Superbia


«Cosa ci faccio in questo posto ? Con queste carte da controllare e questi ordini da spedire. Tutto viene deciso sopra la mia testa, senza neppure consultarmi. Dovrei essere io a comandare questa banda di cialtroni. Con le mie competenze, il mio intuito e la mia simpatia; altro che direttore generale…presidente dovrebbero farmi».

Taddeo inseriva lentamente alcuni fogli stampati nella cartelletta arancione con il nome del cliente scritto a pennarello nero. Sbuffava e ogni tanto controllava sul suo cellulare se arrivavano dei messaggi. Chiamò il suo collega attraverso la porta comunicante e, alzando volutamente la voce, attirò l’attenzione di tutto l’ufficio.

«Samuele, hai spedito l’ordine a quel fornitore ? Il presidente l’ha firmato da due giorni e ancora mi dicono che non è arrivato il fax». Il collega si alzò e andò lentamente verso l’ufficio di Taddeo. Dai suoi passi si capiva che avere a che fare tutti i giorni con la sua insolenza lo stava distruggendo.

«Se invece di metterlo sulla mia scrivania, nascosto nella miriade di carte, lo mandavi direttamente ora non c’era questo problema. Ogni volta la stessa storia, hai in mano l’ordine; mandalo, cosa ti costa ?» I due ragazzi avevano all’incirca la stessa età, stesso diploma di istituto commerciale e stesso identico stipendio. Soltanto che, visto con occhi esterni, sembrava un rapporto subalterno. Osservando dal vetro di un acquario ti saresti aspettato di vedere che il pesce grande mangiasse il pesce piccolo.

«Samuele, ma quando parlo non mi ascolti. Ti ho detto di mandare il fax perchè ho un sacco di cose da fare. Invece di stare tutto il giorno a gingillarti, potresti impegnarti di più. Se hai la scrivania piena di carte significa che non sei abbastanza veloce». I due rimasero in sospeso fissandosi negli occhi finchè Samuele, stanco dei continui soprusi, si allontanò con il fax in mano.

Taddeo non era un ragazzo cattivo, preso con i giusti modi e con la giusta cautela diventava anche simpatico e, come diceva il suo direttore, quasi sopportabile. Quello che lo rendeva insopportabile era proprio quel suo misto di arroganza e superbia, la sua estrema sicurezza di essere sempre nel giusto.

«Michele, ciao. Tutto a posto con l’ordine. Quel somaro del mio collega si era dimenticato». Dall’altro capo del telefono il responsabile della Focotex aspettava da due giorni l’ordine per preparare il materiale e la telefonata di Taddeo lo sollevò. L’ordine era di quelli che si ricevono solo due volte l’anno.

«Non capisco come fanno a pagargli lo stipendio, tutto il giorno imboscato a guardarsi i siti porno. Pensa che ogni sera si trova decine di ordini da evadere e, invece di sbattersi, se ne va tranquillamente a casa. Sono sempre io che devo ricordargli come fare le cose e quando farle»

Ormai Taddeo era un fiume in piena, ma dall’altro filo del telefono, il fornitore ascoltava distrattamente e stava già preparando la fornitura girando per il magazzino con il telefono all’orecchio. Il ragazzo concluse la chiamata e cercò di concentrarsi sulla batteria del suo cellulare. L’aveva già smontata e pulita tre volte, ma continuava a non tenere la carica.

«Sandra, per favore puoi venire nel mio ufficio». La dottoressa Manzotti era laureata con lode in lettere, ma con la penuria di posti di lavoro si era dovuta accontentare della mansione di segretaria amministrativa. Nella scala dei valori era sullo stesso piano di Taddeo, stesso stipendio, stesse responsabilità. I colleghi, con un senso di reverenza per la sua laurea, si rivolgevano a lei con gentilezza. Soltanto Taddeo, incurante di tutto, la chiamava per nome.

«Chiama l’assistenza e digli di venire a ritirare il mio cellulare, che la batteria non tiene la carica». La dottoressa Manzotti aveva bisogno di quello stipendio e inghiottì amaro. Allungò la mano per prendere il telefono, ma Taddeo la fissò negli occhi.

«Ti ho detto di chiamare l’assistenza, non di prendere il mio telefono. Per fortuna che sei laureata in lettere. Dovresti stare più attenta alle parole, io le uso con molta accuratezza.» L’accento e il colore che mise sul termine accuratezza la fecero sentire male. Quello che non sopportava non era tanto di dover eseguire degli ordini, era pagata per questo, piuttosto che questi venissero da un ragazzo di trentadue anni che si era diplomato con grande fatica e presso una scuola a pagamento.

«Paolo, si sono io. Ascolta. Vai nel parcheggio e prendi la mia auto, portala a lavare e non dimenticarti di fare il pieno». Il fratello minore entrò nell’ufficio con il telefono in mano, guardò Taddeo che lo fulminò.

«Se ti chiamo al telefono è perchè non voglio che tu perda tempo nel mio ufficio. Prendi la macchia e vai, cosa c’è che non capisci delle mie istruzioni ?» Paolo uscì sbattendo la porta. Non era nel suo stile, solitamente calmo e pacato, ma stavolta era stato più forte di lui.

«Ho capito perchè ti hanno messo in magazzino, non capisci quello che ti dicono», sbottò tra se Taddeo.

Viveva la sua situazione con estrema tranquillità. Il mondo era popolato di incompetenti e lui, decisamente superiore alla media, era confinato in una posizione secondaria.

«Solo questione di tempo. Tra qualche mese arriverà il colpo giusto, l’occasione per dimostrare il mio valore e allora vedremo chi è il migliore. Paolo, Samuele e anche quella sgallettata non sono in grado di gestirsi, sono degli incapaci. Il mio direttore, non parliamone, è solo un raccomandato ed è capace solo di delegare. Il presidente, lui è una grande persona, ma è vecchio e stanco. Avrebbe bisogno di una persona aggressiva e capace come me. Solo questione di tempo e di fortuna. Tempo e soprattutto fortuna. Non si arriva ai piani alti senza una spinta e senza una buona dose di culo. Ho tempo, anzi non ne ho molto, ma arriverà il momento e allora sarò pronto».

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