Moby Dick

Questo non è un romanzo d’avventura, non è il racconto della caccia alla balena. Questo è un corpo a corpo con la scrittura e con l’affondo del maniaco nella propria follia. Il capitano Achab è la sua mania di vendetta sulla balena che gli ha mozzato la gamba.
Il romanzo è un continuo divagare come la nave perduta in balia dei venti, ma che alla fine ritrova la strada. Non è un romanzo semplice, forse neppure necessario. Ma è il racconto di Ismael e noi siamo tutti spettatori, come lui , della tragedia umana.

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Cormac e i suoi incipit

La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sottovetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato tra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno.

Questo è l’incipit di “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy. Il vecchio Cormac non ha mai vinto un premio Nobel, vive nel suo ranch e rifugge ogni modernismo social. Eppure è attuale, cinematografico nella scrittura e, soprattutto, il mio idolo letterario.

Per la bio vi rimando alla sua pagina di Wikipedia, perchè non ha Facebook, Instagram, Tik Tok o altro. Il suo è un contatto diretto con la pagina, con la natura e con la descrizione della scena. Ha scritto anche per il cinema e dai suoi romanzi sono tratti alcuni film notevoli.

Città della pianura invece inizia così

Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante facendo ondeggiare e ribollire il verde e il rosso sgargianti delle luci al neon, e le gocce pesanti danzavano sui tetti d’acciaio delle automobili parcheggiate lungo il bordo del marciapiede.

Oltre il confine, sempre nella trilogia della frontiera

Quando si spostarono a sud della Grant County, Boyd era un bambino e la nuova contea chiamata Hidalgo aveva solo qualche anno più di lui. Nella terra che avevano lasciato erano sepolte le ossa di una sorella e della nonna materna. La nuova contea era fertile e selvaggia. Si poteva cavalcare fino al Messico senza mai incontrare una staccionata. Portava Boyd davanti a sé sull’arcione e gli diceva i nomi di tutto ciò che vedevano, terra e alberi e uccelli e animali, in spagnolo e in inglese. Nella casa nuova dormivano in una stanza accanto alla cucina e la notte a volte stava sveglio e al buio ascoltava il respiro del fratello addormentato e gli sussurrava i progetti che aveva per entrambi e la vita che avrebbero fatto.

Oppure “La strada”

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava ad ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’oscurità.

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La lista dei libri da leggere nella vita

L’inserto “tuttolibri” de La Stampa ha pubblicato “Cento libri da leggere nella vita”. Sono innumerevoli le liste simili, ogni rivista, giornale, sito internet ne ha pubblicata almeno una nella vita. Prendo spunto da questo inserto per tenere traccia di un mio percorso personale. Escluderò quelli che ho già letto e quelli che non mi ispirano. Alla fine il risultato è un semplice elenco, in ordine storico, dei libri che vorrei leggere da quì all’eternità.

Edipo re. Sofocle

Pensieri. Marco Aurelio

La storia di Genji. Murasaki Shikibu

Il Principe. Machiavelli

Vita di Samuel Johnson. James Boswell

Illusioni perdute. Honorè de Balzac

Racconti di Pietroburgo. Nikolaj Gogol

Moby Dick. Herman Melville

Madame Bovary. Gustave Flaubert

Guerra e Pace. Lev Tolstoj

Phineas Finn. Anthony Trollope

Il ventre di Napoli. Matilde Serao

La signora Dalloway. Virginia Woolf

Berlin Alexanderplatz. Alfred Doblin

L’urlo e il furore. William Faulkner

Luce d’agosto. William Faulkner

Lo straniero. Albert Camus

Il lungo addio. Raymond Chandler

La pianura in fiamme. Juan Rulfo

Menzogna e sortilegio. Elsa Morante

Massa e potere. Elias Canetti

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Lettura veloce / Lettura lenta

La mia carriera da lettore è iniziata a sedici anni. Non che prima non avessi letto nulla, ricordo ancora “La vita di Pelè” come uno dei romanzi più entusiasmanti della mia giovinezza, ma non era una lettura da ricercatore. Oggi leggo per svariati motivi: per rilassarmi, per immergermi in un mondo esterno oppure per accrescere le mie competenze.

Ma la mia carriera da lettore consapevole è iniziata con “il nome della rosa”. Strano, da molti ragazzi è considerato un tomo pesante (e pedante) eppure a me, la storia di questo investigatore in saio è sembrata da subito appassionante.

Poi ho proseguito con letture di vario genere. Complice il professore d’italiano che ci obbligava a letture a dir poco rivoluzionarie: Aldo Busi, Dostojevsky, quella rottura enorme di Bacchelli e il suo mulino sul Po’. Con il tempo mi sono emancipato e ho cercato di alternare il divertimento puro dei gialli: King, Jeffery Deaver su tutti con altre letture più profonde. Il tempo passato assieme ai russi è stato indimenticabile e la grande scoperta degli autori americani: l’immenso Steinbeck e il maestro Cormac McCarthy.

In tutto questo alternarsi di letture anche il mio ritmo si è mutato. All’inizio ero lento perchè dovevo assimilare le nozioni in vista di qualche verifica scolastica e poi, terminata la scuola, ho accelerato il ritmo. Specialmente con i gialli riuscivo a fotografare mentalmente il periodo e farne un’immagine mentale senza bisogno di scandire ogni singola parola.

Per lettura rapida si intendono quelle tecniche che consentono di leggere velocemente un testo. Tali metodi possono basarsi sia sull’assimilazione con una sola occhiata di diverse parole e frasi, sia sulla lettura orientativa, ovvero lo scorrere rapidamente il testo cercando indizi che aiutino a farsi un’idea sommaria dei contenuti.

Da qualche anno mi sono accorto che questa modalità di lettura andava contro i miei stessi interessi. Effettuavo una semplice trasposizione del romanzo in un film che si svolgeva all’interno del mio cervello. Esperienza appagante e divertente ma che aveva un difetto. Si perdeva il peso delle parole. forse ci sono romanzi dove le parole non hanno un peso e le frasi sono semplici frasi, ma i grandi romanzi hanno proprio nell’uso delle parole la profondità di quello che vogliono comunicare.

Allora mi sono imposto una maggiore lentezza. Prendo il mio tempo per assaporare la frase, entro nella testa dell’autore e ne apprezzo gli sforzi. Così ho iniziato a capire dalle prime pagine se sarà un libro da leggere rapidamente o lentamente (si perchè alcuni gialli hanno una storia talmente avvincente che è quasi un peccato perdere tempo).

Gli ultimi due libri che ho letto con queste alternanze sono:

Joel Dicker – L’enigma della camera 22. Lettura veloce

Nicholas Mathieu – E i figli dopo di loro. Lettura lenta.

quest’ultimo lo consiglio molto caldamente!

Per approfondire c’è questo articolo interessante:

https://libreriamo.it/libri/giornata-mondiale-lentezza-7-vantaggi-leggere-lentamente/

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Viene da lontano il male?

Ora che ho la vostra attenzione vorrei parlare di un tipo di manipolazione psicologica altamente pericolosa. Una sottomissione lenta e crudele che si manifesta all’interno delle famiglie e per questo motivo viene spesso ignorata. Non lascia segni sulla pelle, non sanguina e non ci sono lividi da esporre come prova in tribunale.

Il gaslighting, o manipolazione psicologica maligna[1] in italiano, è una forma di manipolazione e violenza psicologica nella quale vengono presentate alla vittima false informazioni con l’intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione. Può anche essere semplicemente il negare da parte di chi ha commesso qualcosa che gli episodi siano mai accaduti, o potrebbe essere la messa in scena di eventi bizzarri con l’intento di disorientare la vittima. Gaslighting è una parola di origine colloquiale e la sua etimologia è spiegata di seguito, ma il termine è stato anche usato nella letteratura clinica.[2][3]

Il termine deriva da un’opera teatrale del 1938 Gaslight (inizialmente nota come Angel Street negli Stati Uniti) del drammaturgo britannico Patrick Hamilton, e dagli adattamenti cinematografici del 1940 e 1944 (quest’ultimo conosciuto in Italia come Angoscia). La trama tratta di un marito che cerca di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente, per esempio affievolendo le luci delle lampade a gas. La moglie nota questi cambiamenti, ma il marito insiste nell’affermare che sia lei a ricordare male o inventarsi le cose.

Inventarsi le cose!

Quante volte avete sentito un marito descrivere la moglie in questo modo.

E voi uomini, quante volte siete stati tentati da utilizzare questa frase?

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La vita disperata dell’edilizia

C’è una vita disperata nell’edilizia. Ve lo dico con cognizione di causa perchè l’ho frequentata per vent’anni. C’è uno stare male la domenica sera perchè sai che il giorno dopo sarà freddo e gelo (o caldo torrido a seconda delle stagioni).

L’edilizia si nutre di bassi istinti. Uomini che condividono per mesi lo stesso metro di cantiere, uomini che si ritrovano alle dodici in punto in trattoria con l’occhio fisso al cellulare. E’ un mondo duro, solo che l’ha frequentato può capire la pesantezza di certi lavori.

Conoscevo un ragazzo che non aveva voluto studiare, ma che neppure aveva voglia di lavorare. Semplicemente indolente a tutto se non al richiamo della bella vita. Questo ragazzo era figlio del titolare di una piccola azienda artigiana. Il padre, scaltro e furbo come pochi, aveva accumulato un piccolo patrimonio basandosi su piccole truffe (ai limiti della legge). Sperperava quasi tutto in auto, donne a pagamento e cocaina. Il figlio, da parte sua, non aveva altro modello che questo.

Il ragazzo amava il contante. Il fruscio delle banconote e della reazione che questo suscitava nelle persone che lo circondavano. Le ragazze lo trovavano carino perchè era sempre brillante e gli amici gli si attaccavano come cozze allo scoglio. La vita però reclamava un po’ di lavoro, almeno una parvenza. Si presentava quindi nell’azienda del padre a orari che variavano dalle 8 alle 10, Lunedì più spesso verso le 11 se aveva fatto serata. Il genitore sorrideva e lo lasciava fare, era o non era il predestinato?

Questo ragazzo non è una figura retorica per narrare la caduta dei valori occidentali, questo ragazzo è una persona in carne e ossa che ho conosciuto nei miei vent’anni nell’edilizia. Come lui ne esistono parecchi e suo fratello (perchè ha un fratello) è del tutto identico a lui. Quindi potrei dire che scrivere un romanzo sulla sua “deflagrazione” dovrebbe avere il timbro “tratto da una storia vera”.

Eppure Soldi facili non sembra una storia vera. Qualche lettore l’ha etichettato come “esagerato”, “poco realistico”. Per mia fortuna ho amici che hanno conosciuto il protagonista di Soldi facili e riconoscono nelle sue avventure tratti di vita reale, vita realmente vissuta.

Chiamo a testimoniare questo amici perchè la vita nel mondo dell’edilizia è più tragicomica di quanto possa sembrare.

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Come pubblicare un romanzo?

Se il titolo di questo post ti ha catturato l’attenzione significa che sei, in qualche modo, uno scrittore. Hai un romanzo nel cassetto, un manoscritto celato segretamente agli occhi dei parenti e non vedi l’ora di darlo alle stampe per accedere all’Olimpo degli immortali.

Calma e sangue freddo. Io sono dell’idea che ogni persona ha il diritto di scrivere la propria storia, di mettere nero su bianco le proprie idee e darle in pasto ai lettori. Però ci sono dei particolari da conoscere prima di immergersi in questa grande avventura. Per prima cosa dobbiamo definire per bene i concetti.

Non basta aver scritto un libro per definirsi scrittore, come non basta aver messo al mondo cinquanta figli per definirsi padre. Lo scrittore è quella persona che vive con l’unico scopo (o almeno uno dei suoi principali) di raccontare storie o di condividere le proprie conoscenze attraverso un testo scritto. Non farò differenza tra libro cartaceo o eBook, sono testi scritti e questo che caratterizza lo scrittore, ma ancora di più l’attitudine. Quindi se ti ritrovi in questa definizione pollice in alto e labbra serrate.

La pubblicazione della tua storia è, per definizione, la messa su testo a disposizione dei lettori. Puoi andare in una tipografia, stampare il tuo libro e regalarlo. Teoricamente hai pubblicato, ma lo sappiamo che non è così. Pertanto vado a puntualizzare la definizione aggiungendo un piccolo ritocco economico. La pubblicazione è la mezza su testo a disposizione di un pubblico pagante. Bando al naso storto! Se un lettore paga per leggere una storia significa che qualcosa di buono nel meccanismo di comunicazione c’è. Poi la tua storia può essere spazzatura e il lettore viene a suonarti il campanello per riavere i suoi novantanove centesimi, ma questa è una storia diversa.

Quindi, per come la penso io, se la tua storia è su un testo e un lettore paga per leggerla (senza minacciarti di morte per avere il rimborso) sei uno scrittore che ha pubblicato. Questo non ti mette sullo stesso piano dei mostri sacri russi o del buon King, ma un pizzico di orgoglio per questo traguardo te lo concedo. Potresti avere due lettori oppure un milione, sei un “pubblicato”.

Un mondo a parte riguarda le case editrici. Se tu ti hai finanziato la pubblicazione del tuo romanzo e hai incassato il ricavato delle vendite sei anche un piccolo imprenditore, uno scrittore imprenditore. Io credo molto nell’autopubblicazione, nella gestione di un proprio prodotto imprenditoriale perché in questo modo si può avere il controllo completo sulla filiera. Purtroppo c’è un gruppo di anziani seduti sulle poltrone di velluto che indossano maglioncini in cachemire che non la pensano allo stesso modo. Fumano la pipa e indossano calzini colorati, spesso verde petrolio o carta da zucchero e hanno la barba rada e disordinata. “Dicono sia un buon romanzo, ma si è autopubblicato”. Fumo di pipa e e occhi verso la libreria di legno.

La casa editrice è quel soggetto che crede nel tuo lavoro, investe del denaro e incassa il ricavato delle vendite. Riconosce all’autore un giusto compenso, a volte come percentuale sulle vendite, altre volte con un versamento unico. Investe sull’autore. La casa editrice vuole giustamente guadagnare, ci mancherebbe altro. Le più onorate investono anche su cause perse, tipo i poeti, molte volte per la convinzione di salvare la letteratura nobile dall’attacco del denaro ( e per salvarsi la faccia da quei tipi con la pipa e i calzini verdi).

Le case editrici si suddividono più o meno in tre categorie: Big, “le altre” e le EAP. Partiamo dal fondo: EAP significa Editoria A Pagamento. Se l’autore deve pagare la casa editrice per avere il proprio romanzo stampato allora, quella, non è una casa editrice. E’ una tipografia! (vorrei dire di peggio, ma il gatto mi ha mangiato il quaderno con gli insulti). Con questo non ne voglio più parlare EAP = male.

Arriviamo alle Big, i grandi nomi: Rizzoli, Mondadori, Sellerio, ecc. Quelle case editrici che hanno i libri sugli scaffali delle librerie e possono investire sugli autori e sulla loro promozione. Si potrebbe discutere per anni, ma in definitiva sono il bene. Se una di queste mi proponesse un contratto lo firmerei senza neppure leggerlo. Inutile fare gli snob, se arrivi in questa categoria hai sfondato. Poi magari vendi poco e quando proponi il tuo secondo lavoro ti chiedono se vuoi pulire i cessi per farti perdonare del tuo insuccesso, ma questo è un secondo argomento che per ora non voglio affrontare. Big = bene.

A metà si posizionano “le altre”. Tutte quelle piccole case editrici che lottano nel mercato, ricevono migliaia di manoscritti e devono decidere se “investire” nell’autore e sperare nel mercato. Di solito hanno degli editor che capiscono il valore di un romanzo già dalle prime 20 pagine, sono esperti e appassionati che possono sbagliare come tutti, ma nella maggior parte dei casi hanno il fiuto e comprendono al volo se uno scrittore è di valore oppure no. “le altre” sono il bene. In linea di massima pubblicano il libro in tiratura molto limitata (30-50 copie) e riconoscono all’autore un 7% sulle vendite pagabili a fine anno. Spesso sono cifre misere, ma la soddisfazione può essere enorme per l’autore esordiente.

Il lato negativo di queste piccole case editrici è la distribuzione. Per entrare in libreria ci si deve appoggiare ai circuiti di distribuzione, Messaggerie è uno dei top player del campo. Se la casa editrice non è in questo circuito sarà quasi impossibile che il vostro libro ammuffisca sugli scaffali della libreria del paese. Non che questo sia un male, ma è un dato di fatto. Quindi fate molta attenzione a questo aspetto se ricevete una proposta da una piccola casa editrice. Personalmente non credo molto nel libro sullo scaffale della libreria. Siamo soffocati da titoli e pensare al mio romanzo abbandonato tra “storia dei funghi lacustri” e “palpatine di sedere nei primi del Settecento” non mi rende l’autore più felice della terra.

A questo punto si torna al concetto di autore imprenditore; perché no! Credo nel mio lavoro, ho una preparazione in marketing e sono un tipo che pianifica? Bene. Io lo sono! Nella mia storia attraverso la mia passione ho evitato le EAP come la peste e ho sempre pubblicato da indipendente, tranne “Li distruggeremo” che ho affidato a una piccola casa editrice. L’ho fatto per avere il controllo sulla mia produzione, ma sempre tenendo aperta la porta a una big (nel caso…) E’ una strada dura e che richiede dedizione e competenze manageriali. Si deve vedere il proprio romanzo come un prodotto formato da storia, copertina, politiche di marketing, price placement e anche un po’ di Deep Learning (che non c’entra nulla, ma suona maledettamente bene).

Per aiutarti nella scelta ti sottopongo questo prospetto. L’utile medio in autopubblicazione è del 30%, considera che la correzione delle bozze, la copertina, il marketing è tutto a carico dell’autore. Il numero delle vendite è 300 pensato su tre anni (considera che parliamo di numeri parecchio importanti per il mercato italiano)

Piccola casa editriceAutopubblicazione
Prezzo di vendita                             15,00 €                           15,00 €
Royalty7%30%
Vendite                           300                        300
Guadagno                           315,00 €                     1.350,00 €

Infine ti lascio con questo pensiero del mio personalissimo mito.

*Per ultimo, prova a scrivere la miglior versione del tuo documento: quella che ti piace. Non puoi soddisfare un lettore anonimo, ma puoi rendere felice te stesso. Il tuo documento è per i posteri. Ricorda l’emozione che ti ha trascinato leggendo per la prima volta i testi che ti hanno ispirato mentre gioisci del processo di scrittura che compirà il tuo.

Cormac McCarthy

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Chi si ricorda di Second Life?

Second Life era nata il 23 giugno nel 2003 nelle mani di Linden Lab. Un mondo virtuale 3D che era divenuto la piazza più famosa dei primi del 2000 perché era una novità, una cosa mai vista prima, era il futuro. Qui si poteva vivere una seconda vita e ci si poteva dare una seconda possibilità, anzi, infinite possibilità. Chiunque avesse avuto il bisogno di evadere dalla vita reale, creandosi un avatar, poteva farlo e poteva provare ad essere qualcun altro; poteva stringere rapporti con persone nuove, nel tentativo per molti di sentirsi meno soli. Non a caso, Second Life è stato anche uno strumento di supporto psicologico, divenendo il primo caso di avatar therapy, quando, nel 2006, si aprì il Center for Positive Mental Health su iniziativa di un medico americano. Ma questa è una lunga storia.

In tempi non sospetti avevo scritto del codice per creare oggetti, ma poi la piattaforma ha perso interesse e sembrava morta e sepolta.

Oggi, Linden Lab rilancia Second life con uno scopo diverso: mettere a disposizione la piattaforma per coloro che vogliano socializzare e comunicare in maniera differente, in un momento in cui il lockdown è globale e il distanziamento sociale è un ordine. L’intento è soprattutto quello di rivolgersi alle aziende e alle organizzazioni, focalizzandosi principalmente sull’aspetto lavorativo e di studio. Uno strumento, quindi, per far incontrare lavoratori, professionisti, alunni e docenti.

Per comunicare pur non potendosi vedere e toccare “realmente” ci sono tante possibilità, lo sappiamo bene. Inutile citare Skype, Zoom o il non più pericoloso Houseparty: Second Life è, ancora oggi, effettivamente l’unica piattaforma tridimensionale, completa e organica, che, attraverso un PC e una normale connessione Internet, permette gratuitamente di tuffarsi nell’infinito universo Linden Lab.

Ecco il sito con cui Second Life si rilancia. E con questo chiudiamo: “abbiamo creato il portale perché ci sono state molte richieste da parte di studi professionali e clienti, che volevano un luogo sicuro e confortevole dove incontrare i loro partner commerciali. Del resto, questi sono tempi spaventosi. All’inizio ci siamo sentiti troppo opportunisti ma poi abbiamo pensato che in realtà stavamo fornendo un’ottima soluzione per coloro che in questo momento hanno un’esigenza che altri non riescono a soddisfare, non come può fare Second Life”.

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Lord Jim

Oggi ho terminato Lord Jim di Conrad. Un romanzo complesso, ma che può donare grande soddisfazione. L’autore usa un continuo spostamento di orizzonte narrativo e di voce narrante. All’inizio mi genera confusione, ma dopo un po’ diventa come una droga. L’ambientazione marinara, quasi piratesca, con le scene in Malesia decisamente eccitanti.

Conrad scrisse Lord Jim, riconosciuto come uno dei maggiori romanzi, capolavoro della letteratura mondiale, tra il 1898 ed il 1900, dopo Il negro del Narciso e Cuore di tenebra. Il romanzo, nato originariamente come un racconto breve, divenne in seguito molto più lungo nelle pubblicazioni periodiche sul Blackwood Edinburgh Magazine, che poi lo pubblicò in un unico volume nel’ottobre del 1900.

Conrad aveva accumulato molteplici esperienze, navigando per molti anni per gli oceani, tra paesi esotici e popolazioni indigene di ogni ceto sociale, e questa vasta conoscenza la mise a frutto nello scrivere le sue opere. Inoltre, varie furono le fonti a cui Conrad attinse per Lord Jim, ad esempio:

  • nell’agosto del 1880 il piroscafo a vapore Jedda, mentre attraversava l’oceano indiano con a bordo centinaia di pellegrini mussulmani, incappò in una violenta tempesta iniziando ad imbarcare acqua. Il capitano e l’equipaggio, credendo che la nave fosse prossima ad affondare l’abbandonarono, raggiungendo su una scialuppa di salvataggio il porto di Aden e dichiarando alle autorità competenti che il Jedda era affondato. Tuttavia, come descritto poi da Conrad nel suo romanzo, il piroscafo fu intercettato da un’altra nave che lo prese a rimorchio portandolo in salvo. Nell’inchiesta che seguì, al capitano ed al secondo ufficiale, un certo Williams, furono ritirate le patenti di navigazione per tre anni, ma Williams, la cui figura simile a quella di Jim ispirò Conrad (era anch’egli figlio di un parroco) non ebbe un analogo tragico destino e rimase, indisturbato e senza complessi di colpa, a lavorare a Singapore dove morì all’età di 64 anni.[1][2]
  • Jim Lingard, conosciuto come Tuan Jim, era un commerciante di forniture navali nel Borneo orientale, nella regione di Berau, sul fiume Pantai[3].
  • Sir James Brooke era un avventuriero e politico britannico, Rajah di Sarawak dal 1842[4][5][6].
  • Alfred Russel Wallace, autore del: Malay Archipelago, di cui Conrad lesse le opere, era un naturalista, geografo, biologo, esploratore e antropologo gallese e collezionista di farfalle[7] Il libro di Wallace venne stampato in dieci edizioni, l’ultima delle quali pubblicata nel 1890.[8]
  • Dall’opera Perak and the Malays, del maggiore John Frederick (Fred) Adolphus McNair, vengono inoltre i nomi di “Doramin”, “Tamb’Itam” e “Tunku Allang”[9].

Caratteristiche della narrazione di Conrad sono il principio costruttivo della “narrazione tran-testuale”, dello “straniamento” o “decifrazione ritardata” e del “ritardo nella spiegazione”: la prima riguardante la storia della vita di Marlow, come si svolge nei vari romanzi in cui è presente, da Cuore di tenebra a Lord Jim e poi l’epilogo in Destino, la seconda si ha quando un autore descrive un effetto ritardandone la spiegazione della causa mentre infine la terza, riguarda un avvenimento inatteso seguito da una falsa interpretazione ed infine da quella vera.

Lord Jim è un romanzo complesso dal punto di vista narrativo. Inizialmente, la storia è raccontata in terza persona da un narratore onnisciente. Quindi gran parte del romanzo viene narrata in prima persona da Marlow. Nel racconto di Marlow si inseriscono a loro volta le storie riferite da vari personaggi secondari (Brierly, un ufficiale francese, Gioiello, Tamb’Itam, Stein, Doramin, Brown…). Questa tecnica conferisce alla vicenda una molteplicità di punti di vista, con i vari personaggi che raccontano a Marlow le loro vicende in relazione a quelle di Jim.

Jim, il protagonista del romanzo, è un giovane ufficiale della marina mercantile inglese: egli sogna una vita di grandi avventure ed eroiche imprese. In seguito ad un incidente viene ricoverato in un ospedale in un porto orientale, abbandonando la comunità ideale alla quale bramava appartenere. Guarito, egli diventa primo ufficiale sul Patna, una vecchia fatiscente bagnarola che trasporta pellegrini musulmani in viaggio verso La Mecca.

Di notte e con una tempesta incipiente, la nave subisce una collisione con un oggetto galleggiante e una lamiera sembra prossima a cedere. Jim, colto alla sprovvista, è convinto che il Patna stia per affondare da un momento all’altro e incitato dagli altri componenti dell’equipaggio, il comandante e due macchinisti, abbandona codardamente la nave su una scialuppa di salvataggio.

Il Patna però non affonda, viene bensì rimorchiato da una cannoniera francese nel porto di Aden. Il comandante del Patna e gli altri accusati si dileguano. Jim no: è l’unico che si presenta e affronta il processo: gli viene revocato il brevetto di ufficiale. Pieno di vergogna e di rimorso per avere vigliaccamente abbandonato la nave, Jim non trova pace: passa da un lavoro all’altro, viaggia ramingo addentrandosi verso nuovi lidi dell’Estremo Oriente non appena la sua nomea viene rivelata.

Marlow, il comandante di una nave, che aveva assistito al processo e aveva cercato di aiutarlo, espone la sua vicenda all’ex-avventuriero Stein, ormai vecchio, titolare di una società commerciale a Samarang (porto di Giava). A Jim viene offerta la possibilità di recarsi a Patusan, un remoto insediamento di agricoltori originari di Celebes (Conrad si ispira probabilmente ad una zona del Borneo orientale), raggiungibile solamente risalendo un fiume. Il villaggio era soggiogato da forze antagoniste che si battevano per il potere e l’esclusività dei commerci: una capitanata dal Rajah Tunku Allang e l’altra da Sherif Ali, un predone, meticcio arabo: gli stessi temi, la risalita del fiume e il despota folle, presenti nel celeberrimo Cuore di Tenebra). Il giovane accetta, vedendovi la possibilità di riscattare il proprio onore e lasciarsi alle spalle una volta per tutte il passato.

A Patusan, Jim conquista la fiducia e il rispetto della popolazione, del capo del villaggio Doramin, e di suo figlio Dain Waris, aiutandoli a sconfiggere il predone Sherif Ali e a fermare le angherie del sanguinario oppressore della pacifica comunità. Qui, Jim, diventato presto una celebrità per il coraggio dimostrato, viene ribattezzato “Tuan Jim”, ossia “Lord Jim” e incontra una giovane donna, da lui chiamata “Gioiello”. I due si innamorano e Jim sembra ritrovare gioia e autostima. Marlow, recatosi a salutarlo, lo trova in apparenza felice: ma scopre che, nell’animo del giovane, rimane ancora qualche traccia di dubbio e di amarezza.

Un giorno il pirata Brown e i suoi uomini, a bordo di una goletta rubata, raggiungono Patusan con intenzioni di depredare e razziare il villaggio, ma, scoperti, vengono respinti e si asserragliano su una collina; Jim offre a Brown la possibilità di andarsene, malgrado il parere contrario di Doramin e degli altri sudditi, assumendosi, a prezzo della propria vita, la responsabilità della scelta, se qualcuno avesse un danno a subire.

Brown non tiene però fede alla promessa data a Jim, di andarsene cioè senza combattere, ma vuole invece dare una lezione ed una punizione al giovane, irritato dalla figura e dal portamento fiero di questo, così diverso da lui. Nella scaramuccia che segue, gli uomini di Brown uccidono Dain Waris, sotto gli occhi di Tamb’Itam, servitore di Jim, e poi fuggono con la loro goletta.

Gioiello e Tamb’Itam incitano Jim a partire o a difendersi dal giudizio di Doramin. Nonostante le esortazioni, Jim si rifiuta di fuggire e sceglie la morte per mano dell’affranto padre. Di sera egli cammina, disarmato e senza tradire emozione, fino a Doramin ed infine attende che questo lo uccida con un colpo di pistola.

Accettando di morire, Jim sceglie di liberarsi dai propri turbamenti interiori.

La goletta di Brown in seguito affondò; della ciurma si salvarono solo tre uomini a bordo di una scialuppa, tra cui Brown, che vennero poi raccolti, ormai allo stremo, da un piroscafo di passaggio. Due morirono per gli stenti sulla nave stessa, mentre Brown morirà poco dopo in seguito ad una crisi d’asma, non prima di aver rivelato a Marlow gli eventi di Patusan. Gioiello e Tamb’Itam, non potendo più vivere a Patusan per il loro stretto rapporto avuto con Jim, verranno accolti sotto la protezione di Stein.

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Oltre il confine

Fine anni ’30. La famiglia Parham si è trasferita in New Mexico, nella nuova contea Hidalgo, fertile e selvaggia, per sfuggire alla Grande Depressione. Billy ha 16 anni e suo fratello Boyd 14: nella terra che hanno lasciato sono sepolte una sorellina e la nonna materna, in quella che hanno trovato abbondano i sogni, i suoni, i profumi che i due ragazzi imparano a conoscere nei loro giorni di interminabili cavalcate da soli. In quell’inverno – freddo e grigio come pochi – i due si sono persino imbattuti in un lacero cacciatore indiano con un vecchio fucile che li ha obbligati a portargli del cibo di nascosto da casa loro, ma la notizia più emozionante per i ragazzi arriva quando il padre rivela a Billy e Boyd che sulle colline della contea c’è un predatore ancora più pericoloso: una lupa incinta che ha abbattuto già alcuni capi di bestiame. “Viene dal Messico. Ha passato il confine al San Luis Pass e ha risalito il versante occidentale delle Animas, è arrivata alla sorgente del Taylor’s Draw e poi è scesa giù, ha attraversato la valle ed è risalita sui Peloncilos. È venuta sin quassù nella neve”. L’unica cosa da fare è tirar fuori le vecchie trappole di Mr. Echols, un grande cacciatore che viveva vicino ai  Parham, e andarle a piazzare in montagna. Un primo tentativo va  vuoto, perché la lupa è furba e sa evitare le trappole. Billy è ossessionato da questa caccia e sempre più spesso sale in montagna da solo col suo cavallo, in cerca della lupa…
L’attesissimo secondo capitolo della Border Trilogy, dopo il successo mondiale di Cavalli selvaggi nel 1992, è ancora un romanzo di formazione, e ancora una volta vede dei ragazzi (prima solo Billy e la sua lupa tanto inseguita, poi Billy e Boyd in cerca di cavalli rubati e vendetta,  infine ancora Billy da solo alla ricerca del fratello) passare il confine tra Stati Uniti e Messico. Un attraversamento che è ovviamente una metafora (ben resa dal titolo originale The Crossing e tutto sommato per una volta anche da quello italiano Oltre il confine) e sancisce un passaggio all’età adulta che Cormac McCarthy vede e racconta come inesorabilmente doloroso. Regnano un cupo pessimismo, una malinconia struggente che fanno da controcanto ad atmosfere à la Jack London nella prima parte e a un plot più tipicamente western (anche se il romanzo è ambientato negli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale) con spruzzate di Hemingway – data l’ambientazione messicana – nella seconda e terza parte. Ma a dominare la scena non sono le storie o i personaggi: è lo stile di Cormac McCarthy, quella che Anthony Quinn sull’Independent ebbe a definire con singolare efficacia la sua “archaic grandeur”. Qui il gioco dell’autore di Providence se possibile si fa ancora più scoperto, e in alcuni momenti il lettore riesce come a vedere in trasparenza gli ingranaggi che muovono la macchina narrativa: il sintomo di un approccio meno spontaneo, più cerebrale, più di maniera? Forse. O forse no. La scrittura di McCarthy, si sa, è basata sulla laconicità dei dialoghi, privi di virgolette e quasi privi di notazioni quali “disse”, “aggiunse”, “rispose” etc.:  i personaggi sono estremamente parchi di parole, e nei silenzi e nelle pause che riesce a percepire quasi fisicamente il lettore è istintivamente portato a immaginare un mondo intero di non detto, di sottintesi, di emozioni. La domanda è: questo mondo nascosto tra le righe esiste davvero o stiamo cadendo in una trappola come quelle che Billy Parham e suo padre piazzano nei boschi del New Mexico? Forse il segreto di questo grande scrittore è proprio questo: lavorare talmente in sottrazione, distillare tanto severamente le parole da regalarci il minimo indispensabile da leggere. Per costringerci a leggere dentro di noi più che sulle pagine dei suoi libri.

<http://www.mangialibri.com/libri/oltre-il-confine&gt;

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