Un giorno nella vita (il rapporto tra l’uomo e la sua macchina da lavoro)


Il caporeparto gettò il mozzicone in terra e suonò l’allarme. I nastri trasportatori si bloccarono di colpo lasciando i cubi metallici immobili al loro posto. Dalla cabina di pilotaggio un uomo con il turbante giallo si sporse oltre il portello di sicurezza.

Dal soppalco in ferro, costruito a ridosso del capannone, un ragazzo in camicia azzurra aprì la finestra scorrevole e bestemmiò alzando lo sguardo verso il soffitto del prefabbricato. Il caporeparto scrollò le spalle e indicò un barile di ferro che stava prendendo fuoco.

Attesero qualche secondo prima di fare spazio all’anziano operaio che avanzava con l’estintore in mano. Un getto di schiuma spense il piccolo incendio e il ragazzo tornò nel suo ufficio. L’indiano si sedette nella sua postazione e il caporeparto andò verso il bidone a sincerarsi che non vi fossero altre fiamme libere.

«Non siete neppure in grado di tenere la fabbrica in ordine, animali.»

Un uomo con la felpa blu chiusa fino al collo uscì dal retro di una torre di metallo alta più di quattro metri. Si tolse il cappello in tela e si diede una pettinata con i palmi delle mani. Tolse dalle tasche laterali un paio di guanti in pelle nera e se li infilò senza degnare di uno sguardo l’anziano che si allontanava con l’estintore.

Il caporeparto cercò il mozzicone della sigaretta e lo spinse con un calcio dentro il canale di scarico. Frugò nelle tasche del giubbotto e accese una Merit. Aspirò il fumo e si grattò il mento in attesa di nuovi ordini.

«Sei tu l’esperto, io ho solo suonato l’allarme. Cosa dovevo fare, quel bidone bruciava. La prossima volta finisco la sigaretta e vediamo se te ne scendi da quella cazzo di macchina.»

Ottavio odiava quando chiamavano la sua macchina, macchina del cazzo. Lui si era fatto un mazzo per studiarne il funzionamento. Tutti erano capaci di accenderla e di spegnerla, ma farla lavorare a pieno regime per tutta la notte era solo per gli esperti. Si rimise il cappello e lasciò gli umani al loro spreco di parole. Salì la scala in ferro saldata alla macchina e si portò sulla prima pedana. Tolse il guanto destro e carezzò il bullone che sporgeva dalla bocca di carico. Estrasse una chiave del quattordici e serrò il dado.

La torre di metallo emise un rumore sordo e iniziò a ingurgitare i blocchi di ferro come fossero caramelle alla frutta. Ottavio sorrise e seguì con lo sguardo il percorso dei rulli di carico che portavano il cibo nella bocca della sua macchina.

Nel progetto originale il nastro trasportatore entrava direttamente nella bocca della fornace, ma alcuni pezzi presentavano delle sbavature irregolari. Ottavio passò quasi dieci notti studiando il progetto della macchina, interpellò gli ingegneri e cercò su internet notizia sui subfornitori. Alla fine costruì una piccola discesa in ferro che favoriva il carico. La produttività aumentò e la macchina smise di eruttare pezzi sbavati.

La sirena del cambio turno sorprese il caporeparto con la sigaretta sospesa a lato della bocca. Tirò una boccata finale e lanciò il mozzicone del canale di scolo. Ottavio si sedette sulla piattaforma e si prese una pausa, scartò il panino e gettò la carta stagnola nella bocca della macchina. Gli operai del turno stavano prendendo possesso delle loro posizioni e lui li osservava senza distinguerli. Sembravano tutti uguali nelle loro tute blu.

Una donna uscì dall’ufficio del direttore e attraversò il reparto. Ottavio vide i capelli neri tagliati a caschetto e la giacca che segnava i fianchi. Gli piacevano le donne, ma preferiva un rapporto a pagamento ogni volta che ne sentiva il bisogno. Gli operai la facevano passare senza badare a lei che non portava il casco di sicurezza e sembrava diretta verso il vano d’espulsione della macchina.

Il muletto le passò accanto e la costrinse a deviare verso il piano di carico. Ottavio, dalla sua postazione, osservava tutto come un falco che controlla un branco di lepri. La donna si stava avvicinando pericolosamente alla bocca della sua macchina, un piccolo incidente avrebbe costretto la sicurezza a bloccare la produzione una seconda volta.

Il geometra Rattazzi uscì del suo ufficio urlando il nome della donna. I rumori della macchina si mescolarono alle grida degli operai che cercarono di riportare la signora Marchesi entro il percorso di sicurezza.

Ottavio intuì il pericolo e salì sulla piattaforma che ospitava i comandi della macchina. Aprì lo sportello in plexiglass e appoggiò l’indice sul bottone rosso. La donna scivolò su una macchia nera e cadde sul nastro trasportatore; le gambe poggiavano a terra, ma il busto e le braccia erano tra i blocchi di metallo. Avanzò di qualche metro verso la bocca della macchina. Una vampata di calore la fece rinvenire dal torpore causato dalla botta al cranio contro un rullo d’acciaio.

«Spegni,» urlò Rattazzi e gli fecero eco gli operai che stavano assistendo alla lotta della donna per liberarsi dal nastro trasportatore. Due metri al forno, la caviglia destra si piegò all’interno e la scarpa si sfilò lasciando la signora Marchesi a piede nudo. Ottavio era sempre con il dito sul bottone, ma non voleva un secondo blocco della macchina. Sul manuale era scritto chiaramente che dopo due blocchi consecutivi andava ripristinato lo stato iniziale e questo significava tre giorni di fermo.

«Cosa aspetta quel cazzone?» chiese il caporeparto al nigeriano che era sceso dal muletto e guardava la scena senza reagire. La donna piegò il ginocchio e cadde sul cemento a pochi centimetri dal fuoco. Il corpo rimase inerte a terra e finalmente gli operai accorsero per trascinarla lontano dalla macchina. Ottavio chiuse lo sportello in plexiglas, si tolse i guanti e se li infilò nella tasca posteriore dei pantaloni.

L’ufficio del direttore era al secondo piano della palazzina costruita di fronte alla fabbrica. Ogni mattina un fiume di operai si riversava nel capannone in cemento armato e una ventina di impiegati timbrava il cartellino nella portineria della palazzina uffici. Il direttore era fratello del proprietario che, sempre impegnato in viaggi all’estero, gli delegava la gestione di tutte le attività interne.

«Si può sapere cosa ti passa nella testa? Sono anni che lavori con noi, quanti sono? Dieci, quindici, che importa. Però non riesci mai a integrarti con il resto degli uomini. Capisco che il lavoro è lavoro e che non siamo qui a fare festa, ma un minimo di collaborazione.»

Ottavio se ne stava seduto sul divanetto con le gambe e le braccia incrociate. Si era tolto il cappello e lo teneva appoggiato sulla coscia. Il direttore cercava di trattenere la propria rabbia, ma le vene che si gonfiavano ai lati delle tempie tradivano il suo nervosismo.

«Già faccio fatica a capire la tua mania per quella macchina. Vuoi che ti dica che sei un figo perchè l’hai modificata e ora rende il venti percento di più? Te lo dico, sei un figo.»

Il direttore si alzò dalla poltrona e si diresse verso la finestra che dava sul piazzale del parcheggio. Ottavio non ascoltava ogni singola parola, gli bastava di capire il significato del discorso e questo si stava trasformando in un richiamo.

«Oggi ci è mancato poco che ci scappasse il morto. Perchè non hai bloccato il nastro? Si può sapere cosa ti passa in quel cervello? Dovevi solo schiacciare un bottone. Va bene, la signora non doveva stare vicino al nastro, ma volevi vederla bruciata?»

Ottavio pensò a come era cresciuta la fabbrica negli ultimi dieci anni. La palazzina uffici in vetro e acciaio, la nuova linea di sgrossamento. Tutto arrivato grazie alla sua modifica, grazie al suo amore per il lavoro.

«Se hai finito io vado.»

Il direttore guardò stupito l’uomo che si era alzato e si stava lisciando i pantaloni. Puntò l’indice e rimase con la frase sospesa in gola. Ottavio uscì senza salutare e passò dalla portineria senza timbrare. Aveva perso il cartellino da almeno quattro anni e lo stipendio gli saliva direttamente sul conto corrente. Spendeva pochissimo, viveva solo e le buste paga erano in un cassetto della vecchia scrivania in salotto.

Non riusciva a dormire. L’idea di aver rischiato il doppio blocco per una svista dei suo compagni di lavoro continuava a bombardargli la mente. Consultò il manuale della macchina e i suoi appunti personali. Non c’erano vie di scampo. Il doppio blocco era terribile. Si vestì e andò in fabbrica.

Il portiere lo lasciò entrare senza chiedergli il tesserino. Ottavio era considerato da tutti un mezzo matto che però aveva il potere di far cantare la macchina. Gli operai del turno di notte lo guardarono mentre si arrampicava sulla scala in metallo. Un nero grasso e calvo diede una gomitata nel fianco del suo compagno indicandogli l’uomo che rinunciava al sacro riposo.

Ottavio salì altri due piani fino all’ultima piattaforma. Una griglia in acciaio ricopriva il tubo di espulsione dei fumi e solo due persone negli ultimi venticinque anni erano saliti fino a quel punto. Riparandosi la bocca con un fazzoletto bianco aprì lo sportello d’ispezione e attese che il getto di vapore sfiatasse completamente.

Infilò la mano nel tubo e sentì il calore avvolgergli la pelle, resistette. Si sporse fino a introdurre tutto il braccio nell’orecchio della macchina. Sorrise quando le dita toccarono una sporgenza metallica, la valvola di contenimento. L’idea era folle, ma aveva già fatto delle modifiche che tutti ritenevano impossibili. La prima volta era stato costretto a farlo di nascosto, ora tutti si fidavano del suo intuito.

Scese i quattro metri della torre alternando sorrisi e smorfie di preoccupazione. Giunto a terra consegnò un disegno a matita al signor Franco. L’anziano addetto alle piccole manutenzioni andò nel suo laboratorio e tornò dopo due ore con una scatola grigia dalla quale pendevano cinque fili colorati.

«A cosa ti serve un relè temporizzato magnetico lo sai solo tu. Comunque attento perchè sopporta solo un centinaio di gradi.»

Ottavio inserì la scatola in un cubo metallico che si era fatto preparare nel reparto acciai e avvolse i fili nel nastro isolante. Ringraziò l’anziano con un cenno del capo e cercò sul banco di lavoro un paio di pinze. Gli operai osservavano in silenzio senza spostarsi dalle proprie posizioni di lavoro; lo videro salire e sparire dietro la grande colonna di scolo della macchina.

La macchina macinava cubi di metallo senza sosta, incurante dell’incidente accorso alla donna bionda. Una doppia fila di ingranaggi portavano il nutrimento al piano superiore dove ardeva un braciere ad alta pressione. Venivano arroventati al punto da renderli malleabili e dodici stampi a percussione li forgiavano nella forma finale. Scendevano quindi a piano terra e immersi in un gas che ne cristallizzava la superficie.

«Una bella modifica, niente da dire. Sei sicuro di non creare cortocircuitazioni?»

Ottavio chattava spesso con Mister Roland anche se, in occasione di questa modifica, non si era confrontato con il vecchio progettista della sua macchina. Mister Roland rimase in attesa della risposta aggrappato alla tazza di the.

«Ho montato una web cam che trasmette dall’interno del canale di scolo. Puoi vederla in alto a destra dello schermo, aspetta che te la condivido.»

Passarono due ore a esaminare i possibili scompensi che la modifica poteva dare. Mister Roland attaccava e Ottavio rispondeva con dati e particolari costruttivi nascosti.

«Mio caro amico, ormai conosci la macchina meglio di chi l’ha progettata. Ora è completamente tua, la chiamerei versione due se non fosse così difficile per me ammettere che ora è migliore di prima.»

Ottavio si grattò l’orecchio destro, un tic nervoso che lo assaliva quando era eccitato. Guardò su internet se una delle sue prostitute era libera, ma si rese conto che era ormai troppo tardi per liberarsi dalle tensioni. Rimase ancora una mezzora a guardare l’interno della macchina tramite la web cam e infine, stanco e sfinito, se ne andò a letto.

«Bentornato, il capo ti vuole parlare.»

Il capoturno del mattino lo aspettava con lo straccio unto tra le mani. Guardò Ottavio salire le scale in ferro della macchina e sparire oltre la piattaforma dell’ultimo piano.

«Cazzo, non mi ha neanche guardato. Gli dico che il capo lo aspetta e quello non sente.»

Il nigeriano tolse i piedi dal volante del muletto e spianò una delle risate più rumorose della mattinata. Ottavio era un bianco, uno che veniva a lavorare invece di fare festa con i parenti; uno che aveva sempre soldi che non spendeva.

I fumi di scarico del camino principale venivano deviati verso una turbina interna che riciclava l’energia per rimetterla nel circuito. Per questa modifica Ottavio aveva ricevuto un premio in denaro e un diploma che svettava nella sua camera da letto.

Raffaella lo aspettava fuori dai cancelli della fabbrica. Appoggiata alla Mercedes del direttore sembrava intonarsi più a qualche impegato dei piani alti piuttosto che al primo degli operai. Ottavio si morse l’interno della guancia e cercò una via di fuga alternativa all’uscita principale. Il portinaio uscì nel cortile per godersi la scena e rimase con le braccia incrociate.

La ragazza dimostrava meno dei suoi venticinque anni e, nonostante fosse il miglior partito del paese, i ragazzi della sua età si tenevano alla larga. Ticchettò le unghie sulla carrozzeria e appoggiò il tacco al paraurti cromato. Suo padre le diceva sempre di non atteggiarsi a donna davanti ai suoi dipendenti, ma Raffaella amava infrangere le regole.

Ottavio maledì quel Venerdì sera e quelle due birre di troppo. L’aveva scambiata per una prostituta e se l’era portata in casa senza troppi preamboli. Aveva fatto quello che doveva e poi le aveva messo cento euro in mano. Ricordava vagamente le urla di quella ragazzina, troppo sbronzo per ragionare e troppo stanco per protestare.

Lei lo vide e lo raggiunse davanti alla porta in ferro che dava sul cortile. Girò attorno a una macchia d’olio nero e si piazzò davanti all’uomo.

«Cosa significa questa cosa?» chiese la ragazza. Ottavio, bloccato con le spalle alla porta, cercò un via di fuga attraverso il cortile.

«Questa cosa, cosa?» domandò alzando le spalle.

«Senti, io non ho idea di cosa ti frulli nella testa. Cioè, tutto bene. Sono venuta con te perchè eri simpatico e avevamo bevuto, ma non c’è nulla tra di noi. Adesso non è che ti giri il film nella testa e ci vedi che andiamo a trovare i tuoi genitori o altre cose strane, tipo un picnic al parco.»

Ottavio prese la mano della ragazza e la condusse verso la macchina. La torre sbuffava dai due comignoli come un toro infuriato e il rumore tamburellava a ritmo incessante. Entrarono da uno sportello e si trovarono all’interno dalla macchina. L’uomo accarezzò le pareti interne e indicò il fuoco che fondeva il metallo proprio sopra le loro teste.

«Tutto questo non ti dice niente, vero?» L’uomo abbassò lo sguardo e vide i sandali della ragazza macchiati di grasso. Pulì con un fazzoletto di carta e lo gettò nel canale di scolo.

«Quì dentro ho tutto quello che desidero. Questa bambina dipende da me, in tutto e per tutto. La nutro, la mantengo in forma e ogni volta che non si sente troppo bene arrivo io.»

La ragazza tentò di divincolarsi dalla presa, ma Ottavio la teneva forte e le impediva la fuga verso la porta.

«Lasciami finire e poi usciamo. Voglio solo che ascolti con attenzione, senti gli ingranaggi in sottofondo. Sai quanta potenza possono scatenare se solo aprò la valvola di sostegno? Immagina un treno lanciato contro un muro di mattoni, eccitante. Non ti interessa, lo vedo da come mi guardi. Che cosa mi è venuto in mente di portarti dentro la mia macchina, scusa.»

I due uscirono senza farsi notare dagli operai del turno. Raffaella tornò alla sua Mercedes e imboccò il vialetto fino all’uscita. Ottavio osservò il fumo grigiastro che usciva dal tubo di scappamento e pensò a qualche fuliggine che incrostava la coppa dell’olio.

«Lo sapevo che non avrebbe capito, le ragazze non capiscono. Neppure gli uomini capiscono, sono fatti di carne e sbagliano. Anche io sbaglio, ma sono come un padre, tutti i padri sbagliano.»

Ottavio chiuse lo sportello alle proprie spalle e si sedette all’interno della macchina. Sopra la sua testa le fiamme avvolgevano i piccoli blocchi di ferro. Una goccia d’olio colò sul pavimento proveniente dalle ruote dentate alla sua destra. L’uomo prese un foglietto di carta e disegnò delle linee. Si grattò il mento e piegò l’appunto in quattro parti.

La macchina ingoiava pezzi di metallo come un gigante ingordo. Ottavio uscì all’aria aperta e venne investito da una lieve pioggia. La palazzina uffici, il cortile, il capannone stesso erano solo luoghi fisici. Guardò lo sbuffo di vapore uscire dalla sua macchina e tornò verso casa con il suo prezioso foglietto in tasca.

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