I racconti del nonno: lo stupore


Torna il nonno e il suo racconto. Questa volta è il momento del magico Zaprud.

Lo stupore

C’era questo mago che arrivava ogni inizio Estate. Il paese dove sono cresciuto aveva una piazza piccola e stretta, ci stavano al massimo cinquanta persone pigiate, ma quando arrivava il mago si riempiva anche sui lati e i bambini più piccoli salivano sulle spalle dei genitori.

Scheggia, il mio amico, diceva che come mago non valeva niente. Un po’ aveva ragione. Arrivava sempre di mattina e si sistemava al tavolino del bar in compagnia dei suoi due assistenti. Lo zoppo e la Valeria, che poi abbiamo capito che doveva essere la sua fidanzata. Bevevano una bottiglia di spuma e preparavano gli attrezzi per lo spettacolo.

Il mago veniva al nostro paese a fine Giugno e prima di Natale. Lo spettacolo era più o meno sempre lo stesso. Faceva dei giochi con le carte, trucchi con l’acqua e il solito coniglio che usciva dal cappello. Scheggia e io avevamo visto già otto spettacoli e conoscevamo a memoria ogni parola che diceva.

Le carte erano segnate, l’acqua finiva in un bicchiere e il coniglio usciva dal sottofondo nel cappello. Eppure tutti applaudivano sempre. Ci faceva qualche moneta, poi passava al paese oltre la collina.

Quell’Estate però faceva più caldo del solito e le donne giravano con il fazzoletto bagnato nei capelli. Le mosche avevano appeso un cartello vicino allo stagno con scritto “ci vediamo tra qualche mese”. Insomma si bolliva.

Il mago aveva sempre lo zoppo e la Valeria, ma si era procurato un vestito nuovo. Quello nero, ormai, si era ingrigito e l’aveva barattato con un completo bianco. Solo il cilindro rimaneva nero lucido.

La piazza era gremita. Il fornaio aveva lasciato aperta la vetrina per dare spazio anche ai parenti che non riuscivano a prendere posto. C’erano tutti, anche il sindaco con la moglie.

Zaprud, questo era il suo nome, si era dato una bella ripassata di nero sui baffi e sembrava più giovane e serio. Iniziò con i giochi di carte, un numero nuovo che non conoscevo. Scheggia mi disse nell’orecchio:

«Sarà stato a un corso di magia, questa è tutta roba nuova.»

Gli tirai una gomitata nel fianco e puntai il dito sullo zoppo che rimaneva seduto sul baule. Zaprud indovinò il nome della zia Evelina, lesse nel pensiero di Arturo e sputò fuoco dalle maniche. Stavolta era roba veramente buona.

Calarono le luci e una musica registrata suonò il rullo di tamburi. Ci fu un lampo nel cielo e chiusi gli occhi. Quando li riapri al mio fianco non c’era più Scheggia, non c’erano più neppure i miei genitori. A dirla tutta non c’era più nessuno. La piazza era vuota.

Solo Zaprud il mago e io.

Scese dal palco, si avvicinò e mi diede la sua bacchetta nera con la testa bianca. Mi schiacciò il cilindro sulla fronte e roteò le mani davanti ai miei occhi. Ero immobile, congelato e spaventato; eppure respiravo con una calma del tutto nuova.

«Guarda in cielo,» mi disse. Alzai gli occhi e vidi due comete sbiancare la notte, incrociarsi e perdersi dietro le montagne. Sulla luna apparvero due occhi, un naso e una bocca. Mi sorrise e si tuffò nel lago alle mie spalle.

Ero senza parole.

Zaprud si riprese il cilindro e la bacchetta. Schioccò le dita davanti ai miei occhi e, di colpo, tutta la piazza tornò a riempirsi di persone. Scheggia al mio fianco e i miei genitori con la bocca aperta.

«Che roba,» disse mio padre. «Un secondo fa era sul palco e ora è tra di noi. Zaprud è un grande mago.»

Risi, alzai le braccia e mi unii al fragoroso applauso. Volevo dire a Scheggia quello che avevo visto, ma lo stupore era tale da non lasciarmi dire nulla.

Il mago terminò lo spettacolo con il trucco della donna segata in due. La sua assistente, Valeria, ci salutò agitando il piede e io, quasi per istinto, guardai in cielo alla ricerca delle due comete.

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