Masterpiece #6: Secondo esercizio


Amore alla mostra canina

Si amavano alla follia. O meglio, lui l’amava alla follia. Lei neppure lo notava per via di quel suo cane sbrindellato e senza pedigree. L’aveva trovato in un canile quel giorno in cui aveva deciso che di donne e motori non ne voleva più sentir parlare. Cane, ci vuole un cane si era detto avanzando sull’acciottolato con tutti i bastardi che lo guardavano. In quel momento, esattamente diciassette mesi dopo, si era pentito di non aver speso qualche migliaio di euro per una bestia di razza. Una razza qualsiasi, un qualsiasi cane purchè gli fosse servito a farsi notare dalla ragazza.

Fausto camminava impettito, come uno che si fosse messo in testa che mangiare una tonnellata d’amido servisse a farlo apparire nobile. I cani abbaiavano a ritmo, seguendo la canzone che usciva dall’impianto stereo del padiglione Ovest. Cani a sbuffo, cani toro e acciughe di pelo. Non conosceva le razze, voleva solo vedere la ragazza. Un giudice di gara lo affiancò e gli picchettò il frustino sulla spalla, stava entrando nella zona dell’esibizione e non aveva il suo animale. Annuì e prese la direzione delle tribune.

La ragazza era calma, avanzava con il suo cane a sbuffo. Fausto non conosceva il nome della razza, avrebbe dovuto perchè poteva aiutarlo a fare colpo, ma era pigro e amava improvvisare. Il giudice fischiò e la ragazza fece il giro dell’arena con il cane al piede, quello era l’unico termine che Fausto aveva imparato. Altri cani seguirono, tutti a sbuffo con i loro padroni eleganti e concentrati. Uno con i baffi a manubrio, uno con la bombetta che sembrava estinta da secoli e una donna secca e ispida come un coltello arrugginito.

Fausto aveva pazienza, si accontentava di poco. In cuor suo sapeva che quella ragazza non l’avrebbe notato così, solo sugli spalti e senza una bestia al piede. Estrasse il cellulare e scattò una foto con lo zoom. Puntò direttamente alla ragazza senza fare finta di fotografare i cani, forse avrebbe attirato il suo sguardo. Incautamente si sporse sulla balaustra e andò a picchiare la punta dello stivale nella schiena di uno spettatore, questi non si mosse.

La ragazza uscì dall’arena, accarezzò il cane e gli passò un biscottino con la mano. Fausto avrebbe mangiato mille e mille volte quel biscotto solo per annusare il polso della padrona. Michela o Micaela, ancora non sapeva il nome esatto, abitava a pochi chilometri dal palazzetto. Fausto si era annotato l’indirizzo sul palmo della mano, ma quando era tornato a casa per trascriverlo l’inchiostro era svanito. Era tornato due volte a vedere l’abitazione della ragazza, poi aveva rinunciato per la paura di sembrare un molestatore. Lui l’amava, ne era sicuro. Sul campanello era scritto soltanto il cognome e una M, quindi il suo dubbio rimase tale.

Michela o Micaela portò il cane dietro un bancone di legno dove quattro giudici lo misurarono, fecero si con la testa e lasciarono che la coppia uscisse senza un trofeo. Fausto la seguì, cercando di non farsi notare, fino alla Smart rossa, si allacciò la scarpa attendendo che il cane finisse nel bagagliaio e si avvicinò.

Michela, perchè questo era il suo nome, vide arrivare un gigante con i capelli neri. Strinse la borsetta, aprì la portiera e rimase con una scarpa sul predellino. L’uomo aveva gli occhi scuri, il maglione a girocollo marrone e una giacca di velluto nera. Bello pensò togliendo la scarpa dall’interno della Smart. Bello e non pericoloso. L’istinto le suggerì di sorridere e Fausto si bloccò di colpo. Nessuno dei due era uscito di casa con l’idea di incontrare qualcuno di così diverso.

La ragazza rivide la scia di pettinati e ben vestiti che l’avevano salutata all’interno del palazzetto. Isolò l’immagine del gigante e si stupì immaginandosi tra le sue braccia. Fausto, semplicemente, non vedeva altro che lei da quarantasette giorni. Prese coraggio e avanzò. Tolse il pacchetto rosso con il fiocchetto azzurro dalla tasca della giacca e lo depositò nelle mani della ragazza. Michela arrossì, abbassò lo sguardo sul pacchetto e sulle mani dell’uomo. Nessuna traccia di anelli. Una scossa partì dalle spalle e si schiantò sulle caviglie, era elettrica e calda allo stesso tempo.

Fausto sorrise. Indicò il pacchetto con l’indice e disse con un filo di voce: “per voi”. Michela alzò gli occhi senza muovere la testa. Che gentile, pensò, mi da del voi come fossi una damigella. Se solo sapesse. Aprì il pacchetto, tolse il coperchio di cartone e rise in silenzio. Capì il “voi”.

“Ora macho dorme, ma gli piacerà di sicuro. Gli regalano sempre dei collarini con le perline che lo fanno sembrare un cane, come dire, un po’ frivolo. Finalmente qualcosa di maschio.”

Fausto appoggiò le mani sulle nocche di lei. Si era preparato una specie di discorso, due pagine all’origine poi ridotte a una. Tutte le parole rimasero avvinghiate nella gola, la corrente sprigionata dalle loro mani unite superava ogni barriera. Michela si presentò, raccontò di quanto le piaceva il suo cane e di come quelle gare fossero solo una perdita di tempo. Parlò infiniti minuti solo per arrivare a farsi invitare a cena. Parlò come una mitraglia, ma un solo pensiero le girava in testa come una vespa con il fiore.

“Finalmente qualcosa di maschio”

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