Il ritorno del Bigio


L’operaio addetto al carrello elevatore si asciugò il sudore con il guanto in pelle. Agganciò la cassa e la sollevò all’altezza del piedistallo. In quel pomeriggio di Maggio le autorità si erano messe in fila per assistere al grande evento. Il sindaco si teneva in disparte, come se temesse qualche contestazione da parte della piazza. Una donna con i capelli rossi si avvicinò al primo cittadino e lo accarezzò sulla spalla.

Al segnale del gruista quattro operai si avvicinarono alla cassa di legno e iniziarono a smontarla. Tolsero i chiodi con il dorso ricurvo del martello e accatastarono le pareti sul fianco del camion comunale. I centosedici cittadini rimasero senza parole. Anche gli infiltrati del centro sociale che erano riusciti a oltrepassare il cordone di sicurezza rimasero con i pezzi di porfido in tasca. Battista, nome di battaglia di Erminio Zuaboni, ingoiò l’urlo che si era preparato con tanta cura.

La statua scintillò sotto i raggi del sole. I restauratori avevano esagerato con la lucidatura, erano i migliori allievi della scuola, ma non certo dei professionisti. Il sindaco si fece coraggio e avanzò tra i due uomini che lo stavano proteggendo. Non c’era pericolo per lui, l’evento si stava trasformando in un successo personale e il suo vice gli indicò la strada. Percorse pochi passi e la donna con i capelli rossi gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il sindaco si voltò e alzò lo sguardo verso le finestre del municipio.

Un lenzuolo con una scritta nera campeggiava dalla finestra dell’assessorato alla mobilità. Il sindaco si riparò con la mano dal sole e lesse. Bentornato Bigio. Semplice e diretto, come piaceva a lui. Tornò a guardare il marmo e si accorse di un particolare che era sfuggito ai restauratori. Indicò la foglia in rame che copriva gli attributi della statua e fece segno di toglierla.

«Non abbiamo tempo,» disse un uomo con il camice bianco. «Sono passati così tanti anni che nessuno si sarà ricordato delle foglie. Finita la cerimonia le togliamo.»

Il sindaco non amava i ritardi al protocollo e avanzò verso la statua. I riccioli di pietra sembravano muoversi al vento. Lo sguardo fiero del giovane sovrastava la folla che ancora non si era ripresa. Battista si ricordò che era venuto per protestare, che quel simbolo del fascismo non doveva tornare alla luce, ma le parole gli si bloccarono in gola. Il Bigio dominava tutto e tutti.

Un bambino sbadigliò e si arrampicò sul passeggino. La madre tolse lo sguardo dalla statua e controllò che il figlio non si mettesse a piangere. Da lontano si sentì un rumore che distolse l’attenzione del sindaco. Urla e cori in sincrono si avvicinavano da uno dei due vicoli laterali. Un uomo in completo azzurro ordinò a quattro agenti in divisa di seguirlo.

«Cosa succede?»

La donna con i capelli rossi incrociò lo sguardo di un poliziotto e seguì gli agenti. I cori si avvicinavano ed erano accompagnati dal battito delle mani. Battista sorrise e si avvicinò al sindaco. Nessuno provò a fermarlo, tutti erano concentrati verso la folla che stava uscendo dal vicolo.

«Succede che non puoi chiudere una piazza e sperare che la gente non veda,» disse con la voce stanca il vecchio Battista. «Cento persone? Sul serio credevi che invitando cento persone a questa mostruosità ti saresti lavato la coscienza. Ci sono morti dei cittadini per questa statua, per quello che rappresenta. Non capisci che tirarla fuori adesso, proprio adesso che eravamo pronti a perdonarci, significa metterti in mezzo al perdono.»

Il sindaco tolse gli occhiali dalla tasca della giacca e li indossò. Guardò l’uomo e gli prese le mani. Toccò i calli, la pelle ruvida e accarezzò l’anello quasi volesse renderlo ancora più lucido. La folla era entrata nella piazza e urlava cori contro il Bigio. La statua ora sembrava meno fiera, quasi spaventata e i riccioli non garrivano più al vento.

«Cosa dovrei fare? La giunta ha deliberato. Il Bigio è solo una statua, una bella statua di marmo. Rappresenta la fierezza e la forza della nostra nazione. L’artista che l’ha scolpita.»

Si fermò. Gli occhi del vecchio lo fissavano senza credere alle sue parole, gli scavavano dentro e spostavano il velo di formalità che si era creato.

«Non posso farlo, la giunta me la farebbe pagare.»

Battista aprì le braccia e indicò la folla che si era unita ai cento invitati e urlava con una sola voce. La donna con i capelli rossi era scomparsa e non rimaneva più nessun politico a sostenerlo.

«Sei il sindaco e il popolo è con te. Hai giurato di servire la tua gente, non la tua giunta. Non oseranno fare nulla. Rimetti questo fascista nella sua gabbia di legno prima che diventi di carne e combini altri disastri.»

L’uomo che tutti chiamavano sindaco rovistò nelle tasche. Guardò l’operaio sul carrello elevatore e gli fece cenno di rimettere la statua nella gabbia. Abbassò lo sguardo e chinò il capo. La folla partì con uno dei più sonori applausi che si fossero mai sentiti in piazza. Il Bigio tornò a essere la statua di marmo freddo, senza messaggi per nessuno. Il sindaco si allentò la cravatta e si avvicinò a Battista.

«Hai ragione papà, rimettiamo il fascista in gabbia.»

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