L’accordo.


Mancano tre minuti allo scadere e l’arabo è seduto al suo posto con la certezza di incontrare il vero titolare dell’operazione. Se l’immagina basso e grasso come Danny de Vito, ma con quel guizzo negli occhi di chi sta per calare l’asso.

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Non si aspetta certo Elena.

La ragazza entra nella stanza. Si è coperta il capo con un velo grigio e indossa una camicia bianca. I pantaloni neri lasciano scoperta solo una minima parte di pelle. Nel complesso è accettabile per la maggioranza dei musulmani del pianeta.

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«Mi chiamo Elena Finley e sono il comandante in capo di questa operazione. Salam aleik.»

Rajavi è seduto immobile. Le mani sulle ginocchia e lo sguardo sulla porta. Non vede un diplomatico o il comandante della trattativa. Vede solo una donna occidentale che lo affronta.

«Aleikum salam. Non so cosa la porta in questa stanza, ma deve esserci un errore. Io sto aspettando un uomo che porti la voce del vostro presidente e, mi permetta, trovo impossibile che mi si offra una donna a questo tavolo. Conoscete le nostre tradizioni e, se questo è uno scherzo, lo trovo di pessimo gusto.»

Elena non ascolta. Ha in mente una strategia che non ammette varianti, quindi va dritta al sodo. Si siede, appoggia le mani sul tavolo e fissa l’uomo.

L’aveva visto solo in fotografia e in poche immagini non era riuscita a farsi un quadro di Rajavi in carne e ossa. Ne aveva studiato la storia, il comportamento, il suo ruolo all’interno della struttura. Lo considerava il record di un database che teneva immagazzinato nel cervello.

Eppure è un uomo reale. La pelle bruna, la barba sottile e curata e gli occhi che sembravano traspirare l’aria del deserto. Elena cade rovinosamente in fondo a quello sguardo e si perde. Annega nelle dune e beve il the con il vento arido che le entra sotto il mantello. Scopre che la notte del deserto è fredda e il gelo penetra nelle ossa con il solo scopo di uscire all’aperto durante il giorno e infuocare la carne.

Poi, stordita da quell’istante, torna nella stanza.

44519479_2339164836126023_858261154391130112_n«O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Come vede mi sono coperta il capo e sono una donna dei credenti, possiamo parlare senza dare scandalo.»

Rajavi rimane fisso con le mani sulle ginocchia, in attesa di parole diverse da quelle che gli rimbombano nel cervello e alla fine cede.

«Conosco il Corano e mi stupisco che lei lo conosca così bene, ma lei non è musulmana. Possiamo essere certi di leggere il libro con lo stesso cuore?»

Elena sorride dentro, sente un primo punto a favore quando l’uomo accetta la sfida. Lei lo sta portando su un terreno insidioso e ci sarà da lavorare duro, ma almeno il contatto è avvenuto.

«Arash è un nome persiano, significa sincero e anche io voglio essere sincera con lei. Siamo seduti a questo tavolo per un solo risultato e questo ci porterà pace e gloria nei nostri rispettivi paesi. Lei mi chiede se sono credente? Il Corano dice “Allah non vi proibisce di agire con bontà ed equità verso coloro che non vi combattono per religione e non vi hanno scacciato dalle vostre dimore, poiché Allah ama gli equanimi”. Io non ti sto combattendo e sono venuta in pace.»

C’è come il tonfo di un mattone che cade nel fondo del fiume e che resiste sul fondo nonostante la forza delle rapide. Così sente Elena il peso delle parole che affondano nel cuore e nell’anima di Rajavi.

«Dopotutto è stato grazie ad Aisha se i detti del profeta sono arrivati fino ai giorni nostri e Aisha, se non lo sa, era una donna. Infine voglio ricordare che la vostra bandiera è proprio il velo di Aisha, la donna che diffonde la parola.»

Rajavi si alza, unisce le mani e inclina il capo in segno di saluto. Raggiunge la porta e si volta.

«Le chiedo solo dieci minuti di tempo e poi tornerò con una risposta. La mia saggezza ha il limite che il divino mi ha concesso.»

 

Elena vede le spalle dell’uomo che stanno scomparendo verso il corridoio e vorrebbe dire l’ultima frase che aveva memorizzato per la sua strategia, ma capisce che è inutile. Chiude gli occhi e cerca di ricordare ogni singola parola detta dall’arabo.

Tanto sa benissimo dove si è rifugiato il bravo musulmano. Rajavi è un credente, un fedele rigoroso e intransigente. Conosce i propri limiti e non vuole commettere errori, non nei riguardi di questa missione, ma nei confronti del proprio rapporto con il divino.

Il rapporto del fedele con Allah è una questione di primaria importanza. Si può sbagliare nei confronti degli altri esseri umani, ma con il divino è ammessa solo la verità e il massimo impegno.

 

Quando l’arabo torna nella stanza è più sereno. Elena unisce le mani e dice la frase che le era rimasta in gola.

«Saggio è l’uomo che si circonda di persone sapienti.»

Rajavi si siede, apre una valigetta di pelle marrone e ne estrae quattro fogli scritti in arabo. Li distribuisce sul tavolo e punta l’indice su quello con una serie di numeri incolonnati.

«Dottoressa Finley, io sono un uomo rispettoso e voglio sempre agire nel giusto. Sono chiaro e limpido, non le nasconderò che mi sono confrontato con il mio consigliere spirituale. Abbiamo parlato del Corano e siamo rimasti in riflessione il giusto tempo. Abbiamo pregato e cercato conforto nelle nostre preghiere. Ora mi sento puro e nel giusto, possiamo parlare e trovare la soluzione ai problemi dei nostri popoli. Siamo in pace con Allah.»

Elena prende il foglio scritto in arabo e lo fa scivolare verso Rajavi.

44548643_2339165032792670_3587212378460127232_n«Mi dispiace, ma non leggo l’arabo. Quello che faremo in questa stanza è scambiarci delle promesse, non ci saranno documenti ufficiali perché questo incontro non esiste. Siamo due clandestini che cercano la pace, ma non scriveremo nessuna parola in nome dei nostri popoli.»

«Lei mi ha citato Aisha e le sono grato, la mia famiglia la considera la protettrice dei nostri avi. Non le nego che il mio consigliere ha fatto molta fatica ad accettare il suo ruolo femminile all’interno di un nemico della nostra fede, ma come sempre il Corano ci è venuto in aiuto e dobbiamo ringraziarlo se ora parliamo di pace invece che di guerra.»

La ragazza cerca di non guardarlo negli occhi. Si concentra sul suo ruolo diplomatico, deve portare a casa il risultato e non c’è tempo per studiare il comportamento del suo interlocutore. Non c’è neppure tempo per valutare se quell’uomo, così lontano da lei per educazione e visione del futuro, sia interessante o affascinante.

«Arash, mi permetto di chiamarla come hanno voluto i suoi genitori, vorrei sigillare l’accordo sul punto fondamentale del nostro incontro e tracciare una linea su tutto il resto.»

Rajavi arrossisce dentro. Sente il cuore battere forte e le mani sudare. Quella donna lo chiama per nome e vuole prendere le redini dell’accordo. Nella sua vita ha avuto delle femmine, non molte ma tutte necessarie a colmare i suoi bisogni. Tutte hanno avuto una parte del suo cuore e del suo corpo. Nessuna ha mai trattato con lui.

«Il resto è parte della trattativa.»

Elena si alza. Guarda la porta e torna con lo sguardo verso il tavolo. I fogli sono scomparsi e la valigetta in pelle è appoggiata al fianco della sedia. C’è tutta la riservatezza di una stanza spoglia e senza fronzoli.

«Non esiste nessuna trattativa oltre l’accordo principale. Noi adesso torniamo nelle nostre stanze e comunichiamo ai nostri governi che l’accordo è fatto. Passiamo il resto della giornata contando le ore e poi torniamo alle nostre case. Che Allah ti protegga.»

 

La donna esce. Rajavi rimane solo nella camera dell’hotel di Sarajevo. Fuori scorre il mondo in perenne trasformazione. Ci sono motorini che sfrecciano per la strada e uomini che bestemmiano in tutte le lingue del mondo. Si consumano le tragedie di una vita senza senso e si perde il senso della vita stessa.

L’uomo si alza, si sistema la tunica e prende la valigetta. Guarda la stanza per l’ultima volta e chiude la porta. Il corridoio che lo deve portare alla sua camera è sporco di fango, ci sono gli americani e i suoi uomini armati fino ai denti che presidiano l’albergo. Percorre i pochi metri che lo separano dalla fine della sua missione quando sente un formicolio vicino al fianco. Estrae il cellulare e legge il messaggio.

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La valigetta cade a terra.

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