Nove piani


«Mi scusi tanto, vado al nono.» L’uomo si spazzolò la manica della giacca con il dorso della mano e un lieve strato di polvere volteggiò fino a terra. Guardò l’unico compagno di viaggio mentre con l’indice premeva sul bottone della pulsantiera ottone.

«Sono sempre in ritardo, sembra la storia della mia vita.» Controllò la chiusura della cartelletta in cartone e sembrò rilassarsi. La scarpe, con pezzi di fango secco ai lati della suola, lasciarono due impronte sulla moquette dell’ascensore.

«Anche lei è quì per la selezione?»

Martino preferiva non dare confidenza agli sconosciuti, ma non aveva via di fuga. Una piccola ondata di calore lo mise in imbarazzo. Squadrò il suo compagno di viaggio e inspirò aria e parole nei polmoni.

«Si, ma…»

«Vede, io non credo molto in questi concorsi. Cioè, uno si presenta con il suo lavoro dove ha buttato l’anima e poi non viene capito. L’arte, la scrittura specialmente, sono il frutto di un momento ispirato. Perchè deve essere valutato da uomini che non hanno vissuto i momenti che racconti.»

Si infilò la cartelletta sotto al braccio e cercò di pettinarsi con le dita. Lesse velocemente la targhetta sulla valigetta in pelle del suo interlocutore. Tre numeri.

«Credo che alla fine il talento viene sempre premiato.» Martino non voleva intavolare una discussione in quello spazio angusto, ma i soliti luoghi comuni sulla fortuna lo mandavano in bestia. Si accarezzò i polsini della camicia che spuntavano dalle maniche, era un gesto che si era inventato per riprendere la concentrazione.

«Non ci credo molto. Io ho scritto un romanzo autobiografico. Lo so che è l’errore più grande che uno scrittore possa fare, ma la mia è veramente una storia formidabile.»

L’uomo si avvicinò a Martino fissandolo con i suoi occhi grigi. Si guardò intorno come se cercasse delle microspie tra gli interstizi della lamiera che ricopriva l’interno dell’ascensore.

«Capisco.»

«A lei lo posso dire, tanto ormai non mi ruberà l’idea.» Una risatina stemperò la tensione. Martino ne aveva abbastanza di questo personaggio. Il suo alito si era stampato sul bavero della giacca e si sentiva invaso dal suo odore di cibo da strada. Istintivamente mise la mano in tasca cercando la scatoletta metallica con le mentine rinfrescanti.

«Mia madre mi ha abbandonato davanti al sagrato di una chiesa e sono stato dato in affidamento a una famiglia. Brava gente, mi hanno cresciuto senza farmi mancare nulla. Ho fatto tutta la trafila dei bambini abbandonati: amore per i genitori adottivi, ripudio per quelli naturali, domande e infine la ricerca delle proprie origini. La faccio breve. Scopro di avere un fratello gemello, anch’egli abbandonato e dato in affido a un’altra famiglia.»

Martino guardò il led che indicava la successione dei piani. Ancora il settimo e l’ottavo e quella tortura sarebbe terminata. Pensò al suo appartamento e vide il suo divano bianco con la rivista Quattroruote che lo aspettava.

«Interessante.»

«Lo sapevo che piaceva.»

L’uomo sudava dalle tempie. Cercò qualcosa nella tasca interna della giacca di velluto, ma subito desistette. Si avvicinò a Martino e gli appoggiò la mano sull’avambraccio.

«Allora, dicevo che scopro di avere un gemello e mi metto alla ricerca disperata di notizie. Indago negli archivi, faccio domande. Ho messo anche qualche colpo di scena che non guasta mai.»

Martino si guardò la punta delle scarpe e tolse la mano dalla tasca. Il cellulare emise una vibrazione.

«Poi? Intendo, il gemello lo trova?»

L’uomo rimase con la cartelletta sotto il braccio e il palmo della mano appoggiato all’avambraccio di Martino. Il silenzio invase la cabina. Si sentiva solo il rumore del motore che trascinava l’ascensore verso l’alto.

«Nel romanzo lo trovo, certo che lo trovo. Il lieto fine prima di tutto. Ci sono grandi feste, abbracci e lacrime per tutti. Nella realtà purtroppo no. Gli archivi sono inaccessibili e dei miei genitori naturali non ho trovato traccia. Avevo anche pensato a ingaggiare un professionista, uno di quelli che ci sanno fare con i computer e si infilano come dei topi, ma mi mancano il denaro e i contatti giusti.»

Un velo di tristezza disegnò una ragnatela di rughe ai lati degli occhi. L’uomo fece un mezzo passo indietro allontanandosi e riprese la cartelletta con entrambe le mani.

«Bello, ma è autobiografico fino in fondo? A parte il finale ovviamente.»

Martino si stava appassionando al racconto, specialmente ora che il narratore si era portato a distanza di sicurezza. Sentiva ancora la presa sul braccio e il suo odore di unto e formaggio fuso.

«Tutta storia vera.»

Con orgoglio l’uomo alzò il mento all’altezza del nodo della cravatta di Martino. Provò a stringergli la mano, ma l’arrivo al piano li fece sobbalzare. Le porte si aprirono e la luce naturale proveniente dalle finestre fece stringere gli occhi ai due.

Martino uscì dall’ascensore e imboccò un corridoio laterale.

«Non doveva fare anche lei il colloquio?»

Le parole suonarono vuote contro le pareti. La suola di cuoio segnava il passo sul marmo levigato del pavimento. Martino si sedette su una panchetta di legno e si allentò la cravatta. Aprì la valigetta e appoggiò i centoquindici fogli A4 sulle ginocchia. Li ordinò con cura picchettando con le dita sui lati per farne combaciare i bordi.

«Signorina», chiese a una donna che stava uscendo dall’ufficio con una cartelletta di cartone nella mano destra.

«Avete un distruggi documenti?» Chieste porgendogli i suoi fogli. La segretaria lo guardò con stupore e si aggiustò gli occhiali con la mano sinistra. Annuì e allungò il braccio. Diede una rapida occhiata e, leggendo il titolo, chiese con pudore.

«Perchè vuole distruggerlo?»

Martino si alzò e si allacciò il bottone della giacca. Aggiustò i polsini e fissò un punto alle spalle della donna.

«I romanzi autobiografici sono destinati all’insuccesso.»

La segretaria sorrise portandosi i fogli ordinati vicino al seno. Un sottile profumo di carta gli ricordò le lettere che gli spediva il suo vecchio fidanzato. L’uomo rimase pensieroso e tornò verso l’ascensore. Le porte erano ancora aperte e l’odore di cibo del suo compagno di viaggio era sparito. Entrò e premette il bottone per la discesa. Negli interstizi della lamiera non c’erano tracce di microfoni nascosti e anche se fosse non aveva nulla da dire.

«Un romanzo autobiografico è destinato al’insuccesso», pensò mentre sentiva ancora il contatto della mano sul suo braccio.

«Specialmente se qualcuno ha avuto la tua stessa idea.»

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