Non ci sei mai e quando ci sei sbagli gli accenti


L’aria era satura di ormoni maschili sudati. Cellule di pelle morta si adagiavano sulla formica grigia dei banchi e venivano spazzolate dai primi refoli di vento primaverile. Enzo si guardava le mani, le vedeva secche e poteva contare le linee della fortuna, ma dentro si sentiva madido di sudore.

La paura, quella sensazione non riusciva mai a dominarla. Si insinuava nelle certezze e le scardinava punto per punto. Abbassò lo sguardo sul libro di testo, una mescolanza di carta e parole gettate alla rinfusa senza un nesso logico. Eppure un filo conduttore doveva esserci. Si era studiato ben cinque capitoli a memoria, quaranta pagine di testo scritto fitto-fitto e senza neppure l’aiuto di una figura. Il poeta dice, il poeta intende e tutta quella serie di cazzate che piacevano tanto al professore. Gli occhi ancora fissi sulle mani, le sentiva sudare eppure erano secche come suole di scarpe abbandonate nel deserto.

I passi si fecero più rapidi all’esterno dell’aula e i compagni zittirono. La porta si aprì e un uomo con i baffi spruzzati di grigio entrò. Il suo sorriso si mutò rapidamente in un ghigno sotterraneo. Enzo si sentì la puntura del suo sguardo su tutto il corpo e abbassò gli occhi sul libro. Poeta, poeta.

Il professore si accomodò sulla sedia e gettò a terra il fiammifero che aveva usato per accendersi la Merit. Il filo di fumo nero compose un sottile arco e si spense su pavimento. Aprì il registro senza guardarlo e scrutò gli alunni uno ad uno. Enzo chiuse il libro e si alzò in piedi, una mano invisibile gli si era infilata nella cintola dei pantaloni in velluto e lo stava trascinando verso la cattedra. La voce del professore l’aveva chiamato e lui, come lo Zombie del video di Thriller, non aveva opposto resistenza.

L’insegnante guardò il resto della classe e non chiamò più nessuno. Di solito uscivano in coppia per l’interrogazione, ma quel giorno esisteva solo un protagonista. Un solo duello. Enzo si grattò la testa con le unghie delle dita e poi si lisciò il mento. Un filo di barba gli dava un senso di maturità, mancava solo la patente per diventare un vero uomo. Silenzio. Il professore sorrise increspando i baffi e unì le mani come a simulare una preghiera. La sigaretta si stava spegnendo, ma con una forte boccata la riportò in vita.

– Parlami quindi della novella del Bechet –

La prima domanda era facile, la sapeva. Si era fatto una tre giorni di studio assoluto, incatenato alla scrivania di casa con sua madre che gli portava i viveri felice della redenzione di quel figlio che faticava ad arrivare al sei. L’istinto lo spingeva a ridere e pensare di umiliare quel piccolo omuncolo con il suo potere infinito. Rimase serio e alzò il mento. Prese fiato e iniziò a svuotare le parole nella stanza.

– La novella parla di un tal Grisostòmo … –

– No! – interruppe il professore stringendo i pugni e mostrando i denti ingialliti. Enzo sobbalzò e la vena che gli percorreva la tempia destra di gonfiò dallo spavento.

– Non ci sei mai e quando vieni sbagli gli accenti. Al posto; due –

Enzo guardò verso i propri compagni. Lo sguardo di Marco, il primo della classe, si confondeva con quello di Antonio. Qualcuno leggeva il testo, altri fissavano il professore e solo i più arditi non mascheravano il proprio sorriso. Tre giorni chiuso in casa, senza neppure ascoltare la radio. Pagine imparate a memoria e tutto per cosa? per un misero accento. Ma come cazzo si dice..

La lezione proseguì, uscirono interrogati Singia e il Grego. Enzo faticava a ricordarsi il proprio nome, figurarsi se riusciva a seguire le interrogazioni dei compagni. Il professore spiegò qualcosa su un qualche canto del Purgatorio e poi se ne andò gettando a terra il mozzicone della sua seconda sigaretta.

Il ragazzo si alzò senza ridere alle battute del compagno di banco che ripeteva la frase del professore. Prese il libro di testo e lo lanciò in aria, giunto all’altezza del ginocchio sferrò un calcio che mandò il volume a schiantarsi contro la cattedra. Attese che la polvere di gesso si fosse depositata e calciò una seconda volta in direzione del calorifero sotto la finestra. Antonio lo incitava, Singia rideva e Flavio approfittando della confusione si infilava sotto al banco di Marco per rubare il panino con il salame.

Dopo qualche mese il muro di Berlino sarebbe caduto sotto i colpi della storia. Dopo qualche anno le vite di questi ragazzi si sarebbero disperse tra le strade asfaltate di una piccola città lombarda. Qualcuno fece fortuna e divenne ricco, altri si rintanarono nel caldo abbraccio di una famiglia. I capelli si diradarono e i ricordi divennero un fiume calmo e lontano.

Un ragazzo divenne uomo guardando i palmi delle mani riempirsi di calli e altri provarono a togliersi le rughe passandole a qualcuno più giovane.

io spesso mi siedo alla scrivania e annuso l’odore della grafite. Mi piace ricordare quei giorni, non ero ancora me stesso ma sapevo che lo sarei diventato.

Guardo il monitor e mi chiedo:

“Enzo starà ancora prendendo a calci il libro di Italiano?”

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