Lussuria


«Lussuria. Ho cercato su wikipedia per capire se il mio perenne stato d’animo sia normale o peccaminoso. Dice testualmente che la lussuria è l’abbandono al piacere sessuale».
La donna si alzò dalla sedia in pelle nera e si diede una forte scrollata ai capelli corti e neri.
«Non è per una nuova perversione che vi tengo incatenati al letto, ma solo che, dopo anni di questo mio stato d’animo, ho bisogno di confessare a qualcuno. Il prete non è adatto, il mio peccato può essere capito solo da un peccatore».
Sulla testata in ferro battuto del letto il suo amante occasionale si dibatteva ormai senza forza. I lacci in pelle gli bloccavano i polsi alla testiera e le caviglie erano in trazione con il bordo del letto. Aveva già chiesto pietà dopo averla insultata e pregata, aveva finito le parole e stava in attesa degli eventi.
«Martina, ti prego per l’ultima volta. Liberaci e facciamo finta di non esserci mai conosciuti, oppure facciamo quello che vuoi, ma non in questo modo».
La donna guardò le proprie mani riflesse nello specchio montato sul soffitto. Le dita avevano esplorato corpi e anime solo per estrarne il piacere più oscuro.
«Continua pure a implorare, non sai quanto mi eccita vederti in quella posizione. Quello che realmente mi disturba è il senso di colpa che si accompagna ad ogni orgasmo. Non viene da dentro e neppure dalla mia morale, forse qualche forma di difesa chimica che avevano i nostri antenati delle caverne»
L’uomo, bloccato a letto, non era preoccupato per la perversione della sua amante. La conosceva e con lei in questi ultimi mesi aveva provato tutte le esperienze che un maschio bianco può tentare. Il suo pensiero più forte andava al suo compagno di sventura. Un nero dal fisico scultoreo e dalla pelle lucida era bloccato al suo stesso letto. Strette cinghie nere univano i suoi polsi neri alle caviglie dell’amante bianco. Supino e inginocchiato con le gambe che uscivano dal lato inferiore del letto. Che strana combinazione.
La bocca del nero troppo e pericolosamente vicina all’inguine del suo compagno. La donna si sorprese a pensare che quei due, con la giusta atmosfera e il giusto stato d’animo, si sarebbero divertiti anche senza di lei.
«La mia lussuria non è un peccato, è solo abbandono senza freni. Ti è sempre piaciuto farlo con me, ti lasciavo fare tutto quello che desideravi e molte volte ti stupivo con le mie invenzioni. Ora è il momento di spingere il mio piacere oltre»
Saheed era stato preso con l’inganno. Quella donna sensuale e vagamente mascolina l’aveva incontrata all’ufficio postale. Uno scambio di informazioni e uno sguardo di troppo. Le sue gambe con le caviglie sottili gli pompavano sangue al cervello. Il senegalese non era abituato a farsi abbordare dalle donne locali, forse erano più i suoi pregiudizi che quelli della comunità che lo ospitata. Ora però, legato con il volto vicino al pene di uno sconosciuto, ebbe la certezza che nessuna donna abbordava i neri alla posta.
«Sono sicura che quando avrai preso confidenza con questa mia nuova creazione ti ecciterai insieme a me. Guarda oltre al significato sessuale. Hai uno schiavo ai tuoi piedi e tu stesso sei mio schiavo. Cosa puoi volere di più ?»
L’amante non voleva cedere. Frequentava Martina da sei mesi e gli era piaciuta subito. Facile, disponibile e con quello sguardo che ti spogliava l’anima. In questo tempo fatto di incontri legali non aveva mai pensato a un futuro con lei. Entrambi liberi da legami, senza un compagno tradito e senza una scadenza. Vivevano alla giornata il loro rapporto, che comunque lo si voleva vedere non era amore.
La donna tornò a sedersi e aprì leggermente le gambe in direzione del suo giocattolo africano. Il corpo perfetto, lucido e disponibile la eccitava. Come desiderava essere un maschio in quel momento. Possedere quelle natiche dure e sode. La schiena, con i muscoli in rilievo, dove piantare due mani callose e sudate. Una femmina può condurre il gioco solo fino a un certo punto, può dominare l’uomo con la mente, ma non con il corpo.
«Come siete eccitanti». Martina contemplava i suoi compagni di gioco come un pittore davanti a una scultura. Sentiva che il suo piacere stava varcando una nuova porta, un nuovo gradino che l’avrebbe portata in un nuovo piano. «Da questa notte ne usciremo cambiati. Sento che domani il mio corpo non si accontenterà più dei nostri soliti incontri».
Il piacere era una molla che andava sempre caricata. Aveva localizzato tre momenti fondamentali. Il primo è l’attesa. Chiamare il partner, darsi appuntamento, aspettarlo e immaginare. Il secondo era l’atto in se. Brutale o dolce. Sorprese o certezze rodate. Il terzo era la solitudine. Finito il rapporto rimaneva sola con i suoi pensieri. Subito entrava come una lama un sottile senso di colpa, si sentiva sporca e inadeguata. Guardava fuori dalla finestra tutte le coppiette del sabato con le loro borse della spesa. Le invidiava, ma solo per pochi minuti. L’onda della colpa veniva subito cancellata dall’emozione del sesso appena consumato e si chiedeva:
«Come sarà la prossima volta ? Cosa posso inventare di nuovo e diverso ?»
Il suo amante aveva smesso di implorare e il nero aspettava l’evolversi della situazione. Martina si alzò dalla sedie e fece un giro attorno al letto.
«Vedo che avete bisogno di un po’ di tempo. Ora vado nell’altra stanza e quando sarete pronti a giocare con me chiamatemi».
Il rumore dei tacchi si diresse verso la porta e la donna uscì. Aveva ancora qualche ora per conquistare un nuovo gradino della sua lussuria.

Advertisements
This entry was posted in Racconti. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s