Perché Sarajevo?


44379800_2339164722792701_9072756029229367296_n«Per capire Sarajevo ci vuole un po’ di storia. In Jugoslavia, tranne Macedoni, Sloveni e pochi altri, la popolazione è di madrelingua serbo-croata. Ci sono tante minoranze il maresciallo Tito ha costruito la nazione assemblando serbi, albanesi, zingari, ungheresi. Una grande idea che ha resistito per molti anni.»

«Di tutta la nostra storia ci è rimasta quasi esclusivamente la lingua e questa viene sistematicamente violentata per farci apparire dei pazzi nazionalisti. Anche se quasi tutti parlano un ottimo inglese e siamo un popolo con lo sguardo all’estero, il mondo ci vede ancora come dei fanatici.»

«Questo per farvi capire che siamo tutti lo stesso popolo. Quello che Tito era riuscito a unire, la religione ha diviso. Noi ci capiamo tutti a meraviglia e sappiamo sempre da che parte viene il nostro interlocutore. Stessa lingua, stesso popolo. Io sono serba e non dovrei parlare in questo modo perché poi faccio la solita figura della nazionalista, ma è storia e alla storia non si può mentire.»

«Il ceppo serbo è il primo che ha abitato questa terra. Poi sono usciti i croati e infine i bosniaci. La religione ha creato la prima crepa perché i croati erano cattolici e i bosniaci musulmani. Se per i croati la svolta religiosa è avvenuta circa ottocento anni fa, per i musulmani il cambiamento è avvenuto più gradualmente. Attorno al quindicesimo e sedicesimo secolo sotto l’occupazione turca.»

«In pratica ogni musulmano ha la certezza di avere un avo che ha cambiato fede. D’altronde dovete pensare che cambiare fede, sotto l’impero ottomano, era l’unico modo per salire di stato nella scala sociale. Il contadino scendeva in città e poteva lavorare solo se musulmano, poteva andare a scuola e arrivare alle cariche più alte.»

«Parecchi musulmani, dopo la fine della guerra, si stanno battezzando come ortodossi. Diciamo che è il loro modo per tornare a casa, tornare nella storia.»

«Sarajevo è sempre stato un miscuglio di fedi. Anche sotto i turchi non c’erano le persecuzioni che si sentivano da altre parti. Se eri cristiano non ti succedeva nulla di male, ovviamente rimanevi nel tuo strato sociale. Anche sotto Tito c’era grande tolleranza, la religione era un fatto personale e spesso si creavano zone dove i musulmani erano in maggioranza, ma più per motivi di lavoro che altro.»

«I musulmani in Jugoslavia erano riconosciuti e si potevano dichiarare come tali nel censimento. Sarajevo era il posto di tutti, il posto della pace e del divertimento.»

«Avete mai sentito il nostro rock? La nostra musica è il miscuglio di tutto questo. Noi siamo comici per diritto divino e ci piace la vita. Ci piace mangiare, cantare e ridere. Siamo malinconici e sbruffoni.»

«Tutto questo funzionava a meraviglia prima della guerra. L’Europa veniva a Sarajevo per divertirsi. Avevamo il più alto tasso di menefreghismo del Mondo. Si beveva, si ballava e avevamo le donne più belle e più calde.»

«La situazione è cambiata. L’avanzata strisciante dell’Islam ci sta avvolgendo con lentezza, senza che la città se ne accorga. Ci sono donne con il Hijab, uomini con lunghe barbe e tuniche che passeggiano a tutte le ore e ci squadrano. Nell’aria si respira l’intolleranza, ma non sono i nazionalisti i cattivi. Ormai i nazionalisti sono rinchiusi nei loro circoli o, al massimo, si sfogano allo stadio. La società, lentamente, passa dal divertimento alla sharia.»

«Ma voi mi avete chiesto perché hanno deciso di fare questo incontro a Sarajevo? Volete il mio parere?»

«perché Sarajevo è sempre stato il luogo della tolleranza, del divertimento e della vita. Sarajevo ha inventato il concetto di multietnico ed è stato sempre coltivato con orgoglio. Poi è arrivata quella maledetta guerra e quell’Izetbegović con il suo carico d’odio. L’equilibrio si è spezzato e oggi è una città che vira verso la sharia. Non è stata una scelta casuale. Sarajevo è un modo di vivere e quelli ci vogliono mettere il marchio sopra.»

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