La torre


L’uomo si era svegliato da uno strano sogno, pieno di luci e voci che urlavano in sottofondo. Si portò le mani alle tempie e alzò i lati delle sopracciglia per stiracchiare le palpebre. Sotto i suoi piedi un tappeto erboso si estendeva per un raggio di cinquanta metri. Non ricordava nulla, il suo nome, la sua razza, se aveva moglie o figli. Ovunque tentasse di trovare un ricordo raccoglieva solo ombre e vuoto.

Camminò fino al limite del prato e si trovò davanti a un muretto di cemento con gli angoli rotti in diversi punti. Si sporse e il suo sguardo andò nel vuoto. Una torre alta almeno cento metri si ergeva sul terreno brullo sottostante, si aggrappò al muretto per resistere al senso di vertigine e respirò profondamente.

Percorse tutto il perimetro delimitato dal muro, ma non trovò nessun varco. Qualcuno gli aveva somministrato una sostanza che faceva perdere la memoria e l’avevano recluso sulla sommità della torre. L’unica spiegazione possibile. Si toccò la testa alla ricerca di qualche botta, nulla. Il temporale era passato da poco, lo intuì dall’erba ancora umida e dalla maglietta bagnata. Si spogliò e distese gli abiti al sole che iniziava a scaldare la sommità della torre. Appoggiò i pantaloni a terra e, dalla tasca posteriore, uscì un taccuino con la copertina in cartone rosso. Svuotò la tasca e trovò una penna a sfera.

Forse c’è qualche spiegazione, pensò scorrendo le pagine. Sfogliò tutto il taccuino velocemente e, non trovando nessuna scritta, esaminò con cura ogni singola pagina. Assenza totale di segni.

La copertina in cartone era sgualcita sui bordi. Annusò la carta per tentare di captare qualche molecola di profumo. Anche solo l’odore di sudore umano su quella carta l’avrebbe convinto di non essere solo in quel mondo senza ricordi.

Le nuvole in cielo si erano ingrossate e l’alone di nero che ne inzuppava il nucleo non prometteva nulla di buono. Il suo primo pensiero non fu a come riparare se stesso dalla pioggia, ma come difendere la carta del taccuino dall’acqua. Nella sua mente si era fatta spazio l’idea che un nemico l’aveva rinchiuso in quello spazio inaccessibile, armato solo di una biro e di alcuni fogli bianchi. Doveva avere una logica, per quel che riusciva a ricordare il mondo era popolato di persone che viaggiavano in automobile e guardavano la televisione. Vittima di un nemico, poteva averne a migliaia. Guardò il cielo e annusò l’aria, se solo si fosse ricordato qualche particolare della sua vita.

Strappò alcuni fili d’erba, li lanciò in aria e il vento li fece volteggiare lontano. Seguì con lo sguardo il loro volo fino al delimitare del prato. Tolse una zolla e si trovò con la mano sporca di terra. L’idea di un cunicolo fino al centro della terra lo stuzzicò, sorrise. Nonostante la situazione era disperata e senza logica si sentiva di buon umore. Una sensazione in fondo ai suoi pensieri gli diceva che si era dimenticato di un particolare importante e allo stesso tempo terribile.

Con l’aiuto della scarpa provò a scavare la terra, la punta incideva il terreno e con le mani riusciva a liberare preziosi centimetri. Affondò le mani fino a spezzarsi le unghie. Prese fiato e osservò la buca, poteva entrare con la gamba fino a metà polpaccio. Era sporco e stanco, ma non vedeva alternative. Scostò la terra dal fondo e scoprì una superficie grigia e dura. Cemento, lo stesso materiale del muretto. Il suo tentativo di fuga era già fallito.

Il vento calò la sua intensità e le nuvole si mossero lentamente verso l’orizzonte. Il sole picchiava duro e il cielo si stava pulendo dalla coltre grigiastra. Sudava sui fianchi e dietro al collo. L’unico odore era il suo. Il suo nemico, se lo stava osservando, lo faceva da una postazione asettica.

Ormai si era convinto, era prigioniero. Strinse il taccuino tra le dita e cercò la penna. Durante le sue operazioni di scavo l’aveva persa di vista e ora brillava tra i ciuffi d’erba. Si sdraiò e fissò il cielo limpido sopra la sua testa. Al mio risveglio sarà tutto passato. Un sogno, ecco cos’è.

Non riuscì a dormire, troppi i pensieri che rimbalzavano nella mente. Costruiva teorie basate sui pochi dati a sua disposizione: una torre, un prato, un taccuino e una biro. Sicuramente uno spietato avversario che non sapeva come incasellare.

Prese il primo foglio di carta e iniziò a scrivere. Doveva mettere ordine nei suoi pensieri o sarebbe finito ostaggio delle sue stesse teorie.

Mi chiamo Javier Contemponi.

«Cazzo, allora ho un nome!» La sua voce riempì il silenzio. Gli era bastato iniziare a scrivere che la prima informazione si era materializzata su carta. Chiuse il taccuino e si guardò le nocche delle mani. Strinse i pugni, aveva già dimenticato il suo nome. Aprì il foglietto e lo scoprì come fosse la prima volta.

Mi chiamo Javier Contemponi. Mio padre ha un negozio di ferramenta e mia madre insegna alla scuola elementare del paese.

La mano era rapida e descriveva la vita del giovane Contepomi e il suo posto nell’universo. Un paio di volte fu tentato di chiudere il taccuino, ma la certezza di perdere il ritmo di scrittura lo fece desistere. Voleva sapere tutto della sua vita, gli bastava interrogarsi su qualsiasi particolare e la risposta prendeva vita sul foglio di carta.

Dopo un periodo di guerra tra le multinazionali durato sedici mesi, durante il quale perse la vita il novanta per cento della popolazione mondiale, il governo delle Nazioni Unite istituì la giornata del ricordo. Furono costruite sei torri nei sei continenti del mondo. Isolate e inaccessibili.

Si grattò il mento, la barba era ispida e si domandò se era sua abitudine rasarsi con regolarità.

Ogni anno, nella giornata del ricordo, i sei padroni delle multinazionali responsabili della grande guerra vengono depositati sulle torri e privati della memoria. Soltanto grazie al foglio bianco e alla penna potranno ricostruire la propria storia e rendersi conto del disastro causato.

L’uomo rimase con la biro tra le dita. Si immaginò nell’atto di scagliare il taccuino nel vuoto e passare il resto dei suoi giorni a urlare alle nuvole. Fissò il muretto perimetrale e notò con quanta poca accuratezza era stato costruito. Alzò la testa; la storia parlava di giornata della memoria e non di reclusione a vita.

Alla fine della giornata i sei padroni verranno prelevati dalle torri e ricondotti davanti al tribunale delle Nazioni Unite. Una giuria composta da centoventi delegati li interrogherà sul loro effettivo stato d’animo e, se non troveranno traccia di pentimento, li condannerà alla reclusione.

Finalmente era tutto chiaro, non c’era bisogno di riassumere o di preparare piani di fuga. Gli sarebbe bastato aspettare il suono dell’elicottero e dimostrarsi realmente pentito. La memoria ora si stava ripopolando di particolari sepolti. Gli occhi di sua moglie, il responsabile delle risorse umane, il fetore della miscela di scarto, la produzione che rallentava e i baffi impomatati del coreano.

Richiuse il taccuino e si sdraiò fissando le nuvole che oscuravano il sole. Sotto le mani un tappeto erboso, non ricordava nulla della sua vita. Chi era? Perché si trovava in quel posto e soprattutto… cosa c’era oltre quel muretto al limite del prato?

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