Masterpiece #4: Primo esercizio


Fuga dal carcere

Il rumore arrivò di colpo. La torre di guardia del lato Est andò in fiamme sprigionando una colonna di fumo nero. L’allarme risuonò per tutto il cortile del carcere e il comandante della squadra d’emergenza si infilò gli stivali che teneva ai piedi del letto. Il suo turno doveva durare ancora dieci minuti, ma preferiva prendersi cura del problema direttamente e in cuor suo ringraziò il cielo che il problema non fosse capitato al suo sostituto.

Calogero corse in direzione delle fiamme. Fischiò in direzione del pompiere e gli indicò un punto alla base della torre di guardia. I quattro componenti della squadra speciale si disposero ai lati della pompa e controllarono pressione, portata e getto dell’acqua. In pochi secondi il fumo passò da grigio a nero, le fiamme si placarono e la squadra speciale si avvicinò alla torre. La guardia era inginocchiata con il fucile tra le mani, si reggeva a stento, ma era vivo. Tossiva e lacrimava.

Il comandante della squadra si calò la visiera del casco sugli occhi e penetrò nel fumo. I compagni lo seguirono, tranne uno che rimase fermo sull’ingresso della torre. Era tutto nero, ma le fiamme stavano morendo e la struttura in acciaio non era stata danneggiata. Calogero alzò il braccio e i compagni si fermarono. Avanzò lentamente e percorse il corridoio di collegamento tra l’ingresso e il muro esterno. Alle sue spalle l’agente Morelli sparò un getto di polvere contro un varco nel cemento, il fumo si spostò. La testa metallica di un velivolo aveva fatto breccia nel muro e si era schiantato contro uno dei serbatoi. Le pale dell’elicottero erano piegate e ostruivano il portello del pilota. Calogero attese di avere la strada libera e si avvicinò, nessun essere umano alla guida. Morelli diede il segnale di via libera e sparò un secondo getto di polvere su tutto l’elicottero.

Kobayashi chiuse il rubinetto della doccia, si asciugò e si diresse verso l’armadio in metallo. Strappò il nastro isolante che teneva incollata la chiave al fondo e lo aprì. Prese camicia a righe, pantaloni navy, cravatta grigia. Si pettinò con i palmi delle mani, sorrise. Chiuse l’armadio e solo il cigolìo delle cerniere lo bloccò per un secondo. Respirò profondamente e indossò la giacca. La suola delle scarpe scivolava sul pavimento dello spogliatoio, per non fare rumore provò a camminare sui tacchi. Funzionò.

Raggiunse la sala colloqui. La guardia lo salutò toccandosi la visiera del cappello. Si fermò davanti al tavolo del controllo. L’uomo si grattò la barba e indicò dove doveva firmare. Kobayashi tracciò un segno indecifrabile e alzò le spalle quando l’uomo borbottò qualcosa riguardo alla calligrafia.

Calogero tornò verso il punto di raccolta della squadra. Un punto tra l’uscita dei dipendenti e la mensa dove si era accordato di ritrovarsi con i compagni alla fine dell’emergenza. Il fumo virava dal nero al bianco fino a diventare un sottile cappio che andava verso il cielo. Emergenza terminata, ora la palla passava agli investigatori. A loro il compito di capire perchè un elicottero senza pilota si era schiantato sulla torre Est. Il capo squadra si tolse i guanti e li gettò nel sacco azzurro. Uno degli inservienti si fermò con lo spazzolone tra le mani, Calogero lo guardò con lo sguardo che diceva “che cazzo guardi?”

Il direttore del carcere si avvicinò a Calogero e indicò il cortile del carcere. Alle sue spalle un cinese in abito navy e camicia a righe oltrepassò la portineria guardando lo spazzolone dell’inserviente. Kobayashi non amava portare orologi, ma in certi frangenti fingere di controllare l’ora poteva rivelarsi una bella mossa. Calogero sentì i passi alle sue spalle, stava per girarsi quando il direttore lo prese per un braccio e lo invitò a seguirlo verso la torre Est.

Kobayashi uscì all’aperto. Si era immaginato un pomeriggio di sole, voleva le nuvole bianche e soffici, aveva sperato nel cinguettio dei passeri che per mesi aveva ascoltato dietro le sbarre. Il giorno della sua evasione era grigio e tendente al brutto. Kobayashi infilò la mano destra in tasca e con la sinistra si aggiustò il nodo della cravatta.

Per il giorno della sua evasione poteva anche sopportare le nuvole nere.

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2 Responses to Masterpiece #4: Primo esercizio

  1. andrea monini says:

    il nodo della giacca?

    • flaviofirmo says:

      Succede. Nella foga di scrivere in quindici minuti in condizione di stress (moglie e figlia che guardano “ma come ti vesti”) capita di fallire l’editing.
      Grazie per la tua lettura. Correggo.

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