Masterpiece #4. Secondo esercizio


La signora Bruscolotti

Il pullman si fermò all’autogrill fuori Firenze. Erano in viaggio ormai da qualche ora e c’era nei più il bisogno di fermarsi. Lo stop era programmato da tempo, da quando era iniziata la serie non si osava interrompere il flusso magico degli avvenimenti. Partenza dai mercati generali, sosta fuori Firenze e arrivo tra gli altri tifosi che già aspettavano al parcheggio. Il flusso era ormai rito, anche gli altri gruppi conoscevano la regola e nessuno osava infrangerla.

Scese per primo Calogero, alzò la cerniera della felpa e guardò a destra e a sinistra. Via libera. Questo era un punto fondamentale, poi potevano scendere gli altri in qualsiasi ordine, l’importante era la chiusura del gruppo. L’autista guardò nei sedili di fondo e vide che la signora Bruscolotti si era addormentata. Chiamò uno dei ragazzi che stavano attraversando il piazzale e indicò il retro del pullman. Gennaro, il figlio minore della signora Bruscolotti, salì a svegliare la madre.

Si addormentava ogni volta che usciva dai confini di Napoli, fosse in automobile, in treno, in aereo o in pullman. Fedele a un copione si alzò, mise il ventaglio nella borsetta, sistemò la gonna e controllò la chiusura del braccialetto.Il figlio fece strada e l’accompagnò in bagno. I compagni di viaggio stavano già uscendo dall’autogrill con le sciarpe al collo quando la videro all’interno delle vetrine. Partì un “Forza Napoli” dalla gola di Calogero e subito si unirono tutti al coro. La signora Bruscolotti salutò con la mano e fece cenno ai ragazzi di tornare sul mezzo.

Il figlio pagò il caffè, versò lo zucchero nella tazzina e attese che la madre scrutasse i fondi. La signora Bruscolotti roteò le ultime gocce e guardò lo zucchero rappreso. Abbassò gli occhi e sospirò.

L’autista mise la freccia e partì per l’ultima tappa, lo Juventus Stadium di Torino. I tifosi del Napoli sentivano la trasferta come un cappio al collo. Calogero si ricordava tutti i risultati degli ultimi trentacinque anni, lo chiamavano “’o computer”, ma era dai tempi di Maradona che non si vedeva una serie di risultati positivi come in quel magico Febbraio. Poche ore e avrebbe avuto la conferma della sua teoria. Si stringeva le mani e sentiva già l’odore dell’erba umida affollargli le narici. Tutto dipendeva da una teoria e da un rito.

La signora Bruscolotti appoggiò le braccia allo schienale. Fuori dal finestrino non si vedeva più la sagoma del Vesuvio da tempo e quel camino fumante le mancava. Solo capannoni e campi. Come faceva la gente a vivere in quelle costruzioni di cemento con tutti quei camion non sapeva spiegarselo. Per lei la vita erano i suoi vicoli, il profumo della pizza vera, non quella che rifilavano ai turisti. Le mancava tutto questo e malediceva il giorno del suo primo si; quella volta che aveva accompagnato il figlio Gennaro a vedere il Napoli. Erano ormai passati tre mesi e da allora la squadra non aveva perso una partita. Due pareggi e poi tutte vittorie, anche a Cagliari con quel bel mare azzurro e quel vento frizzante sulle spalle. Aveva visto tutte le partite, tutte con lo stesso rito. Partenza dai mercati, pisolino, fermata all’autogrill e saluti dei tifosi.

Calogero fischiò forte e i tifosi iniziarono il coro. Quel canto su Maradona e la mamma che intonavano ad ogni arrivo alle porte della città. Il rito era anche in quel canto, non si rompeva la tradizione. Calogero prese la sciarpa e la mise al collo della signora Bruscolotti che sorrise. Tutti speravano nel rito, nella loro portafortuna.

La signora Bruscolotti salutò con la mano i tifosi oltre il finestrino. Mostrò la sciarpa e la mano. Una distesa di pullman era parcheggiata fuori dallo stadio. I tifosi saltavano e urlavano come morsi dalle formiche rosse. La donna guardò l’orologio, sospirò e attese che l’autista fermasse il mezzo.

Di cinquemila napoletani, la signora Bruscolotti era la sola a sperare nella sconfitta del Napoli.

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