Masterpiece #5: Primo esercizio


Era una notte buia e tempestosa.

Alberto era uscito da casa con la scusa di andare a bere un caffè, ma in realtà voleva mettersi alle spalle le urla di sua moglie. Guidò per un paio di isolati senza pensare alla strada con il solo pensiero di dove avrebbe passato la notte. Non poteva darla vinta alla donna, magari aveva anche ragione, ma crollare ora significava perdere punti nel rapporto di coppia. Attraversò il ponte sul fiume, svoltò a destra e prese un vicolo stretto che costeggiava il Mella. Aumentò la velocità dei tergiscristallo e con le dita su pulì le lacrime che gli impedivano di vedere la strada. La radio trasmetteva le notizie dal mondo, cambiò più volte canale fino a spegnerla del tutto.

Il fiume bolliva a pochi metri, non ricordava un restringimento degli argini in quel punto. La strada era diventata stretta e dissestata. Schivò una buca piena d’acqua e si fermò davanti a una rete metallica. Strada chiusa. Alberto si vantava di conoscere ogni buco di quella città, ma quel posto non gli diceva nulla. Cercò un punto di riferimento, inutile. Doveva semplicemente fare manovra e tornare da dove era arrivato. Scese dall’auto, si schiacciò la cuffia di lana sulla testa per ripararsi dalla pioggia e si avvicinò alla rete metallica. C’era un minimo spazio per fare manovra, ma doveva farsi spazio in direzione della rete. Fece luce con il display del cellulare e trovò un punto dove le maglie erano troncate di netto, assomigliava vagamente a una porta. Spinse creando un varco ancora più largo, ci passavano almeno due persone, ma non la sua auto. Diede un calcio alla base e la rete crollò come svenuta. Avanzò di qualche passo verso l’interno per assicurarsi che non vi fossero intralci per la manovra.

Il terreno cedette sotto i piedi e Alberto scivolò per qualche metro. Con i pantaloni fradici, le scarpe sporche e le mani infangate si rialzò. Guardò il cielo. Non si sapeva orientare con le stelle, ma quel gesto lo calmò dall’agitazione che lo stava prendendo. Era sotto il livello della sua auto di cinque metri e non aveva appigli per risalire. Davanti a lui si stendeva uno spiazzo nero e oscuro, sentiva solo odore di fango e foglie marce. Fece qualche passo alla ricerca di un bastone o di qualche soluzione che gli permettesse di tornare in alto. Doveva sentire almeno il rombo di qualche camion in quel punto e invece sciabordava il silenzio del fiume in lontananza.

Alberto cominciò a sentire freddo. Non aveva molte alternative, doveva trovare un punto di risalita. Attraversò un piccolo rivolo d’acqua e si fece spazio tra due arbusti. Aguzzò la vista, quello che vedeva a pochi metri da lui non era un rovo o uno strano animale intento a divorare la preda, era una figura umana. Cercò in tasca le chiavi di casa e le strinse, se doveva picchiare almeno avrebbe avuto del ferro tra le mani.

L’uomo era di spalle, seduto sui talloni e con lo sguardo fisso sul terreno fangoso. Alberto si avvicinò. Prima un passo silenzioso, poi un secondo più rumoroso. L’uomo non si mosse, fissava le mani e muoveva la testa come se parlasse da solo. Altri passi e dalla figura emersero nuovi particolari. Il buio si incollava sull’uomo e ne svelava solo i contorni.

“Ehi tu”, disse Alberto stringendo le chiavi nel pugno. L’uomo non si mosse. Teneva tra le ginocchia un barattolo metallico e ne fissava il contenuto. Con una mano mescolava, con l’altra batteva a ritmo sulla coscia. Alberto si avvicinò. Avrebbe fatto a meno dell’attenzione di quel barbone, ma vedeva in lui l’unica luce per tornare a casa. Lo chiamò una seconda volta senza ottenere risposta. Gli arrivò alle spalle e vide il barattolo arrugginito.

L’uomo mescolava con un cucchiaio di legno un liquido viscoso e nero. Alcune palline più chiare emergevano e affondavano come radici nel brodo. Depose il cucchiaio e prese un filo di ferro da terra, puntò con attenzione e infilò una palla. Il globo bianco uscì dal liquido ancora gocciolante, l’uomo leccò la superficie e Alberto rimase senza respiro. L’idire azzurra dell’occhio infilzato fissava nel vuoto. L’uomo ingoiò senza masticare, il gozzo deglutì con un suono bagnato.

Alberto indietreggiò, lasciò la presa delle chiavi e strinse i pugni. L’uomo si alzò e senza voltarsi scosse la testa. “Chi sei?” La voce del barbone era rauca e profonda come il coro di una sirena inchiodata sul fondo dell’Oceano. Alberto voleva rispondere, ma le parole non si componevano nella mente. Un tuono si schiantò a destra. L’uomo lasciò cadere il barattolo e si voltò. Tre globi bianchi rimbalzarono al suolo e la scarpa del barbone ne schiacciò uno.

L’uomo aveva le orbite vuote, mancava di tutto. Dove un tempo c’erano occhi ora due grotte nere sembravano fissare e giudicare Alberto. Un tuono a sinistra.

“Perchè mi disturbi? Perchè non sei a casa tua?”

Alberto si girò e corse lontano. Da qualche parte, dietro i due arbusti doveva esserci una salita, un monte di fango e foglie. Scivolò, cadde e si rialzò. L’uomo era ancora davanti a lui, con le unghie gialle e ricurve. Alberto fece un passo verso destra, ma la scarpa cedette e si trovò nuovamente a terra.

“Vieni a casa mia, non ti presenti e mi disturbi mentre sono a cena. Cosa pensavi di fare? Venire a rubarmi il cibo? I miei fratelli hanno cercato a lungo il mio rifugio, mi hanno scatenato contro le forze del sole. Illusi.”

Alberto pensò a una via di fuga. Doveva pensare velocemente, ma la vista delle orbite vuote e il ricordo degli occhi azzurri nel liquido gli fecero l’effetto di una nebbia nel cervello.

“Io mi sono perso,” disse alla fine stremato.

L’uomo rise. Infilò le mani in tasca e abbassò la testa.

“Tutti siamo persi. Vaghiamo alla ricerca di qualcosa e quando pensiamo di averlo trovato è semplicemente uno sbaglio. Siamo un cerchio che gira e crediamo di starcene al centro, invece siamo un raggio. Tutti ci siamo persi, ma se davvero non vuoi il mio pasto puoi andartene. Dirò a chi ti cercherà che non sei mai passato.”

Alberto non capì una parola, ma vide alle spalle dell’uomo una piccola salita. Alzò lo sguardo e riconobbe la sagoma della sua Golf. Il barbone si spostò e indicò con il mento la salita.

“Vai adesso, il tuo tempo è ancora lontano. Il mio cibo non è ancora pronto e non ne mangerai finchè la luna avrà il suo popolo. Ti sei perduto su questa vita e mai ne tornerai al principio. Vivrai, ma di una vita che è poca cosa. Vivrai meno intensamente di un verme, meno profondamente del suolo che ora calpesti. Vivrai una cosa piatta e secca che ti ostinerai a chiamare vita. Ti sembrerà lunga, sarai un vecchio stupido e arrogante, ma alla fine chiederai ancora un giorno e quel giorno ti verrà negato.”

Alberto camminò a testa bassa fino alla salita e trovò la strada per la sua Golf. Si voltò verso l’uomo e pianse.

“Non piangere. Quello che hai visto oggi sarà l’immagine più bella di quello che ti ostinerai a chiamare vita.”

Accese l’auto, fece manovra e trovò la strada di casa. Sua moglie dormiva sul divano e non si accorse di lui. Andò in bagno, si spogliò e si guardò allo specchio. L’occhio destro da marrone era diventato azzurro. Aveva trovato la strada di casa, ma si era perso per sempre.

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