Leggendo “il mondo che vorrei”


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La festa, la festa.

Come avrete capito, all’epoca, ero un po’ sullo stile “me ne sto per i fatti miei”. Dire che mi vergognavo di vivere in cascina è forse azzardato, ma a tredici anni si vuole appartenere al gruppo più numeroso. Si cerca il marchio e vivere in cascina mi metteva dalla parte delle minoranze.

Come gli indiani.

Partecipavo poco e già il fatto di essermi iscritta al corso di scrittura mi impegnava parte del cervello, quella parte che volevo dedicare alla siesta sul divano. Pazienza, scoprii che scrivere mi piaceva. Non il gesto stesso, quanto il fatto di raccontare storie. Brevi racconti prima, poi provai a spaziare nei generi e più tardi mi sarei cimentata in qualche opera più impegnativa.

Ma c’era la festa e questa dovete sentirla.

L’Agosto stava finendo, poteva essere il trenta o il trentuno. Sentivo il profumo delle vacanze svanire e avvicinarsi l’adrenalina di una nuova scuola. Filippo mi aveva spiegato i trucchi per non farsi pestare i piedi: testa alta e umiltà. Ero un fenomeno a passare inosservata, ma non sapevo quanti occhi potevano avere i miei nuovi compagni.

“Il mondo che vorrei”

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