Non è finito il mondo, io l’avevo visto così.


Il guanto del professore entrò con decisione nel contenitore. Le dita si muovevano a fatica, ma quello sarebbe stato un problema da risolvere successivamente. La mano era completamente immersa nel liquido viscido e con cautela la avvicinò al fondo. Toccò la moneta metallica e con una smorfia di dolore si ritrasse.

«Solita reazione?» Chiese l’uomo alle sue spalle avanzando per osservare meglio la moneta che ricadeva sul fondo del contenitore. Incrociò le braccia e sospirò in segno d’impazienza.

«Si, forse anche peggio. Sarà una sensazione, ma ho come l’impressione che il dolore sia diventato più forte. Ogni barriera che aggiungiamo sembra aumentarne la reazione.»

Da quasi sette ore erano chiusi nel laboratorio al primo piano di un palazzo in vetro e cemento e la stanchezza cominciava a segnare i loro volti. Il professore si tolse i guanti e li scaraventò sul ripiano in marmo. Si sbottonò il camice e si lasciò cadere sulla poltrona in pelle.

«Eppure questa soluzione ha tutte le caratteristiche del piombo fuso, non passano neppure le radiazioni del Cesio. Il guanto poi, si potrebbe prendere una barra di Uranio senza neppure una scottatura.»

L’uomo ascoltava con attenzione e cercava di trovare nelle pieghe della memoria le nozioni universitarie che aveva dimenticato da tempo. Guardò i guanti del professore e, aiutandosi con la punta di un cacciavite, provò a girarli per cercare dei punti rovinati.

«Fuori è il finimondo. Noi che ci stavamo attrezzando con rifugi anti atomici e con scudi stellari ci troviamo in balia di un virus.»

Il palazzo era isolato dalla città tramite una doppia muraglia e si poteva accedere solo attraverso una delle quattro uscite presidiate dalle guardie armate. L’uomo mise la mano nella tasca interna della giacca e si soffermò qualche secondo alla ricerca di qualcosa. Guardò fuori dalla finestra e soffiò sul vetro disegnando un alone di umidità.

«Professor Rottigni, io la stimo molto e mi è stato raccomandato dal CERN, ma è proprio sicuro che si tratti di un virus? Voglio dire, tutta la popolazione mondiale ne sembra affetta e da quel poco che capisco di biologia non può esistere un virus che colpisce tutto il mondo dalla mattina alla sera.»

Il professore rimase sulla sua poltrona fissando il contenitore. Sul fondo la moneta da cinque centesimi era immobile. Provò a concentrarsi su eventuali rumori esterni, ma le guardie avevano l’ordine preciso di non far entrare nessuno nella proprietà.

«La verità è che non ho la più pallida idea di cosa stia succedendo. All’inizio credevo si trattasse di una nuova reazione fisica del corpo a contatto con il nichel e il bronzo, può succedere che una spora di inserisca nel sangue e generi l’allergia. Poi è successo anche con le banconote, infine con i titoli bancari, assegni, cambiali. Addirittura un collega mi ha riferito di uno strano esperimento tentato con un suo allievo.»

L’uomo si abbottonò la giacca e incrociò le braccia, si era stancato di queste spiegazioni teoriche e di tutti i tentativi andati a vuoto.

«Professore, la situazione è disastrosa. Se non troviamo una cura tutta l’economia mondiale crollerà e le persone che rappresento si vedranno costrette a scatenare una guerra di dimensioni bibliche per tutelare i propri interessi.»

Rottigni si diresse verso il tavolo in radica e si versò del succo di frutta nel bicchiere di carta. Il suo interlocutore alzava la voce in quel piccolo tempio della scienza e non c’era nulla che gli dava fastidio quanto l’ignoranza dell’arrogante.

«Con quale denaro pagheranno i loro soldati? Ha pensato a questo risvolto? Il mondo è bloccato perchè nessuno farà nulla in cambio di un pezzo di carta.»

Finalmente tolse dalla tasca un blocchetto degli assegni e lo gettò nel cestino della spazzatura. Aprì il portafoglio e anche tre carte di credito fecero la stessa fine.

«Li pagheremo con beni di consumo: pane, carne, automobili.»

Il professore sorrise. Il suo interlocutore si era liberato degli ultimi fastidi e sembrava più rilassato.

«Questa è bella, ho l’impressione che non lei non abbia ben chiaro la portata sistemica della faccenda. Come acquisterete i beni di consumo se non avete nulla da offrire? Da millenni l’economia si basa sul denaro, sulla promessa che quel denaro varrà qualcosa al momento di utilizzarlo. Una scommessa, che ha sempre funzionato. Ora è tutto cambiato. Nessuno vuole il denaro, chiunque lo maneggi prova un dolore enorme e in breve tempo si muore.»

Si avvicinò alla finestra e indicò un punto oltre il muro perimetrale. Una colonna di fumo nero si alzava dalla piazza.

«Ovunque si vedono roghi di banconote, la gente brucia tutto.»

L’uomo prese il cellulare e compose il numero. Ogni suo gesto era fatto con estrema attenzione, toccava i tasti con la paura di potersi ustionare le dita.

«Sono io, com’è la situazione in città?»

Il commissario Bonomo si pulì i baffi con il pollice. Gli era difficile prendere ordini da quello spilungone in doppio petto, ma certe trame politiche erano al di sopra della propria capacità di giudizio.

«Grave, peggiora ogni istante. Ci sono roghi in ogni angolo di strada. Abbiamo posizionato gli agenti a presidiare le banche, ma i manifestanti non si avvicinano. Bruciano banconote, titoli, assegni. Rimaniamo in attesa, ma non possiamo proibire alla gente di bruciare il loro denaro. Ci starebbe forse il fermo per disordine pubblico, ma ci vorrebbe l’esercito per arrestarli tutti.»

Un gruppo di quattro persone attraversò la strada trascinando un baule in legno chiaro. Il capofamiglia si fermò di fronte al commissario, il resto del gruppo rimase in attesa.

«Dove andate con quel baule?»

L’uomo si voltò verso la moglie che gli fece cenno con il capo di proseguire. Il commissario chiuse la telefonata e si avvicinò al gruppetto cercando di rimuovere dalla divisa il sottile strato di fuliggine che precipitava dall’alto.

«I risparmi di una vita, sono due notti che non dormo e che ascoltiamo al telegiornale se ci sono novità. Mio figlio più piccolo, che dorme vicino alla cassaforte, quasi ci resta secco. Per mettere tutto nel baule abbiamo rischiato di ustionarci.»

Il figlio maggiore si tolse la maglietta e si asciugò il sudore, senza aspettare il permesso del commissario si allontanò trascinando il baule.

«Che vuole che vi dica, cercate di non allargare gli incendi altrimenti brucia tutto.»

Attorno al falò si erano raggruppati un grosso numero di persone. Due uomini in tuta da ginnastica cercavano di accatastare in maniera ordinata il cumulo di banconote che si stava creando in attesa di bruciare.

«Cosa mangeremo domani?» Chiese il ragazzo consegnando il baule alla persona che, con l’estintore in mano, sembrava comandare le operazioni.

«Cosa sai fare? Questa è la domanda giusta. Se sei capace di fare qualcosa non ti mancherà nulla.»

Il ragazzo guardò il baule rotolare nel fuoco. I capelli biondi erano quasi completamente coperti di fuliggine e lo facevano sembrare un giovane vichingo uscito dal ventre del vulcano.

«Aiuto mio padre in officina, lui si occupa delle auto e io riparo i mezzi pesanti: camion, trattori.»

Alle sue spalle un gigante con la camicia a quadri gli appoggiò la mano sulla spalla. Le dita pesavano come travi. Il ragazzo irrigidì il collo e si preparò all’urto.

«Trattori hai detto? Il mio è bloccato in mezzo al campo. In compenso ho sacchi e sacchi di grano da darti. Vedrai che se li porti da Mahmood il fornaio li potrai scambiare con del pane.»

Il vecchio arabo, che gestiva la forneria insieme ai quattro figli, sorrise e annuì unendo le mani. Il volto del contadino era teso, anche lui si era liberato del suo denaro e si stava domandando come sarebbe stato il suo futuro.

«Ragazzo, sai mettere le mani anche macchinari industriali? Sono tre giorni che aspetto l’intervento per sistemare la mia disossatrice. Per i miei maiali la fine del mondo è già arrivata.»

Il fuoco divorava la carta rapidamente e nuovi ammassi di denaro alimentavano il rogo. L’uomo con la tuta osservava il fumo nero incolonnarsi verso il cielo e sporcare le nuvole.

«Se ci sono ingranaggi e un motore ci posso guardare.»

Il cigolio delle ruote di un carretto svegliò il capofamiglia dai suoi pensieri. Suo figlio, attorniato da uomini bisognosi del suo lavoro, stava segnando su un foglietto nomi e indirizzi.

«Pesce per tutti, offre la ditta.»

Il signor Lin appoggiò il cappello di paglia sulla ruota del suo carretto e allargò le braccia indicando il fuoco. Applausi.

«Dobbiamo festeggiare le fine del mondo.»

Il commissario Bonomo si era avvicinato con cautela. La sua divisa, in un momento di anarchia come quello, sembrava una lucciola nella tana del ragno. Il cellulare vibrò, lo prese in mano senza perdere di vista la folla.

«Novità?»

Si immaginò la giacca dello spilungone appoggiata su un divano di pelle nera e un bicchiere di cristallo pieno fino all’orlo di vino rosso.

«Nessuna novità, continuano a bruciare il denaro.»

In realtà qualcosa era cambiato, ma lo spilungone non avrebbe capito. Probabilmente non si era mai mescolato con la gente comune e il signor Lin, il contadino, il fornaio arabo, erano per lui numeri su un conto corrente. Chiuse la telefonata e guardò il display.

In realtà era cambiato molto. La gente parlava, prendevano appunti e si stringevano le mani.

Il professor Rottigni si tolse il camice e strinse le spalle. Lo spilungone aveva il volto paonazzo dalla rabbia e con il braccio teso indicava un punto oltre la finestra.

«Baratto? Ma non dica cazzate professore.»

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