Bare


Il suo corpo era avvolto dal fumo, non quel tipo di smog intossicante, ma più una sospensione acquosa con un vago profumo di anice. Uno a uno i suoi sensi ripresero vita e subito un dolore lancinante alla testa gli ricordò i fatti della serata.

Passeggiava distrattamente sul molo. Quella frigida di Emma si era lasciata corteggiare come una civetta per tutta la cena e alla fine l’aveva lasciato con la scusa che la sua compagna di stanza la stava aspettando. Due passi per smaltire la delusione e una botta in testa. Sicuramente. Ancora gli faceva male e il suo cervello faticava a mettere in fila i pensieri.

Allargò le braccia, provò a muoversi per toccarsi la fronte, ma era bloccato. Il suo corpo era stretto in un cunicolo. Ruotò i polsi e con i polpastrelli toccò una superficie ruvida. Legno. Saverio era una persona logica e prima di tutto chiuse gli occhi e respirò a fondo.

«Sono in una bara». Claustrofobico tentò un calcio, ma era avvolto. Ogni centimetro della sua pelle era compresso da questo contenitore. Non si poteva muovere e in un secondo capì di essere anche nudo. Respirava dalle narici un misto di aria e umidità in sospensione e sentiva ogni poro della pelle idratato. Come in un bagno turco.

Gli occhi lentamente si stavano abituando al buio. Un nero oscuro lo calzava come un guanto. Cercò dei punti di luce, ma ogni millimetro analizzato era vuoto e apparentemente lontano. Chiuse di colpo gli occhi e li spalancò, sperava con questo trucco di catturare qualche spiraglio di luce. Nulla. Nudo, bloccato e al buio.

Aprì la bocca e con la lingua tentò di leccare l’involucro che lo conteneva, ma anche il collo era immobilizzato e riuscì solo ad assaggiare il sudore che gli colava dal labbro. Il dolore alla testa stava lentamente passando e il cervello cominciava a mettere in fila le informazioni.

Una fitta dolorosa alla nuca lo fece urlare. Su questo non poteva sbagliarsi. Un ago, neppure troppo sottile, si era infilato a forza in mezzo alle spalle e gli stava iniettando un liquido direttamente nella colonna vertebrale. L’agonia durò qualche secondo e subito lasciò il posto a un senso di benessere. Il corpo era come irrorato da una nuova forza. La testa non pulsava e cominciò a sentire un formicolio ai piedi.

Il liquido era entrato in circolo, ma l’ago rimaneva conficcato nella pelle, anche se il dolore si stava attenuando.

«Pensa, pensa. Fai il punto della situazione». Provò a darsi coraggio, ma tutto quello che gli stava capitando era estremamente illogico. Impossibile.

«Aiuto. Qualcuno mi sente ?». La voce gli uscì roca e impastata, ma era la sua e aspettò una risposta. Nulla. Il corpo riprendeva calore e si accorse di un riquadro freddo e metallico che gli premeva sui reni. L’impressione di un ripiano di acciaio appoggiato sulla pelle. Analizzò meglio la sensazione e provò a muovere le schiena di qualche centimetro. La piastra lo seguiva, come fosse saldata alla pelle. D’un tratto, come se fosse comandato da una pompa ad aspirazione, sentì lo strano meccanismo agire sui reni e svuotarlo.

Lo stavano succhiando. La cruda realtà era che qualcosa di gelido gli stava togliendo energia e forza dai reni.

«Aiuto. Qualcuno mi sente ?». Urlava spinto dall’istinto, ma una voce dentro la sua anima gli diceva che non avrebbe risposto nessuno.

«Ci sono, ti sento ». Un sussurro al suo orecchio lo svegliò dal torpore, si accorse che si era addormentato.

«Sono nella bara accanto alla tua. Non ho capito in quanti siamo, ma tutti stiamo nella stessa situazione. Quel poco che conosco me l’ha raccontato il mio vicino di bara che ha smesso di parlare da qualche giorno».

La piastra smise di aspirargli l’energia e per qualche secondo un senso di pace lo avvolse.

«Quello che sappiamo viene tramandato di voce in voce e, ora che mi sento mancare le forze, voglio che tu raccolga la mia testimonianza ». Una nuova ondata di vapore umido riempì il piccolo involucro e si sentì come fluttuante dell’aria.

«Mi chiamo Jesper, ma il mio nome non conta. Come te mi sono ritrovato in questa bara immobilizzato e completamente al buio. Dovremmo essere in venti o trenta, ma è solo una supposizione perchè riusciamo a parlare solo con il nostro vicino. Ogni persona presente nella cassa ha un dispositivo meccanico attaccato a una parte del corpo. Chi mi ha raccontato la sua parte di storia l’aveva allo stomaco, io ai polmoni e tu ?».

Saverio, pur rendendosi conto che il suo interlocutore era lucido, faticava a seguire il suo discorso. Con uno sforzo rispose.

«Reni, ho una piastra metallica che mi succhia l’energia dai reni. Anche io mi sono svegliato in questo contenitore».

Il suo compagno tossì rumorosamente. Un rantolo umido e corposo.

«Ogni tanto il macchinario si ferma e veniamo invasi da un fumo bagnato. Qualcuno sostiene si tratti di un vapore che funziona da nutrimento e da droga. Dopo questo trattamento ci si sente meglio e anche storditi. Una volta al giorno, anche se parlare di giorno è un concetto astratto, una siringa ci viene piantata nella nuca e un liquido viene messo in circolo. Anche questo dovrebbe essere un nutrimento.»

Saverio ascoltava e, mentre le parole si sommavano nella sua mente, l’immagine del suo corpo immobilizzato e in preda a strani esperimenti gli fece gelare il sangue.

«Le teorie su cosa siamo e cosa ci succede sono molte, ma sembra che ne prevalga una più di tutte». Un nuovo attacco di tosse bloccò la frase e un rantolo simile a un conato di vomito lasciò il suo vicino senza fiato.

Per molto tempo Saverio rimase immerso nel buio. La piastra era inattiva e la nebbia umida si era completamente dissolta. Rimase solo con se stesso e i suoi pensieri. Il suo vicino taceva, forse svenuto o peggio. Cominciò a immaginarsi lo schema. Venti persone, forse trenta, rinchiuse in contenitori. Ogniuno con un pezzo di corpo, anzi una funzione fondamentale, utilizzata per uno scopo.

«Ero svenuto, ci sei ancora ?». La voce tornò a riempire il buio e Saverio rispose positivamente. Voleva capire cosa sapevano quelli venuti prima di lui e sperava, da quel racconto, di trovare una via di fuga.

«Le forze mi stanno abbandonando, cercherò di essere veloce. Siamo tutti utilizzati come parti di un progetto più grande. Tu sei i reni, qualcuno il cuore, io i polmoni e andiamo ad alimentare un corpo esterno. Qualcosa o qualcuno che si serve delle nostre parti per vivere».

Saverio voleva fargli mille domande, ma capì che il tempo del suo interlocutore aveva i secondi contati e lo esortò a continuare.

«Se ti chiedi qual’è il tuo futuro o se c’è una via di fuga ti freno immediatamente. Non si può fuggire, l’entità che ha creato questa situazione ci è superiore e l’unica speranza è una morte rapida. Ci tengono in vita solo allo scopo di utilizzare le nostre parti biologiche, ci nutrono per non farci morire. Il nostro corpo può resistere qualche mese, forse anni, ma il cervello si spappola in breve tempo e quando ti parte quello, anche il resto non risponde più. Loro lo sanno, loro sanno tutto e quando sentono che le tue funzioni vitali cominciano a rallentare ti sostituiscono.»

Saverio seguiva il racconto con lucidità, il dolore ai reni era completamente passato e provava a immaginarsi visivamente la situazione.

«Deve esserci un modo per fuggire, possibile che nessuno ci abbia mai provato ?» La voce era squillante, frutto di un corpo giovane e ancora vivo nella lotta.

«Sei appena arrivato e ti capisco, tutti fanno la stessa domanda e tutti immaginano piani di fuga. Tra poco capirai che il destino è segnato. Augurati di morire presto. Qualcuno ipotizza che provare a vivere fino all’invecchiamento naturale degli organi possa venire premiato con una specie di pensionamento, ma ragioniamo insieme.»

Ragionare insieme ? Come potevano due persone rinchiuse in due bare adiacenti ragionare.

«Ci sono alcuni punti sui quali tutti concordano. Siamo parte di un progetto più grande, prendono una parte del nostro corpo e quando non funziona ci sostituiscono. Ci usano come degli oggetti, forse alimentiamo un corpo in costruzione. Probabilmente una struttura che ancora non ha sviluppato organi propri. In realtà sono tutte ipotesi, ogni parte del racconto viene da una persona al buio in una bara»

Un rumore meccanico interruppe la voce. Sotto i suoi piedi sentì due corpi metallici sfregare.

«Stanno sostituendo una bara, secondo quello che mi hai detto se un’organo non funziona lo cambiano».

Anche il suo compagno si sentì sollevato, tra poco avrebbero potuto ragionare in tre e magari escogitare un piano di fuga. La bara venne sostituita e si sentì il rumore di un gancio metallico che ancorava la struttura. Un spiffero leggero e un movimento pneumatico.

«Gas e piastra», disse Saverio ormai convinto di far parte di una struttura superiore. Attesero. Lo sfortunato nuovo arrivato si sarebbe svegliato e, dopo il primo sbigottimento, si sarebbe unito alla discussione.

«Mi piacerebbe capire a cosa serviamo. Immagino che da questo nuovo arrivato useranno il fegato o lo stomaco. Sicuramente non reni o polmoni. Cosa può produrre un corpo grazie a tutte queste parti ?»

Saverio fece una pausa, ascoltò la bara sotto i suoi piedi e percepì la puntura dell’ago nella nuca del nuovo ospite. Uno spasmo fisico, tra poco si sarebbe svegliato.

«Il corpo umano produce energia partendo dal cibo e quello che non viene utilizzato viene espulso. Se guardiamo alle funzioni essenziali ci riduciamo a questo, energia e scarto.». Ora era Saverio a pilotare la discussione deciso a capire cosa si nascondeva fuori da quell’involucro buio.

«Ma credo sia inutile per una mente superiore organizzare tutta una struttura di questo tipo solo per generare energia. Per questo basta la benzina o il nucleare. No, non credo che sia questo il nostro scopo. Dovremmo capire cosa ci tolgono con quella piastra»

Un colpo di tosse fece capire che il nuovo arrivato si stava svegliando. Saverio non vedeva l’ora di incrociare le proprie impressioni.

«Dai polmoni non mi tolgono aria, altrimenti non potrei vivere». Il compagno di sventura si era risvegliato da uno dei suoi frequenti svenimenti. «Dopo ogni prelievo mi sento sempre più debole, ma il respiro è fluido e i polmoni lavorano bene. Anche io mi sono chiesto cosa ci prendono e l’uomo che mi ha tramandato la storia è convinto si tratti di sangue»

«Sangue ?» Saverio vide con chiarezza tutta la struttura disegnata su una lavagna mentale. Trenta corpi che lavoravano per creare sangue.

«Non ha senso, se vogliono prelevare sangue perchè differenziare gli organi. Potrebbero semplicemente prendere le persone e prosciugarle. No, questa storia del sangue non mi convince.»

Una stilettata nel collo e il fluido iniettato. Quanto tempo era passato, da quanto tempo stava in quel maledetto involucro. Nudo e al buio. Il liquido gli entrò subito in circolo e la piastra metallica entrò in funzione. Prima gli pompavano nutrimento e poi gli succhiavano energia. La soluzione era in quei due momenti, il gas che sarebbe arrivato dopo serviva solo per riossigenare il corpo.

Era ancora discretamente in forma per resistere al trattamento e mantenere una certa lucidità. Ascoltò la bara del nuovo arrivato, ma nessun segno di vita. Dovrebbe essere già sveglio. Uno scatto secco, come un perno metallico che viene fatto ruotare, riempì il buio. L’involucro del nuovo arrivato sfregò contro le pareti e venne sfilato fuori.

«Credo sia morto, forse non tutti resistono al primo trattamento». Saverio continuò il suo ragionamento ad alta voce. «Tra poco dovrebbe finire il trattamento e la nebbia umida mi farà perdere i sensi, ormai è chiaro che questo è il percorso. La puntura inietta un nutrimento, la piastra succhia quello che serve e il gas serve come anestetico. A cosa serve tutto questo ? » Attese una risposta, ma il suo compagno non rispondeva. Neppure un rantolo. Si sorprese a sperare in un suo conato di vomito.

Sotto i suoi piedi la sequenza di rumori che aveva già imparato a riconoscere. L’ospite veniva sostituito, il precedente non era riuscito a sopportare lo sforzo.

«Ci sei ancora ? Ti prego rispondi», tutta la sua apparente calma si stava sgretolando. Per qualche ora si era aggrappato al racconto del suo compagno, ma adesso che si sentiva solo e ancora più nudo la follia cominciava a battere alla porta.

Alla sua destra, dove aveva imparato ad ascoltare il racconto al buio, sentì il rumore metallico che ormai conosceva. Il suo compagno era morto e lo stavano sostituendo. La bara scivolò grattando contro il suo involucro. Ormai faceva fatica ad immaginare una vita fuori da quello spazio buio. Anche i suoi ricordi, chi era e chi era stato, si mescolavano brutalmente al suo presente.

Era nudo, al buio e in balia di un processo che non comprendeva.

Sotto i suoi piedi la sostituzione era stata completata, siringa e piastra in azione, tra poco un nuovo ospite con il quale confrontarsi. Un colpo di tosse, si stava svegliando. Alla sua destra le operazioni procedevano e la bara era stata agganciata. Siringa e piastra.

Doveva solo aspettare il loro risveglio per tramandare le informazioni. Nudo e al buio. Il suo compito era di sperare in qualche compagno con delle idee migliori delle sue e possibilmente vivere il più a lungo possibile.

«Hilfe, was passiert ?» La voce del nuovo arrivato era stanca e anziana. Saverio non conosceva il tedesco e anche con l’inglese non si sentiva a suo agio.

«My name is Saverio, you speak English ?» Ci provò, ma al solo pensiero di spiegare tutto nel suo inglese ammuffito venne preso da un senso di nausea.

«Ich verstehe nicht. Hilfe», Continuarono a scambiarsi frasi senza arrivare a nessun tipo di comunicazione. Infine il nuovo arrivato, sottoposto al primo trattamento con la piastra metallica svenne. Saverio perse subito la speranza, ma ascoltò i rumori alla sua destra.

«Aiuto, non parlo inglese. I don’t speak English». Era vivo e parlava la sua lingua. Una speranza. Si sosprese a pensare come in una situazione così tragica e disperata una voce nel buio che parlasse la sua lingua lo rendesse felice.

«Mi chiamo Saverio, ma il mio nome non conta. Come te mi sono ritrovato in questa bara immobilizzato e completamente al buio. Dovremmo essere in venti o trenta, ma è solo una supposizione perchè riusciamo a parlare solo con il nostro vicino. Ogni persona presente nella cassa ha un dispositivo meccanico attaccato a una parte del corpo. Chi mi ha raccontato la sua parte di storia l’aveva ai polmoni, probabilmente anche tu. Il mio dispositivo è attaccato ai reni. Questo è frutto di una mente superiore che ha ideato il dispositivo per uno scopo che nessuno ha ancora capito.» La storia era sempre quella e si tramandava da bara in bara, al buio. Il nuovo compagno vomitò e per qualche minuto sembrò svenuto.

«Non mi interessa chi sei, portami fuori o ti ammazzo. Tu non sai chi sono e che amici potenti ho. Mi basta muovere un dito per scaricarti addosso tutti i peggiori del mio quartiere. Saverio, o come ti chiami, apri quesa cassa e fammi uscire»

Spiegare al nuovo arrivato la situazione poteva rivelarsi più dura del previsto e una fitta alla nuca fece capire a Saverio che stava iniziando il trattamento.

Nudo, al buio e in balia di una macchina che lo prosciugava tenedolo in vita. Un tedesco anziano e un teppista di quartiere come unica fonte di informazioni. Poteva ancora avere un senso vivere ? Si abbandonò al trattamento chiudendo gli occhi con la speranza di non riaprirli mai più.

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