Il Collezionista


Con questo racconto mi sono classificato al decimo posto del concorso Giallobirra 2011. Ringrazio l’amico Leo per avermi ispirato il personaggio omonimo.

Nella vita di Andrea esisteva un solo piccolo sassolino. Uno di quei fastidiosi puntini di roccia che si insinuano nelle scarpe e non ti lasciano camminare. Per quanto lui si sforzasse di non pensarci, la figura grassa e tozza del fratello si presentava a mesi alterni a disfare la tela di perfezione che tentava di cucirsi addosso alla pelle.

Andrea aveva tutto per essere felice: un piccolo appartamento di proprietà, una Smart aziendale e una fidanzata che vedeva a giorni alterni. Il suo piccolo mondo era fatto di grandi abitudini. Per qualcuno erano percorsi monotoni nella vita, per lui erano invece sicurezze e mura invalicabili che cintavano il suo universo.

Ogni sera, terminata la giornata di lavoro, si metteva al computer e cercava sui forum specializzati notizie e aggiornamenti sulla sua collezione preferita. A volte passavano settimane, anche mesi, prima di riuscire a mettere le mani su un pezzo pregiato. Un giorno era volato fino a Francoforte per vedere di persona il proprietario di una DuDemon targa rossa. Kurt Helmusson era riuscito ad averla grazie a uno zio che riforniva il birrificio e, senza perdere un minuto, l’aveva messa in vendita su eBay.

Andrea aveva subito avuto dei dubbi, come poteva una DuDemon targa rossa abitare in Germania, ma per non perdere l’affare si era precipitato dal signor Helmusson. Raramente sprecava il proprio denaro per inseguire un pezzo su eBay, ma dalle fotografie e dal codice a barre si era convinto che la bottiglia fosse originale e il prezzo di vendita era irresistibile. Così era partito con il volo delle sette ed era tornato a casa alle ventidue dello stesso giorno. Alleggerito di duemila euro, ma con la sua DuDemon targa rossa. Duemila euro erano una bella cifra, spropositata per una bottiglia di birra, figuriamoci per una con l’etichetta che conteneva un grave errore di battitura. Andrea era rimasto in ammirazione del suo nuovo acquisto. Per due settimane gli aveva cambiato posto sulla mensola delle rarità e alla fine l’aveva piazzata con orgoglio al centro della fila. «Finchè non troveremo la Bud rumena rimmarrai quì, al centro del gruppo».

Nell’esteso ambiente dei collezionisti di bottiglie di birra la famigerata Bud rumena era il Santo Graal. Qualcuno sosteneva che mai la Bud si fosse abbassata a cedere in licenza ad un oscuro produttore rumeno l’onore di imbottigliare la più celebre birra americana. Il sogno biondo immortalato in innumerevoli film era finito nel vetro imperfetto prodotto in un buio capannone nella periferia di Bucarest. Tanto oltraggiosa, quanto leggendaria, la Bud rumena entrava ed usciva dai forum specializzati come un tornado nelle calde e afose estati caraibiche.

Andrea era un credente, per lui era assolutamente plausibile che il direttore commerciale della Bud volesse abbattere il muro del comunismo di Ceausescu inondandolo di birra. Andrea era convinto profondamente che un piccolo rumeno, se lo immaginava scuro di carnagione con dei grossi baffi neri, avesse ricevuto dalla divinità americana la ricetta per produrre la Bud rumena.

Andrea era un credente, ma come tutti i credenti voleva tutta per se la storica reliquia.

«Come fai a vivere con tutte queste birre senza berne neppure una». Leo aveva della collezione del fratello un idea tutta particolare e non mancava di farlo notare le poche volte che i due si incontravano. Tanto Andrea era preciso, quasi maniacale, nella sua vita tanto Leo era improvvisatore e disorganizzato.

Il nome l’aveva ricevuto dal nonno che, per non affondargli la vita tramandandogli il suo aveva suggerito di chiamarlo come un giocatore della sua squadra del cuore. Vennero quindi cancellati i cuscini ricamati con il nome di Terenzio e sostituiti con un non meno evocativo Leogivildo, per tutti Leo.

Andrea non andava daccordo con il fratello e spesso di domandava dove si erano nascoste quelle parti di DNA che avevano in comune. Per questa sua intolleranza al fratello e, più generalmente al genere umano, riduceva al minimo i contatti. Suo malgrado era obbligato a condividere la gestione di un fondo milionario con il fratello e questo lo obbligava a delle riunioni, fortunatamente brevi, per gestirne i dettagli pratici. Il più delle volte Leo voleva andare a cena e ubriacarsi dolcemente, ma il fratello riusciva sempre a divincolarsi con scuse più o meno credibili.

«Come fai a non avere la tentazione di berle, io sono sempre assetato, se rimanessi da solo con le tue fidanzatine gli farei una bella festicciola». Andrea non cadeva nelle provocazioni, stringeva le spalle e guardava fisso nel vuoto. Sapeva che il tormento del fratello sarebbe durato lo spazio di un resoconto finanziario.

La Bud rumena esisteva, esisteva eccome. Andrea lo sapeva, non solo perchè era un credente, ma soprattutto perchè disponeva di appoggi e conoscenze.

Adrian Costan abitava in un casolare disperso nella campagna di Bucarest. La civiltà occidentale e i ritmi ossessivi delle nuove fabbriche non erano ancora arrivati in quell’orlo di città. L’uomo era basso, di carnagione scura e con un paio di baffi neri. Proprio come Andrea immaginava il depositario del mistero della birra. A essere sinceri il piccolo uomo non conosceva a fondo l’importanza di quella bottiglia che conservava nella sua teca insieme al resto della sua misera collezione. Trovava normale possedere quella birra che tutti, prima della rivoluzione, bevevano al riparo degli occhi della polizia di stato. Un gesto sovversivo, una prova di forza contro quel regime che li opprimeva tutti; dal primo all’ultimo.

Stancamente allungato sul divano cercava di allontanare le mosche con una coda di crine di cavallo intrecciate. La televisione rimandava ormai da mesi, forse da anni, gli stessi ignobili programmi. Fabbriche occidentali che davano la felicità ai poveri oppressi dal comunismo. L’uomo non era interessato a questo genere di discorsi. Viveva nella sua casa e la politica gli passava inosservata sopra la testa. Mangiava del suo orto, conigli e polli non mancavano mai sulla sua tavola. Forse una donna, ecco una donna era quello che gli mancava.

«L’udito, dottore, quello non è più come una volta», confessava imbarazzato al medico di campagna durante le rare visite che riceveva. «Mi guardo attorno e mi accorgo di non sentire i suoni. I miei polli non fanno rumore quando li apro e anche i tuoni, neppure quelli riesco a sentirli bene».

Adrian era quindi il sordo detentore di una Bud rumena. Andrea aveva seguito una pista come un segugio. Fiutato le tracce informatiche, parlato con persone che conoscevano qualcuno che aveva sentito parlare di uno che…la strada era lunga e piena di insidie. False indicazioni, speranze, bugie, ma alla fine un nome.

La primavera rumena è molto differente da quella italiana, più simile all’autunno ubriaco partorito dalla fantasia di un pittore cubista. Un sottile strato di neve ovattava ogni rumore e la grave sordizia di Adrian faceva il resto.

Nessuno poteva credere che quell’ombra fatta di nebbia che attraversava il cortile poteva appartenere a un meticoloso collezionista italiano.

«Buongiorno, mi chiamo Andrea e voglio la sua Bud rumena». Disse l’italiano in una lingua che sembrava una via di mezzo tra il rumeno antico e il dialetto veneto.

Adrian si alzò dal divano e d’istinto afferrò un bicchiere come ad armarsi di fronte all’intruso. Sguardi secchi e frantendimenti, solo così potevano comunicare due uomini di due pianeti diversi. Andrea provò a ripetere la frase, ma stavolta complicando ulteriormente la pronuncia ne uscì con qualcosa che fece ridere il suo interlocutore.

Il guardiano della Bud si diresse verso la sua teca e la aprì facendo scivolare il sottile vetro sulla guida metallica. Che spettacolo per Andrea. Non c’era solo l’oggetto dei suoi desideri, ma anche altre birre di cui non aveva mai sentito parlare. Antichità del blocco comunista, etichette dai caratteri cirillici e colori così scuri che neppure suo fratello avrebbe osato berne il contenuto.

Mentre Adrian teneva la bottiglia con la mano destra apparve nella sua sinistra un modesto cavatappi di ferro. Una piastra metallica con lo stemma della corona d’Inghilterra.

Il collezionista italiano ebbe un tremito, una scossa elettrica che partendo dalle spalle andò a fulminarsi alla base delle caviglie. Non fece a tempo a dire nulla e si gettò sull’empio che stava per profanare ciò che esisteva di più raro in quella stanza. Lo spinse forte e con la mano gli strappò la bottiglia dalla presa.

Adrian, immobilizzato dallo stupore, rimbalzò contro la parete e rimase a terra con il suo apribottiglie inglese.

«Cosa vuoi ? Chi sei ?», urlò nel dialetto delle montagne rumene che usavano i suoi nonni. «Ti offro da bere e tu mi attacchi». Gli occhi montavano rabbia e dai lati della bocca iniziava a formarsi un sottile strato di bava che gli dava l’aspetto di un cane idrofobo.

Andrea non capiva una parola e rimaneva immobile con la bottiglia in mano. Per sbloccare la situazione tentò di estrarre dalla tasca un fascio di banconote. Pensava di sborsare cinquecento euro, ma era disposto ad arrivare fino a cinquemila. L’uomo urlava e ringhiava frasi incomprensibili e quando vide il denaro si imbestialì ancora di più.

Il collezionista ora aveva paura, forse il suo fornitore era pazzo o non voleva in nessun modo separarsi dalla bottiglia. Straniero in una terra che non conosceva, attaccato da un linguaggio incomprensibile e con in mano l’oggetto più prezioso.

Adrian alla vista del denaro perse la pazienza. Montanaro silenzioso era abituato alla polizia di Ceausescu che gli sventolava dollari americani sotto il naso in segno di sfida. «Prendili, pezzente, ti possono cambiare la vita. Prendili». Lo facevano con tutti e chi toccava il denaro veniva freddato all’istante e sepolto in giardino. Un ricordo così macabro riportato alla luce da quell’intruso insolente.

Si lanciò in avanti, teso e duro. Le mani callose cercavano di attanagliare il nemico. Spingendosi con le gambe fece un salto cieco, rozzo e inelegante. Andrea d’istinto spostò tutto il peso sulla gamba destra e riuscì ad evitare l’attacco del rumeno. Un tonfo, un rumore sordo. Come un martello che cerca di distruggere un cuscino.

Il collezionista si girò e vide il suo aggressore disteso sul tappeto e solo allora notò i disegni damascati di ottima fattura. Se fosse stato appassionato di tappeti rari quello sarebbe stato sicuramente un pezzo interessante. Peccato per quel sottile rivolo di sangue che scendeva inesorabile dalla fronte del montanaro.

Andrea era una persona fredda, meticolosa fino all’eccesso. Poteva sembrare un difetto, ma in un caso delicato come quello giocava a suo vantaggio. Senza farsi impressionare mise la bottiglia nello zainetto, guardò nella vetrinetta e prese altri due pezzi che gli sembravano di grande interesse. L’uomo a terra non si muoveva, pazienza. Chiuse la porta e sparì nella campagna.

«Sarebbe morto lo stesso e poi è stato un tragico incidente». Provava a scusarsi, come se avesse un barlume di coscienza che reclamava attenzione. La verità è che nella tranquillità del suo appartamento, con i suoi oggetti tutti in fila e con tutte le etichette nel verso giusto la sua avventura rumena spariva nell’orizzonte della memoria. Nei suoi ricordi lui non aveva mai varcato i confini per cercare quella bottiglia, non si era introdotto in quella casa e non aveva lasciato nessun cadavere sul tappeto.

Tutto si poteva dire di lui, ma non che fosse disorganizzato. Nella vetrinetta non aveva riservato un posto per la nuova arrivata, troppo rischioso e poi potevano sempre risalire a lui. Dietro l’armadio si era ricavato un doppiofondo grazie a una parete in cartongesso. Agendo su due perni nascosti si poteva rimuovere il pannello e accedere ad una teca dove si trovavano i suoi beni più preziosi: i codici dei suoi investimenti, i titoli e la sua Bud rumena. Pensava fosse un rifugio momentaneo, nell’attesa che nessun agente dell’Interpool bussasse alla sua porta. Passati un paio d’anni l’avrebbe certamente messa nel posto che meritava, al centro della sua vetrinetta.

Leo era il fratello più improbabile che gli fosse capitato. Tozzo, scuro e sempre propenso al peccato, sia di gola che di corpo. Fin da piccoli le differenze erano risultate eclatanti. Andrea, con la sua mitezza, guardava tutti da una dimensione superiore. Osservatore implacabile delle miserie umane dalle quali si teneva a debita distanza. Quando si specchiavano per prepararsi alla messa della Domenica mattina si vedevano riflesse due immagini opposte. Leo era più interessato alla gente, alla carnalità dei rapporti umani. Amava sentire l’appiccicaticcio del sudore ogni volta che stringeva la mano ad un nuovo conosciuto. Gli sembrava che questo scambio di umori fosse il buon inizio di un grande rapporto di amicizia.

La vera natura del fratello sgorgava potente davanti a un boccale di bionda. Si poteva sentire il gorgoglio della birra gelata scendere nella gola. «Nulla vale la prima sorsata di birra, quando arrivi stanco e assetato e prendi il manico del boccale». A suo modo era un poeta, forse perchè emanava uno strano fascino antico. Non quello dell’antico romano prossimo alla decadenza, bensì quello del barbaro con i capelli lunghi e la spada incrostata di fango e sangue.

Leo se ne stava seduto tranquillamente sullo sgabello del Bar Xibo, quando una persona si avvicinò. L’aspetto dimesso e trasandato faceva pensare a un mendicante, un passeggero del mondo fermatosi al primo punto di ristoro. I due si fissarono lentamente. Il nuovo arrivato si avvicinò e inciampando nel suo inglese chiese un paio di informazioni. I capelli tagliati con cura e la pelle pulita contrastavano con i pantaloni di velluto e la giacca lisa. Leo decise che non si trattasse di un mendicante, ma di uno straniero venuto dall’Est. Erano molti quelli che affollavano la città in cerca di lavoro o semplicemente tentando una visita turistica dove grandi monumenti non c’erano. Gli indicò la strada e lo invitò a bersi una birra insieme. «Siamo tutti passeggeri nello stesso viaggio», aveva letto da qualche parte. Lo straniero si dissetò, ringraziò portandosi le mani al petto come a imitare un gesto orientale visto in qualche film e uscì dall’orizzonte.

Rimise il pannello al suo posto e con cura fece ruotare i perni per assicurarsi la chiusura della sua fortezza. Andrea era sempre preciso nei suoi gesti, millimetrico. Ogni volta che voleva rifarsi gli occhi gli bastava spostare il pannello nel retro del suo armadio e ammirare il pezzo forte della sua collezione. Tornando alla sua scrivania notò che una delle bottiglie nella vetrinetta aveva l’etichetta non in linea con le compagne. Non era da lui commettere queste imprecisioni e la donna delle pulizie si era presa una settimana di ferie. Era un freddo e con freddezza prese un pesante fermacarte e si appiattì contro la parete. Sottofondo di automobili dalla strada e madri che chiamavano i figli in strada, non poteva fidarsi del suo udito.

Il pelo del tappeto era schiacciato in un punto dove lui non camminava mai per non rovinarlo. Intruso, l’unica spiegazione. Guardò attraverso uno specchio che rifletteva le immagini dalla piccola sala da pranzo. Libero. Attese, qualcuno doveva fare la prima mossa e lui era mediamente armato. Dallo specchio passò un’immagine breve, un’ombra materializzata. L’intruso era in sala, ma si stava muovendo. Lento e goffo, non era un professionista.

Andrea aveva due vantaggi. Il primo, indiscutibile, che conosceva la casa. Il vantaggio del campo. Il secondo, sconosciuto al suo nemico, che lui era freddo e determinato. Un vantaggio non da poco in situazioni di pericolo. L’intruso si stava dirigendo verso la sua camera da letto e Andrea contava di aggirarlo passando dal balcone che comunicava con il bagno. Uscì dalla finestra e percorse il piccolo balcone, trattenne il respiro e sentì un forte dolore alla testa. Sapore di ferro sotto la lingua e buio.

Era legato, legatissimo come un salame. L’intruso aveva fatto proprio un buon lavoro, gli toccava ammetterlo. Si trovava con i polsi e le caviglie bloccati da almeno cinquanta giri di nastro adesivo. Le corde si potevano slegare, l’aveva imparato nei film, ma il nastro adesivo era inviolabile. Bloccato alla sedia con questa persona che stava armeggiando in cucina.

I passi dell’intruso si stavano dirigendo verso di lui, borbottava qualcosa in una lingua incomprensibile. Andrea non riusciva a formulare nessuna ipotesi, la più probabile una rapina ma perchè non se ne era già andato con il bottino. Entrò in camera. Il rumeno ? «Credevo fossi morto». Improvvisò ricordandosi immediatamente che quello non parlava una parola di italiano. L’uomo non rispose. Portava una bacinella piena d’acqua e la appoggiò vicino ai piedi del collezionista. Solo in quel momento Andrea si accorse di essere senza scarpe. Cosa stava succedendo ?

Adrian era deciso, spinto da un progetto che si era impossessato di lui. Alzò i piedi del collezionista e li immerse nella bacinella. L’avversario scalciò, provò a protestare ma la lingua sconosciuta e la sua sordità divenuta profonda gli imposero di ignorarlo. Con un secondo giro di nastro adesivo bloccò le gambe e i piedi di Andrea completamente immersi nell’acqua. Un mezzo sogghigno solcò i baffi del rumeno che nuovamente uscì dalla stanza e andò in cucina.

Andrea, dalla sua posizione con i piedi in acqua, poteva solo sentire quello che l’aggressore stava facendo. Rumori di sportelli che si aprivano e chiudevano nervosamente, cassetti e imprecazioni. Dei passi decisi portarono l’intruso dalla cucina al bagno. Era tremendo per il collezionista dover dedurre le mosse del suo avversario soltanto dal rumore provocato dai suoi movimenti.

Un tonfo sordo bloccò tutte le sensazioni di Andrea e, dallo specchio di fronte a lui, vide cadere nella stanza il suo asciugacapelli. Nero e con una linea argento che luccicava sotto il riflesso del sole. Si stava ancora chiedendo cosa ci facesse il suo asciugacapelli nella stessa stanza con lui legato e la bacinella d’acqua quando venne percorso da un brivido. La scena che si figurava era raccapricciante, ma il suo rapitore non usciva dal bagno.

In quel momento, in una situazione che poteva avere solo un finale tragico, la domanda che si poneva era: «Chi erediterà la mia collezione ?». I suoi genitori erano morti e il suo erede diretto era il fratello. Il pensiero di Leo solo con tutte quelle bottiglie di birra lo spaventò quasi più della sua stessa fine.

I pensieri si sovrapponevano, ma il rapitore non usciva dal bagno. Una bottiglia di birra, più precisamente il collo di una Wuhrer separata dal corpo rotolò nella stanza proprio a fianco dell’asciugacapelli.

«Uno straniero che dice di essere tuo amico ? Tu non hai amici». La voce roca e perennemente impastata era inconfondile. Suo fratello Leogivildo era nella stessa stanza con l’intruso. «Ho dovuto usare una delle tue preziose bottiglie, ma il tuo amico stava iniziando un giochetto che non mi piaceva».

In pochi istanti il fratello si mise di fronte al collezionista e iniziò a tagliare gli stretti legacci di nastro isolante. Tolse la bacinella e con una cura che stentò a riconoscersi vuotò l’acqua nel lavandino. Andrea guardava assente, ancora non era riuscito a realizzare la meccanica dell’accaduto. Il fratello si accese una sigaretta e provò a riassumere.

«Quel tipo si è presentato al bar e mi ha chiesto l’indicazione per una via, stranamente era proprio il tuo indirizzo». Una lunga boccata, un fiume di fumo e Leo strinse gli occhi. «Tu non hai amici, tantomeno stranieri e così malmessi. L’ho seguito e sono entrato in casa dopo di lui. Quando ti ho visto legato e con i piedi in acqua gli ho tirato una bottigliata in testa». D’un tratto si ricordarono del loro ospite e andarono a verificare se era vivo o morto. Dalla fronte un rivolo di sangue si stava coagulando e lo sguardo vitreo del rumeno non dava segni di vita. Andrea provò a sentire il polso, ma lui non era un medico ed era un gesto che aveva solo visto in qualche film.

Leo gustò l’ultima boccata e spense la sigaretta sotto il getto del lavandino. «Faccio un paio di telefonate e questo tipo non sarà mai esistito». Il collezionista fissò gli occhi tranquilli del fratello. Che persone frequentava e soprattutto chi era la persona a lui più vicina ? Come spinto da una forza inumana estrasse una Corona dalla vetrinetta e la stappò. Bevve dal collo e la passò al fratello che non ci pensò due volte e finì la birra.

«La vera vita è quella dentro il contenitore, non il contenitore stesso».

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