Il risveglio del Gargoyle


Uno spruzzo di nebbia si condensò sul guanto del professore. La montagna gli premeva sulle spalle e il piccolo cunicolo che aveva trovato non lasciava passare abbastanza aria per dargli ossigeno al cervello. Ritirò la punta della picozza e dal foro nella parete uscì un getto intenso di nebbia. L’aula dell’università e i suoi studenti erano talmente lontani nel tempo da risultare un ricordo informe che si ammassava nella memoria.

Slacciò la corda dalla cintura e rimase per pochi secondi incerto sul da farsi. Gli stivali in Gore-Tex resistevano all’acqua e alla fanghiglia del piccolo rivolo che aveva seguito fino a quel muro di pietra. Si era calato nel ventre della collina tramite la spaccatura di un soffione boracifero inattivo da secoli. Il percorso del rivolo sotterraneo gli confermava che la leggenda poteva avere un fondo di verità.

Attese che flusso di nebbia gassosa si fosse esaurito prima di dare il secondo colpo con la picozza. La parete si sgretolò lentamente aprendo un varco abbastanza ampio da farci passare anche il grasso superfluo accumulato sul suo corpo. Doveva mettersi a dieta, lo diceva sempre anche il rettore. Entrò tenendosi con le mani aggrappate al bordo e, vedendo che il terreno era privo di pericoli, alzò la luce della torcia elettrica per illuminare l’androne.

Una grotta, con le pareti ricoperte di melma verde, si apriva davanti al suo sguardo. Esplorò con cura ogni centimetro. Il sudore colava dalle tempie e gli inzuppava il collo. L’umidità aveva formato una nebbia intrisa di sporcizia che limitava la vista e abbassava la pressione del professore.

Al centro della grotta vide una massa enorme, puntò la torcia e si avvicinò. La leggenda non mentiva. Poteva essere lì da mille anni, forse anche dai primi secoli del Cristianesimo. Il portale era in legno massiccio, ma presentava i segni del lento disfacimento in parecchi punti. Mentre fantasticava attorno al vecchio manoscritto si era sempre immaginato una chiesa antica. Possente, elegante e lussuosa.

Che stupido, le prime chiese erano nascoste e primitive, pensò avvicinandosi alla costruzione in pietra e legno marcio. Ruotò la luce della torcia su tutto il perimetro e illuminò le figure appollaiate sul portale in pietra sovrastante l’ingresso. Il contrasto con il resto della costruzione era stridente. Tanto la chiesa era grezza e abbozzata, tanto le due figure erano scolpite con precisione. Puntò la luce sulla statua di destra e si soffermò sulla testa. Becco aguzzo, un falco o comunque un rapace. Abbassò la visuale verso il resto del corpo e questo acquistò colore. Un movimento fulmineo, un soffio di vento nella nuca del professore e la statua prese vita.

«Quanto tempo è passato?»

L’essere aprì le ali e si stagliò in tutta la sua altezza. Sovrastava il professore di una spanna e lo fissava con i suoi occhi gialli. Il corpo era muscoloso e ricoperto di peluria e le spalle terminavano con una serie di placche ossute. Aprì la mano e distese le unghie rapaci verso il suo interlocutore.

«Dove sono loro? Tu chi sei?»

Il professore sbarrò lo sguardo e puntò la luce negli occhi dell’essere.

«Mi chiamo Percival, ma…»

«Ho sempre pensato che la battaglia tra le nostre razze ci avrebbe portato solo male. Tu, uomo, sei venuto a portare la pace?»

La creatura muoveva la testa con inquietudine cercando di mascherare la propria paura. Il corpo molle del suo avversario non sembrava un pericolo, ma aveva imparato a diffidare degli uomini.

«Non capisco, io sono solo un…»

«Uno schiavo! Uno schiavo degli umani. Dovevo capirlo e sono sicuro che sei entrato per caso nella grotta. Nessuno dei tuoi padroni avrebbe avuto l’orgoglio e l’onore per mettere fine a questa stupida guerra.»

Avanzò di un passo verso il professore e le giunture scricchiolarono nel silenzio della grotta.

«Tu cosa sei?»

Percival arretrò per far passare la creatura che lo sfiorò con l’ala. Il calore sprigionato dalle piume fece sobbalzare il professore.

«Sono Bahwal, principe reggente della casata dei Fahwol. Terzo in linea dinastica sul trono. Il tuo popolo ci chiama Gargoyle. Fammi spazio, devo ricongiungermi alle mie armate.»

L’uomo si portò la mano sul volto e con le dita incise due piccole rughe sulla guancia. Voleva essere sicuro di non sognare.

«Gargoyle? Sono personaggi mitologici, fantasie di vecchi libri.»

«Vuoi provare il mio artiglio? Vuoi leccare il tuo stesso sangue così ti renderai conto di chi sono le fantasie.»

Il becco affilato scompigliò i capelli ai lati della testa di Percival. L’odore acido del suo fiato si infilò nelle narici dell’uomo che si trattenne per non vomitare.

«Siamo nell’anno Duemiladodici. Non esistono i Gargoyle, ma visto che tu sei vivo…»

«Spiegati meglio.»

Il Gargoyle guardò l’umano e ne valutò i punti deboli. Focalizzò due colpi di artiglio alla gola, un lavoro semplice e rapido.

«Questa che vedi è una chiesa dei primi secoli. Sono arrivato seguendo le indicazioni di un vecchio manoscritto che narrava di una leggenda. Ho scavato e ho aperto quel varco. Forse sei tu che devi spiegare a me quello che succede.»

Bahval ruotò la testa verso l’insenatura dalla quale era entrato l’uomo e ragionò rapidamente. Erano troppe le cose che non conosceva di quella situazione e quel piccolo essere indifeso era la sua unica fonte di notizie. Decise di assecondarlo.

«Ieri era l’anno terzo della quindicesima dinastia del quarto regno. Gli umani sono guidati da un grande guerrieri, il suo nome è Cesare. Il suo esercito combatte gli altri umani per creare un grande regno. Noi siamo rimasti lontani per molto tempo. La mia razza abita le foreste e i cieli sopra le vette più alte. Abbiamo sempre evitato il contatto, per natura non ci piace la guerra e l’esercito di Cesare possiede armi capaci di distruggerci. Da venti lune combattiamo nelle foreste con tutte le nostre forze, ma ci stanno ricacciando sulle vette. Ieri, con i miei compagni, siamo stati attirati in questa locanda.»

Il professore spalancò gli occhi e indicò la chiesa alle sue spalle.

«Locanda?»

«Mi sono addormentato e mi sono svegliato in questa grotta. I soldati di Cesare ci stanno accerchiando, ma se riesco a ricongiungermi con i miei fratelli che stanno arrivando dalla collina, forse, possiamo ribaltare la situazione.»

«Non puoi più fare nulla. La tua razza non esiste più, sono passati molti anni da quello che tu chiami ieri e sei rimasto prigioniero nella pietra.»

«Cosa stai dicendo? Il nostro potere è proprio quello di trasformarci in pietra per resistere alle armi di Cesare e degli altri invasori.»

«Qualcuno deve aver capito come farvi rimanere pietra per l’eternità, forse una magia.»

«Qualcuno diceva che Cesare aveva al suo fianco un grande mago, ma sono solo storie per addormentare i cuccioli. Fammi passare, ora devo andare a combattere.»

Percival prese coraggio e sbarrò la strada al Gargoyle. Estrasse il cellulare dalla tasca del giaccone in tela e lo mostrò alla creatura. Vedendo che non sembrava stupita e guardava l’oggetto con aria assente armeggiò sui tasti. Attivò la suoneria e le note di Like a Virgin riempirono la grotta. Il Gargoyle indietreggiò e dischiuse le ali chiudendo i pugni.

«Questo ti sembra uno degli oggetti del tuo tempo?»

Lo sguardo del professore non era minaccioso, ma evidentemente possedeva dei poteri enormi e Bahval non di fidava degli stregoni.

«Che diavoleria è questa…»

Percival sorrise, nonostante il Gargoyle lo sovrastasse per forza e agilità, sentiva di avere dalla sua il vantaggio della conoscenza. La storia che stava emergendo dal racconto della creatura aveva dell’incredibile. Si rese conto che la leggenda descritta nel manoscritto e narrata dagli abitanti della regione era completamente sbagliata.

Uscì dalla grotta e tornò nel cunicolo, aspirò a pieni polmoni l’aria pulita che entrava dal pertugio sopra la sua testa. Il Gargoyle lo seguì prestando molta attenzione a dove posava le zampe unghiate. Affondava lentamente nella fanghiglia e l’umidità si infilava nei polpacci.

«Cosa pensi di fare ora?» chiese senza fissare l’entità che lo seguiva verso l’uscita.

«Farò quello che un guerriero deve fare. Andrò nella foresta e risalirò la collina, aspetterò molte lune se necessario, ma alla fine mi unirò al mio esercito. Cesare non potrà mai sconfiggerci.»

Percival sbuffò e alzò gli occhi verso il pertugio. Quell’essere continuava a ignorare la realtà, credeva che il mondo fosse ancora fermo all’epoca degli antichi romani. Il Gargolye schiumava rabbia e il suo nervosismo trasudava dal pelo che gli ricopriva i fianchi. L’odore di chiuso della grotta era completamente svanito e l’aria pulita proveniente dall’esterno faceva emergere gli odori dei due. Il professore si portò il dorso della mano, il tanfo della bestia era insopportabile. Bahval arretrò di un paio di passi e spostò lo sguardo verso la grotta, forse i suoi compagni erano ancora dentro. Pietrificati.

«Allora non hai proprio capito. Sono passati duemila anni e non c’è più nessuna guerra. I Gargoyle sono estinti, gli uomini hanno vinto.»

Percival cercò la fune che aveva lasciato a terra. Si morse l’interno della bocca con i molari. Forse non doveva parlare a quella bestia con quel tono. Prese il capo della fune e controllò che fosse ancora ben saldo all’albero, era la sua via di fuga e il ritorno alla civiltà. L’importanza della scoperta era passata in secondo piano, ora l’importante era mettersi in salvo e cercare di nascondere il Gargolye.

Si voltò. I passi che lo seguivano si erano fermati e il respiro del suo compagno si era fatto più profondo e lento. Un fulmine caldo lo attraversò dal fianco alla spalla. L’artiglio di Bahval era ancora sporco di sangue quando l’umano si accasciò. Dopo il primo istante di sorpresa il dolore lo stava già divorando, abbassò lo sguardo verso la ferita e il verde della sua bile che usciva mescolandosi al sangue gli fece perdere i sensi.

La morte si fermò sulla soglia della chiesa prima di portare via il professor Percival. Il Gargolye sentì solo un brivido gelido attraversargli il costato, ma non vi fece caso. Si arrampicò sulla fune e uscì all’aria aperta.

La collina degradava dolcemente verso il mare e dal lato opposto si potevano vedere le foglie ingiallite della foresta agitarsi al vento. Bahval studiò il panorama, ma qualcosa non quadrava. Ovunque si vedevano dei cubi colorati con delle fessure luminose. Cani e uomini si trattenevano lungo dei fiumi grigi che collegavano gli oggetti tra di loro.

Il Gargoyle era di stirpe nobile e aveva combattuto molte battaglie sanguinose e non ci mise molto per focalizzare la situazione. Riconobbe le nuove abitazioni degli umani e capì che le scatole in movimento erano i mezzi di locomozione dei suoi nemici.

L’umano aveva ragione, qualche strano sortilegio l’aveva pietrificato per un tempo infinito e ora il mondo era cambiato. Si nascose dietro un masso e alzò gli occhi al cielo. Attese sperando di vedere qualche suo simile solcare i cieli. Passarono due ore, il suo corpo si stava abituando alla temperatura, ma non c’erano tracce di Gargoyle nell’aria.

Aveva commesso un grave errore, non doveva uccidere l’umano. Si pulì l’artiglio ancora sporco di sangue e distese le ali. La forza dei suoi avi scorreva forte dentro di lui. Puntò le zampe posteriori e si alzò in volo. Abitazioni di pietra avevano sostituito le capanne di paglia e strane scatole luccicanti trasportavano gli umani. La foresta si era rimpicciolita, dall’alto si vedeva chiaramente.

Il figlio della dottoressa Lambert si affacciò alla finestra della sua camera. Durante la settimana andava a dormire dopo il suo telefilm preferito, ma al Sabato sera gli piaceva passare un po’ di tempo guardando verso la collina. Ripose il suo libro sul comodino e respinse i primi sbadigli. La luna si oscurò per un istante e il bambino si strofinò gli occhi.

E’ ora di andare a letto, pensò mentre allontanò dalla sua mente l’immagine di un’aquila che volava sulla luna.

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