Il campione di Subbuteo: Capitolo 2


Caldo, faceva un caldo pazzesco nella palestra. I giocatori si affannavano attorno ai tavoli e, pur sembrando un gioco statico, senza dubbio il Subbuteo consumava energie. Qualcuno, per colpa della tuta troppo aderente, sudava copiosamente e ogni volta che appoggiava le mani sul panno lasciava un segno umido che svaniva in pochi minuti.

Si stava giocando l’ultimo turno dei gironi di qualificazione la maggior parte delle partite erano decisive. Un giocatore grasso e nervoso picchiò con furia il pugno sul tavolo. Il suo avversario alzò le braccia e disse qualcosa all’arbitro. Aspettarono pochi secondi e il grassone si calmò. Si asciugò il sudore dalla fronte e riprese il gioco.

Sul campo trentadue si stava giocando la partita tra il campione Saverio e il giovane Colatazzi. Davide girava tra i tavoli cercando di immaginare chi sarebbe stato il suo prossimo avversario, ma la formula complicata non gli permetteva di fare previsioni. Si fermò qualche minuto a osservare i big che si sbarazzavano in scioltezza dei loro impegni.

«La partita dura il tempo della partita. Quando non giochi rilassati, gironzola. Goditi la giornata. Non puoi rimanere concentrato per otto ore, il tuo cervello scoppierebbe».

Paul, sempre Paul. Per fortuna i suoi insegnamenti erano rimasti incisi nella memoria. Da quando era diventato un suo allievo il suo gioco aveva subito un miglioramento, non tanto per la qualità tecnica, quanto per intensità e concentrazione.

Due giocatori si stavano affrontando sul campo centrale. Di solito il campo numero uno era destinato a ospitare le partite più importanti. Posizionato al centro della palestra veniva recintato da una doppia fila di serie al momento di giocare la finale. Durante la fase a gironi l’organizzazione cercava di piazzare la partita più interessante, così da attirare qualche curioso e ovviamente i giornalisti locali.

I contendenti avevano perso la prima partita con il medesimo risultato e ora, come in uno scontro finale, si giocavano la possibilità di passare al turno preliminare. Nervosi, stanchi e provati nonostante fossero soltanto le dieci di mattina.

Nessuno fece caso a una figura secca e concentrata che fissava il gioco prendendo appunti mentalmente. I jeans fasciavano le gambe ossute e all’altezza delle ginocchia un segno sdrucito ne testimoniava l’usura. Il cappuccio della felpa, calato quasi a coprire gli occhi, lasciava intendere che il proprietario poteva avere i capelli lunghi, ma erano nascosti con cura e solo l’osservatore attento poteva scommettere che fossero almeno chiari.

Sei persone, nove contando giocatori e arbitro, attorniavano il tavolo. L’uomo con la felpa studiava il gioco. Non guardava la palla, ma le traiettorie delle miniature. Lo sguardo dei giocatori e la posizione delle dita al momento dell’impatto. Studiava e memorizzava. Le altre cinque persone rimanevano in silenzio. Qualcuno con le mani in tasca, altri con le braccia conserte.

L’uomo ogni tanto grugniva e scuoteva la testa. Nessuno gli faceva caso fino a che uno dei giocatori, prima di battere un calcio di rinvio, non sbuffò sonoramente verso la sua direzione. La felpa nera portava inciso sulla manica una scritta rosso fuoco. Diavoli. Scrollò le spalle in risposta e si allontanò.

Davide, dalla sua postazione sulle tribunette, osservò la scena. Aveva notato l’uomo avvicinarsi al tavolo centrale perchè la figura e la felpa gli ricordavano vagamente un vecchio videogioco. Passando vicino al gruppo degli organizzatori incrociò lo sguardo dell’uomo con la barba irsuta che aveva aperto la manifestazione. Un secondo interminabile bloccò la scena. Il torneo, la confusione, il sudore che evaporava nell’aria rimasero estranei al loro incrocio. «Tu ?» Provò a chiedere il barbuto, ma l’uomo con la felpa passò oltre.

La sirena risuonò per tutta la palestra. La fase a gironi era terminata e Davide avrebbe conosciuto il suo prossimo avversario. Dentro o fuori, ma almeno il girone l’aveva passato. Strinse il manico della borsa e abbassò gli occhi verso il pavimento. Le scarpe da ginnastica erano consumate ai lati, camminava in maniera irregolare. Un difetto che aveva fin da piccolo e gli aveva ostacolato l’ipotetica carriera di calciatore.

Respirò per trovare la concentrazione, ma la sua mente tornava a quel minuscolo istante. L’incontro tra il barbuto e l’uomo con la felpa. Lo stupore dell’organizzatore e la sua domanda strozzata. Chi era la figura ossuta che scuoteva la testa mentre osservava la partita.

Raccolse i pensieri e tentò di metterli dentro la valigetta. Neppure il tempo di organizzarli che l’organizzazione chiamò il turno supplementare.

Il nome del suo avversario e una certezza. Sarebbe stata l’ultima partita della sua giornata.

Omar Busoli era un giocatore di categoria superiore. Per una misteriosa combinazione di risultati e pessimo stato di forma si era trovato secondo nel proprio girone. Titolare del Bologna, squadra di Serie A, non avrebbe sbagliato un compito facile come quello. Un conto era arrivare secondo nel girone e giocarsi il turno supplementare, un altro rischiare l’eliminazione contro una mezza cartuccia come Davide.

Il ragazzo provò a rallentare il gioco, perse tempo con un misero possesso palla. Girò attorno al tavolo inutilmente. Ponderò ogni mossa, ma alla fine del primo tempo era già in svantaggio di tre reti. Il Subbuteo non è un gioco che si improvvisa. Busoli si rilassò e finì quattro a zero per il campione.

Stretta di mano e arrivederci.

 

Advertisements
This entry was posted in Racconti. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s