la solita figura della nazionalista, ma è storia e alla storia non si può mentire.»

«Il ceppo serbo è il primo che ha abitato questa terra. Poi sono usciti i croati e infine i bosniaci. La religione ha creato la prima crepa perché i croati erano cattolici e i bosniaci musulmani. Se per i croati la svolta religiosa è avvenuta circa ottocento anni fa, per i musulmani il cambiamento è avvenuto più gradualmente. Attorno al quindicesimo e sedicesimo secolo sotto l’occupazione turca.»

«In pratica ogni musulmano ha la certezza di avere un avo che ha cambiato fede. D’altronde dovete pensare che cambiare fede, sotto l’impero ottomano, era l’unico modo per salire di stato nella scala sociale. Il contadino scendeva in città e poteva lavorare solo se musulmano, poteva andare a scuola e arrivare alle cariche più alte.»

«Parecchi musulmani, dopo la fine della guerra, si stanno battezzando come ortodossi. Diciamo che è il loro modo per tornare a casa, tornare nella storia.»

«Sarajevo è sempre stato un miscuglio di fedi. Anche sotto i turchi non c’erano le persecuzioni che si sentivano da altre parti. Se eri cristiano non ti succedeva nulla di male, ovviamente rimanevi nel tuo strato sociale. Anche sotto Tito c’era grande tolleranza, la religione era un fatto personale e spesso si creavano zone dove i musulmani erano in maggioranza, ma più per motivi di lavoro che altro.»

«I musulmani in Jugoslavia erano riconosciuti e si potevano dichiarare come tali nel censimento. Sarajevo era il posto di tutti, il posto della pace e del divertimento.»

«Avete mai sentito il nostro rock? La nostra musica è il miscuglio di tutto questo. Noi siamo comici per diritto divino e ci piace la vita. Ci piace mangiare, cantare e ridere. Siamo malinconici e sbruffoni.»

«Tutto questo funzionava a meraviglia prima della guerra. L’Europa veniva a Sarajevo per divertirsi. Avevamo il più alto tasso di menefreghismo del Mondo. Si beveva, si ballava e avevamo le donne più belle e più calde.»

«La situazione è cambiata. L’avanzata strisciante dell’Islam ci sta avvolgendo con lentezza, senza che la città se ne accorga. Ci sono donne con il Hijab, uomini con lunghe barbe e tuniche che passeggiano a tutte le ore e ci squadrano. Nell’aria si respira l’intolleranza, ma non sono i nazionalisti i cattivi. Ormai i nazionalisti sono rinchiusi nei loro circoli o, al massimo, si sfogano allo stadio. La società, lentamente, passa dal divertimento alla sharia.»

«Ma voi mi avete chiesto perché hanno deciso di fare questo incontro a Sarajevo? Volete il mio parere?»

«perché Sarajevo è sempre stato il luogo della tolleranza, del divertimento e della vita. Sarajevo ha inventato il concetto di multietnico ed è stato sempre coltivato con orgoglio. Poi è arrivata quella maledetta guerra e quell’Izetbegović con il suo carico d’odio. L’equilibrio si è spezzato e oggi è una città che vira verso la sharia. Non è stata una scelta casuale. Sarajevo è un modo di vivere e quelli ci vogliono mettere il marchio sopra.»

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Colby o come inizia un’avventura.

44452972_2339165522792621_1651356934663569408_n«Vogliono incontrare un nostro rappresentante in un luogo che ci comunicheranno domani. Incontro segreto, senza informare i media. Alla prima fuga di notizie abbandonano il tavolo. Comunque c’è la proposta di un accordo strategico. Noi, di solito, non trattiamo con i terroristi. Questo è uno dei punti base della nostra storia, ma ora abbiamo a che fare con un gruppo di esaltati che iniziano ad assomigliare a uno stato vero e proprio e noi, con gli stati, trattiamo.»

«Al-Baghdadi vuole lanciare un’onda di attentati a livello globale. Hanno centinaia di cellule dormienti e integrate, possono colpire in ogni momento e in ogni luogo. Però non sono stupidi. Sanno che si scatenerebbe la nostra reazione e del loro sedicente Stato non rimarrebbe altro che deserto. Il Presidente preferisce rimanere su posizioni neutrali, ma una parte del consiglio inizia a premere. Io stesso sarei dell’idea di radere al suolo quei bastardi e toglierci il pensiero una volta per tutte. Eppure sappiamo che non è così facile, ne faremmo dei martiri globali.»

44385769_2339165826125924_4514144235938643968_n«Loro promettono di non portare la Jihad nel nostro territorio e di togliere la minaccia sull’Europa.»

«Il governo degli Stati Uniti si impegna a perorare la loro causa presso le Nazioni Unite per la creazione dello Stato Islamico nel territorio siriano.»

«Della Siria non importa nulla a nessuno. La Siria non esiste, è solo un pezzo di deserto con qualche città devastata e un governo che si regge con le armi. Un conto l’Iran o gli altri stati, ma in quella zona c’è sempre stato il caos e sempre ci sarà.»

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Il prezzo di un eBook

Riporto quanto sostiene, giustamente a parer mio, un bravo editore del settore.

 

Un prezzo giusto

La prima distinzione da fare è classificare l’opera distinguendo le fiction (romanzi di tutti i generi) dalle opere destinate a un pubblico di professionisti (manuali tecnici, ricerche, studi).
Le fiction hanno una fruibilità maggiore e sono destinate a un pubblico più vasto, sono lavori che tendono a essere “commerciali” (in senso positivo) e quindi devono avere un costo adeguato al loro scopo: la diffusione in massa.
Le opere tecniche invece sono destinate a un pubblico più consapevole, a una nicchia e sono, spesso, frutto di studi, di esperienze lavorative, o parte integrante del lavoro stesso del professionista e solo in questo caso il prezzo può variare di molto ed è a discrezione di chi ha creato l’opera essendo più centrato nell’argomento trattato.
Vediamo invece come confrontarci con le Fiction (Romanzi).

Ma qual è il prezzo giusto?
Come detto prima non esiste, però voglio darti qualche indicazione che potrai valutare ed eventualmente applicare alle tue pubblicazioni.
Per gli ebook (fiction:romanzi) che hanno il numero di pagine compreso fra 0 e 100 pagine un prezzo consigliato non dovrebbe superare €1,49.
Per gli ebook (fiction:romanzi) da 100 a 200 pagine un prezzo consigliato non dovrebbe superare €3,99.
Per gli ebook (fiction:romanzi) superiori a 200 pagine un prezzo consigliato non dovrebbe superare €6,99.
Ovviamente tutto è molto elastico perché un libro di 110 pagine non potrà essere paragonato a un libro di 199 pagine, per cui puoi modulare il prezzo in base alla precisa lunghezza del tuo ebook, lasciandoti il giusto margine per poi poter fare delle offerte in futuro.

Statistiche di prezzo.

Risulta quasi scontato che il prezzo che vende di più (in quantità) è €0,99, ma è sempre il prezzo giusto? No.
Come prima cosa €0,99 deve essere il prezzo una tantum, quello che puoi andare a mettere in offerta lancio o per un breve periodo, non deve essere il prezzo fisso della tua opera. Perché in realtà il prezzo medio che ha più riscontro ed equilibrio è €4 che nel mondo digitale si traduce in €3,99 (tenendo sempre conto delle cose dette in precedenza sulla lunghezza dell’opera stessa).
Concludiamo questa analisi dicendo che per un ebook di media lunghezza (200/300 pagine), catalogabile in Fiction (Romanzi), i prezzi migliori di copertina sono €3,99 o €4,99.
Al quale potrai programmare offerte sistematiche per abbassare il prezzo in periodi interessanti.

Come sempre: Resto a disposizione per qualsiasi cosa 🙂

Buon Week-End

Roberto
Country Manager Italy
roberto.incagnoli@streetlib.com

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Sabato 20 Ottobre.

Io carmine(3)Chi ha seguito i miei post sulle presentazioni saprà come trovo noiose le classiche interviste scrittore-giornalista. Questo non significa che se venissi invitato in Feltrinelli (o Mondadori) in questa veste classica mi tirerei indietro, anzi. Solo che, se devo far presa su un gruppo di aspiranti lettori, cerco delle forme alternative.

Meraviglioso è stato lo show di presentazione per Fòbal e tutte le altre serate dove ho cercato di divertire il pubblico e indurlo a pensare che il romanzo fosse veramente un’esperienza da vivere.

Quindi Sabato 20 Ottobre riapriremo la magia.

Inizierò alle ore 18:30 con l’aiuto di alcuni amici che si presteranno nel difficile compito di interpretare i personaggi del romanzo.

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Ho scelto un luogo simbolo di Brescia, il quartiere del Carmine; da sempre cuore pulsante della città con il suo passato ( e presente) di colorita delinquenza. Mi ospiterà la libreria Io libro Carmine. Nel suo chiostro interno metterò in scena la mia idea di presentazione letteraria.

 

 

Al termine, per dare un senso a tutto questo, ci trasferiremo all’Osteria Croce Bianca per 34535210_872634756271444_2100890309469667328_nuna serata in compagnia.

Abbassate gli entusiasmi se pensate che paghi io.

Vi aspetto, lo spettacolo è gratuito.

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L’investimento dei miei tre euro.

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Photo by Pixabay on Pexels.com

Sono passati ormai parecchi mesi da quando la zingara mi ha letto la mano e mi sembra ora di raccontare questa storia. La zingara dunque, bene, l’ho incontrata fuori dal parco e mi ha chiesto due soldi. Io di solito non faccio la carità, ma quel giorno anche solo per fare quattro parole le ho chiesto di darmi la ricetta per diventare ricco.

“Che ci vuole,” mi dice “Tre azioni devi comprare: Canistracci Oil, PaninoFood e JobbaJobba”.

Mi sembrava il vaticinio di una vecchia pazza, ma poi sono andato in banca e queste azioni esistevano. Carta straccia, spazzatura, quasi le regalano. Ho investito un euro per ogniuna e sono diventato un piccolo azionista. Roba da poco.

Tre giorni dopo un giovane africano di nome Lumumba (il nome non sono proprio sicuro, magari non è il suo) telefona alla sede della Canistracci Oil e chiede di parlare con il padrone. E’ irremovibile e, alla fine, riesce nel suo intento. Mr Tony è al telefono e non crede a quello che sente, non ci crede talmente tanto che prende il primo aereo e si fionda in Bongo (la Nazione di Lumumba).

C’è il petrolio, tanto, tantissimo e ci sono gli abitanti di Bongo; simpatici e giocherelloni. Allora Mr Tony che è uomo di Mondo prende Lumumba sottobraccio e gli dice:

– Facciamo così: ti presto un milione di euro e tu mi svuoti questo paese dai bonghesi. Sono simpatici, ma sai come succede in questi casi: vogliono la democrazia, vogliono tante cose e poi c’è confusione. Quando il paese sarà tuo e dei tuoi amici non mi ridai I soldi, anzi ti darò un altro milione all’anno. In cambio mi prendo tutto il petrolio che c’è nella tua terra. Tanto cosa ve ne fate? Neppure sapete scavare così a fondo-

Morale della favola il nostro Lumumba si costruisce una grande villa blindata e un piccolo esercito armato fino ai denti. Ci vuole poco a mandare fuori dai confini I bonghesi, chi rimane muore. Infine il nostro Lumumba può regnare senza paura e Mr Tony guadagna non un milione all’anno, ma un miliardo.

La prima storia è questa.

PaninoFood è un format di distribuzione del gusto in formato economico per la fruibilità del food a tutti I livelli. Questo c’è scritto sulla pagina del sito internet, ma in realtà l’idea fondante di Don Vito è di fare panini con I cani morti. Cioè, non è documentato che proprio tutta la carne provenga da fonti “discutibili” e Don Vito non è uno a cui puoi parlare con serenità. Però, e questo è il botto vincente, il panino costa 1 euro. Costa poco, ma tanto è quasi tutto guadagno perchè Don Vito non paga mai l’affitto dei suoi locali e anche I fornitori vengono sempre trattati peggio dei cani. c’è che PaninoFood invade la città, poi la regione e infine ha filiali in tutta Italia. Il panino costa poco e come dicono gli antichi “non puoi pretendere se paghi poco”. Don Vito passa da un negozio in un vicolo buio a ben cinquecento succursali in tutto lo Stato.

Infine la JobbaJobba, mi chiederete. Con calma, ci arrivo.

I tipi di JobbaJobba sono due giovani con gli occhi storti e I denti marci. Una volta forse, adesso sono dei gran bei manzi e tutte le ragazze se li contendono. Perchè loro hanno avuto la grande idea. Una volta compravi una mela al mercato e la rivendevi al negozio con il tuo guadagno. Facile, ma poi la mela se non la vendi la butti e ci perdi tutto l’investimento. I tipi di JobbaJobba hanno pensato che anche rivendere ore di lavoro fosse un gran bell’affare. Prendi un tipo grande e grosso che si accontenta di 5 euro al giorno e rivendi il suo lavoro per 8 euro. JobbaJobba si prende tre euro e sono tutti contenti. Contento il grosso perchè lavora, contento il padrone perchè ha uno che può lasciare a casa quando vuole e contenti anche I vicini perchè il tipo grosso non puzza e non fa rumore. Quelli di JobbaJobba, in un anno, si sono fatti quasi un miliardo di euro. L’affare si è talmente ingrossato che hanno dovuto prendere dei tipi più grossi per tenere a bada quelli grossi, ma nel mondo degli affari sono cose che si fanno.

Alla fine arrivo io, con I miei tre euro di azioni. Dopo un anno sono andato in banca a controllare e secondo voi quanto valevano le mie azioni? Tanto; e dire che non sono mai neppure uscito dal mio paese e da Bongo non arrivano neppure le cartoline.

La prossima volta vi racconto cosa è successo dopo qualche tempo, quando gli abitanti di Bongo si sono stancati di prendersi le pallottole.

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Lo senti questo profumo?

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Lo senti? Lo senti questo profumo? A me piace, sarò uno vecchio stampo che poi alla resa dei conti starà sempre dal lato sbagliato della vita. Eppure a me, questo profumo, piace.

Sono le pagine consumate dei libri che non ho ancora letto. Sono tutte quelle storie che sono passate nella testa degli scrittori e che sono capitolate sulla carta.

Nella mia città ci sono ancora le librerie, quelle fisiche. Quelle dove ci sono i libri. Sembra una stranezza, ma oggi le librerie vendono carte telefoniche, abbonamenti a riviste, corsi di ballo e di palestra per diventare forti e vincenti. Il libro rimane un oggetto da regalare.

Sembra che una ricerca abbia scoperto che i libri non si leggono più. Le persone entrano in libreria, fanno un giro per l’aria condizionata se è caldo o per il riscaldamento se è freddo e alla fine prendono un libro qualsiasi; se lo fanno impacchettare e lo portano in dono a chi festeggia un compleanno.

Nella mia città esistono ancora le librerie, ma sono estinti i librai. Quelli che ti si avvicinano si soppiatto come un topo con il formaggio e ti consigliano un libro alle tue spalle, di sopresa, come ladri nella notte. Sono estinti, o almeno tutti tranne uno.

Questo tizio si chiama Ferrata, non so il nome, ma ha una marea di figli (lui dice che non avendo la televisione…ecc, ma quante volta l’abbiamo già sentita questa storia).

Forse è l’ultimo degli immortali, forse con lui se ne andrà la figura del consigliere, ora sostituita da internet (nel bene e nel male). Forse lo festeggeremo con un falò di riviste e canteremo una canzone triste di quelle che si sentono nei funerali irlandesi. Forse un giorno, meglio tardi.

Intanto visitate la sua libreria e non dimenticate di acquistare i miei libri (anche se si dimentica di consigliarli).

 

Libreria Ferrata

Corso Martiri della Libertà 39
25122 Brescia

 

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Questo cosa sarebbe?

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Sono stata un po’ stupida, lo ammetto. Aver pensato anche solo per un istante che lui, con le sue buone maniere e il suo vestito sempre in ordine, si fosse preso l’impegno di rendermi felice. Probabilmente, a modo suo, ci provava ogni singolo minuto della sua vita.

Se ne stava seduto al tavolo della cucina con una pila di documenti davanti agli occhi. Ne alzava uno e controllava lo schermo del computer portatile. Poi strinse le labbra e ripose il foglio in una cartelletta in plastica azzurra. Le lenti degli occhiali riflettevano lo schermo e non c’era nulla che poteva distrarlo dal suo compito.

Alle sue spalle la pentola in acciaio si ricopriva di uno strato di vapore che veniva risucchiato dalle fiamme del gas come in un continuo rincorrersi tra vita e morte. Chiuse la cartelletta e prese degli scontrini che aveva unito con una graffetta. Li dispose sul tavolo e si allungò per osservarli da vicino. Ne prese uno tra l’indice e il pollice e lo mise in controluce.

«Questo cosa sarebbe?»

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Aisha, la sposa bambina.

text3893Molti lettori del mio romanzo “il velo di Aisha” mi hanno chiesto maggiori delucidazioni sull’età della seconda moglie di Maometto.

Āʾisha bint Abī Bakr, in arabo: عائشة بنت أبي بكر‎, detta Umm al-Muʾminīn, “Madre dei credenti” (La Mecca, 614 circa[1]Medina, 13 luglio 678 o 677 o 679), è stata la figlia di Abū Bakr, primo califfo dell’Islam, e, in seguito, la più importante sposa del profeta Maometto.

Si dice che a insistere per il matrimonio era stata Khawla bt. Ḥakīm, moglie di ʿUthmān b. Maẓʿūn, che desiderava far superare al profeta lo stato di profonda prostrazione psicologica causatogli dalla morte dell’amata moglie Khadīja nel 619. La donna sollecitò quindi il matrimonio di Maometto con la ventisettenne Sawda bt. Zamʿa (rimasta vedova del marito, morto in Abissinia, dove s’era recato con la Piccola Egira); per motivi inizialmente politici organizzò anche il matrimonio del Profeta con la piccola ʿĀʾisha, figlia di sei anni del migliore amico del profeta. In ambito islamico si aggiunge che a determinare definitivamente il matrimonio con Muhammad fu una visione del Profeta dell’arcangelo Gabriele che gli comandava di sposarla (anche se non ne avesse avuto alcun desiderio). La tradizione sufi afferma che il movimento nacque da fedeli musulmani e compagni del Profeta (detti ahl al-ṣuffa, cioè “quelli della panca” perché aspettavano lavoro dagli imprenditori di Medina) che si riunivano per recitare il dhikr nella moschea del Profeta (di fronte alla stanza della moglie Aisha) a Medina.

Per questo motivo, Aisha, è considerata la donna più importante per la religione musulmana. L’età del suo matrimonio, con conseguente consumazione e nubi di polemiche, è abbastanza controversa.

Poiché ʿĀʾisha era ancora troppo giovane quando il contratto matrimoniale era stato perfezionato, il matrimonio fu consumato alcuni anni dopo, quando ʿĀʾisha avrebbe avuto nove o dieci anni. Nell’attesa, Maometto l’avrebbe fatta giocare con le bambole che la bimba aveva portato con sé. Questo matrimonio del Profeta non portò figli.

Secondo attestazioni di diversi ḥadīth, ʿĀʾisha aveva 6 anni in occasione del suo matrimonio formale e 9 anni al momento della prima consumazione[2] e fu con lui fino alla sua morte nel 632, mentre secondo qualche altro hadith ʿAʾisha aveva 7 anni quando contrasse il matrimonio e 10 quando lo consumò.

Secondo la maggior parte delle fonti, all’età di sei anni sarebbe stata data in sposa a Maometto che aveva circa 50 anni, divenendo la terza moglie e la favorita del profeta della religione islamica.[3] Una fonte la vuole invece sposata a 10 anni con consumazione a 15[4] anche se, con ogni probabilità, l’età di dieci anni deve essere riferita alla consumazione del matrimonio, non alla stipula del contratto nuziale tra Abū Bakr (tutore della figlia) e Maometto.

Vi sono comunque studiosi musulmani che sostengono che i dati riguardanti l’età di Maometto e di ʿĀʾisha siano contraddittori e che ʿĀʾisha poteva essere d’età alquanto maggiore[5][6]. In particolare la studiosa Ruqaiyyah Waris Maqsood, incrociando diverse fonti autorevoli, giunge alla conclusione che ʿĀʾisha avesse un’età compresa tra i 14 e i 24 anni, probabilmente 19, al momento del matrimonio[7]. Questa ipotesi è congruente col fatto che, secondo il più antico e più autorevole biografo del profeta Maometto, Ibn Ishaq, ʿĀʾisha era “nata nella Jāhiliyya“, vale a dire prima del 610[8], e che le tradizioni sull’età di 9 anni di ʿĀʾisha provengono tutte da Hisham ibn ‘Urwa, sulla cui affidabilità molto si discute tra gli stessi studiosi di ḥadīth, specialmente per quelli di provenienza irachena, sottilmente ostili ad ʿĀʾisha,[9] senza trascurare il fatto che, secondo lo storico Tabari, ʿĀʾisha sarebbe stata fidanzata addirittura prima del 610 a Jābir ibn Muṭʿim ibn ʿAdī, figlio di Muṭʿim ibn ʿAdī, capo del clan meccano dei Banū Nawfal.

L’età di ʿĀʾisha costituisce un problema particolare per molti non-musulmani contemporanei che deprecano il fatto che Maometto abbia avuto relazioni sessuali con una bambina, fatto che alla luce dei criteri morali contemporanei è ovviamente non accettabile ma che era conforme ai costumi del tempo.[10]

In particolare, Colin Turner, professore medievista e iranista della britannica Durham University, dichiarò che la consumazione del rapporto quando ʿĀʾisha era così giovane non era una cosa straordinaria in quell’epoca e in quella cultura. Le relazioni sessuali fra un uomo maturo e una ragazza assai giovane erano – e sarebbero tuttora – un costume diffuso fra i beduini, al pari di molte altre culture del mondo. Turner scrisse inoltre che in numerosi testi islamici si dice che gli Arabi raggiungessero la pubertà in un’età precoce.[11]

La studiosa finlandese Hilma Granqvist lavorò nel villaggio palestinese di Arṭās negli anni venti del XX secolo e raccolse dati antropologici rilevanti, studiando da vicino le tradizioni matrimoniali degli Arabi palestinesi, che erano e sono tuttora anche cristiani. Grandqvist aveva studiato le classi di età delle donne, parlando della fascia d’età di ragazze di 12-14 anni, “in età di matrimonio,”[12] identificata con l’espressione araba miǧwiz(i) o ʿezz ǧizte, parlando inoltre di quelle ragazze che “hanno un bimbo in grembo senza essere completamente sviluppate [fisicamente]”:[13] segno dell’età estremamente precoce in cui si tendeva a consumare il matrimonio.

 

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