Il senso del tempo.


Non sento mai la sveglia.

Mario Sironi, Paesaggio urbano

Forse solo i primi anni della mia vita, sicuramente non da quando ho iniziato le elementari. A mia memoria non ricordo un solo giorno in cui la sveglia ha segnato il mio tempo. Mio padre si sveglia attorno alle cinque e mia madre, credo, alle sette. Siamo come le pale di un mulino, partiamo in momenti differenti, ma ruotiamo tutti attorno a un solo centro.

«Si chiama ritmo della vita,» dice spesso Zafar quando ferma il suo furgone nel parcheggio e scarica le sue merci. I ragazzi che aspettano l’autobus oltre il fiume a volte lo prendono in giro. Dicono che si è giocato il cervello durante la guerra in Oriente, ma sono voci di ragazzi. Zafar ha sempre il senso del tempo in testa, come se possedesse un orologio invisibile. Arriva con il suo furgone alle sei, scende e rimane immobile per dieci minuti fissando il fossato che delimita la cascina. Per altri dieci minuti rimane in ginocchio e si soffia il fiato sui palmi delle mani.

Non un secondo di meno, non un secondo di più. Un giorno gli ho chiesto se aveva qualche particolare segreto, qualche strano trucco ereditato dai suoi avi persiani.

«No giovane Aurora,» mi ha detto annusando l’aria e rimanendo a quattro passi da me. «L’ossessione di misurare il tempo è antica quanto il tempo stesso. Anche io alla tua età avevo un piccolo orologio, uno di quelli con il quadrante a cristalli liquidi e con il pulsante laterale che illuminava i numeri. Lo tenevo con grande rispetto perché era un regalo di un vecchio zio e nella nostra terra i regali sono importanti.»

<Il mondo che vorrei>

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