Il campione di Subbuteo:. Capitolo 1


La palestra non era il luogo ideale per ospitare quel tipo di manifestazione. In altre occasioni, magari senza la presenza dei giornalisti locali, un luogo triste e grigio poteva bastare a contenere tutte le persone. Ogni volta che Davide partecipava a quelle competizioni non poteva fare a meno di notare l’alto livello di dilettantismo organizzativo. Uomini in tuta sportiva si affollavano attorno al tavolo della giuria. Tutti chiedevano spiegazioni, aggiornamenti, turni di gioco. Una mistura colorata di persone spinte dall’agonismo e dalla voglia di primeggiare.

I tavoli da gioco erano schierati in ordine, con una cura talmente ossessiva che stonava con il legno scrostato delle tribune. Due volontari spazzolavano con metodo i panni verdi togliendo ogni impurità che si era posata durante la notte.

Ancora non erano arrivati i giornalisti, nella sala c’erano solo i giocatori con qualche parente venuto con l’idea di farsi una giornata in compagnia di gente simpatica. Davide oltrepassò il tavolo dell’organizzazione e andò a sedersi su una panchetta in legno sistemata ai margini della zona di gioco. Spesso si usava recintare i campi con delle sedie per evitare che i bambini, annoiati da quel gioco per adulti, si mettessero a correre disturbando i giocatori.

Nei primi ventisette anni della sua vita nessuno sport gli aveva permesso di distinguersi. Il calcio lo aveva rapidamente esiliato ai bordi di un campo polveroso di periferia. Troppo basso per volley e pallacanestro. Il rugby, neppure a parlarne. Gli era rimasto il fantacalcio e le serate a chi piscia più lontano, ma non poteva definirli esattamente sport.

Neppure quello in realtà lo era. Per molto significava semplicemente un modo alternativo per passare le domeniche. Purtoppo per lui quello lo vedeva come uno sport. Allenamenti, competizioni, stress mentale e fisico. Quando vinceva sentiva addosso una scarica di adrenalina che l’avrebbe fatto giocare per ore senza stancarsi. Quando perdeva si torceva le mani, fissava l’avversario che riponeva il materiale nella borsa e pensava. «La prossima volta sei mio.»

I settecento metri quadrati del palazzetto sportivo erano ormai intrisi di persone. Almeno duecento giocatori e altrettanti tra accompagnatori e curiosi. L’organizzazione era composta da quattro uomini che, con vari compiti, si occupavano della buona riuscita del torneo.

Nell’ultimo anno si era impegnato per fare il salto di qualità. Aveva abbandonato le partite a calcetto, le passeggiate in collina con gli amici del bar e disertava completamente gli amici del Risiko. Il Venerdì sera al bar invece era rimasto, certe abitudini malsane dovevano rimanere nella sua vita o sarebbe impazzito.

Mentre osservava gli ultimi preparativi prima dell’inizio della competizione gli vennero in mente le parole del suo mentore. A volte le ripeteva sottovoce per caricarsi, anche se spesso avevano l’effetto di calmarlo.

Gli mancava. Non lo poteva definire propriamente un amico, la sua figura era vagamente di un fratello maggiore ritornato dopo un lungo viaggio. Un uomo che sapevi di non conoscere mai fino in fondo e che non ti avrebbe mai salvato dall’annegamento in piscina.

Paul era tornato in Galles. La ditta per cui lavorava l’aveva richiamato in sede dopo quattro anni in Italia. Neppure il tempo per trovarsi una moglie calda e allegra. Quattro anni persi dietro a un caso di spionaggio industriale, un periodo di lavoro infernale senza successo e senza una vera ragione per continuare a rimanere.

Davide aveva conosciuto Paul al club. Si era presentato come un vecchio giocatore che, per passare i lunghi pomeriggi lombardi, voleva provare a togliere la ruggine dal suo gioco antico. Nella sua terra era stato un campione, sei titoli nazionali e altrettante partecipazioni a campionati mondiali ed europei.

L’Italia però era la culla dei veri campioni e il gioco, negli ultimi dieci anni, era cambiato in maniera esponenziale. Paul faticava a ritrovare i colpi e, con la mente impegnata nel suo lavoro, ogni tattica finiva impigliata nelle maglie avversarie.

Tuttavia non era venuto per vincere, non era nel suo destino. Voleva solo passare qualche serata in compagnia e bersi una birra lontano dai suoi problemi.

Davide era l’unico del club intenzionato a fare sul serio. Mentre i suoi compagni si attardavano in lunghe discussioni attorno ai risultati del campionato di calcio, lui provava e riprovava i minuziosi gesti tecnici del suo gioco. Durante il primo anno di attività il club si era presentato compatto a tutti i tornei della Lombardia. Impegno, allenamento ed entusiasmo erano la loro parola d’ordine.

Poi, le prime sconfitte e gli impegni sentimentali dei componenti del club, avevano preso il sopravvento e Davide era rimasto l’ultimo a credere nel possibile miglioramento. Paul seguiva distrattamente i loro risultati, per lui erano solo dei ragazzi che cercavano uno svago e sapeva che prima o poi si sarebbero stancati. Eppure quel Davide era diverso, non mollava mai. Pessimo nelle amichevoli, rabbioso quando in palio c’era il risultato vero.

Piano piano, senza una vera causa scatenante, lo prese sotto la sua ala protettrice. Cominciò ad allenarlo con metodo e gli spiegò alcune tecniche che gli permisero di affrontare giocatori più esperti. Nell’ultimo anno insieme migliorarono tutti e due: Davide come giocatore e Paul come uomo.

Il ragazzo aprì la sua borsa e mentalmente cominciò a calcolare le possibili combinazioni di risultati che gli avrebbero concesso di passare il turno. «Questo gioco è per il trenta per cento tecnica e per il settanta per cento testa. Puoi allenare la tecnica tutto il giorno, ma se non pensi come un campione ci sarà sempre qualcuno più forte di te. »

Paul gli mancava. La sua presenza agli allenamenti, le sue frasi scolpite e soprattutto la sua visione della vita. «Puoi stare lontano da questo gioco per anni, vivere la tua vita, avere figli e poi divorziare. Puoi amare le donne e dimenticarti del gioco, ma alla fine lui torna sempre a bussare alla tua porta». Ora era tornato in Galles, il suo mentore non c’era più e non poteva telefonargli per chiedere consiglio. Sentiva nelle vene un senso di vuoto. Forse il suo destino voleva che continuasse il percorso da solo. Un destino malvagio, pensò, ordinando con cura i suoi materiali nella valigia.

Un uomo con la barba irsuta e i capelli che scendevano ribelli sulle spalle chiese l’attenzione di tutti accendendo il microfono. «Signore e signori benvenuti alla terza edizione del torneo regionale di Subbuteo città di Cremona». Un piccolo gruppetto di giocatori applaudì con convinzione, seguito dagli altri che stavano solo aspettando qualcuno che li incoraggiasse. «Oggi abbiamo il piacere di ospitare il dottor Geretti, giornalista della Gazzetta di Cremona che assisterà al torneo e premierà i vincitori».

Davide ascoltava distrattamente. I suoi pensieri erano puntati versi gli avversari del suo girone. Da qualche mese la formula preferita dagli organizzatori vedeva la creazione di gironi da tre giocatori. Il primo andava direttamente alla fase successiva, l’ultimo giocava il torneo di consolazione e il secondo riusciva a giocarsi tutto in uno scontro decisivo con altri giocatori arrivati secondi nel proprio girone. Sapeva che, nella migliore delle ipotesi, con una vittoria e una sconfitta passava come secondo e si sarebbe giocato l’accesso al tabellone dei grandi attraverso il turno aggiuntivo.

Conosceva già i nomi dei suoi avversari, il big era un nome veramente imbattibile. Poteva anche allenarsi per mesi, dedicarsi anima e corpo al gioco, ma Saverio l’avrebbe sempre battuto. Non c’era da farsi illusioni, anche con una mano legata dietro la schiena e la paresi all’altra mano il risultato non sarebbe mai stato in discussione. Il secondo del suo girone, quello con cui si giocava il passaggio al turno era un nome del tutto sconosciuto.

Molti vecchi giocatori tornavano all’agonismo dopo anni e, in virtù di una classe innata, ottenevano buoni risultati senza allenamento. La paura di Davide era che quel Colatazzi potesse essere un’antico campione tornato con l’unico intento di eliminarlo dal torneo.

Con gli occhi tentò di individuare chi potesse essere. C’erano ragazzini in tuta sportiva che scherzavano tra loro vicino al tavolo della giuria. Campioni di lunga data sdraiati sulle gradinate in cerca della giusta concentrazione e infine, mescolati tra la piccola folla di curiosi, un certo numero di giocatori sconosciuti.

«Ogni partita inizia da zero a zero», una delle frasi che preferiva di Paul. Quel suo modo scanzonato di affrontare ogni partita, sia che fosse di Subbuteo o una questione di vita o di morte. Passò in rassegna ad uno ad uno tutti i giocatori che gli erano sconosciuti. Cercò di catalogarli, separarli, sezionarli, ma non era quello il suo talento e si ritrovò a contare per ben tre volte la stessa persona.

Ultimo tentativo, rilassarsi. Sapeva che vincere o perdere gli era indifferente. Il suo era un percorso lungo, fatto di piccoli passi e minuscoli miglioramenti e non sarebbe stato certo un Colatazzo qualsiasi a fargli perdere di vista il suo obbiettivo.

Doveva solo rilassarsi. L’organizzatore terminò la breve intervista con il giornalista e lasciò la parola a un ragazzo in pantalocini corti. La voce stridula del nuovo arrivato chiamò i turni di gioco e per Davide venne in momento della verità. Subito contro Saverio, meglio così, avrebbe avuto il tempo di scaldarsi giocando una partita già persa in partenza. Troppe volte si era trovato a giocare subito contro uno sconosciuto, spesso di livello inferiore, e la tensione gli aveva giocato brutti scherzi.

Saverio e Davide si conoscevano da tempo. Dopo i saluti e lo scambio di impressioni sulla sala inziò la partita. Come da copione vinse il campione per tre a zero. Non un risultato eccessivo, ma era consuetudine del suo avversario di battere tutti con lo stesso scarto per non dover risultare determinante in caso di pareggio tra i contendenti finali.

Era caldo, ma ancora di Colatazzo nessun indizio. Chiese in giro, passò tra i tavoli. Nessuno lo conosceva. Nella sua testa si stava creando l’immagine di un gigante con le mani enormi e straordinariamente agili. Con le dita teneva a bada tigri e scatenava tempeste. Guardò il tabellone dei risultati e scansò l’immagine.

Secondo turno ed era nuovamente il suo momento. Il tavolo trentadue era ai limiti della palestra, relegato ai margini come si compete a una partita di poco conto. Davide strizzò gli occhi. In piedi, un uomo alto e magro, si appoggiava al bordo del campo con una mano. Parlava con disinvoltura al giocatore del trentuno, una figura che il ragazzo conosceva.

«Se parla con Bolognesi come a un vecchio amico significa che è uno forte». I suoi pensieri sfumarono verso il nero, vedeva allontanarsi la possibilità di giocare per il secondo posto.

Si accostò cercando di capirne di più e il giocatore si voltò verso di lui. Sorrise e Davide sentì tutto il carisma del suo avversario sovrastarlo.

«Colatazzo ?» Chiese sporgendosi verso di lui con fare interrogativo.

«Sono io», una voce alle sue spalle rispose. «Devi avere pazienza con me, è il mio primo torneo».

L’uomo appoggiato al tavolo sorrise. «Bene amici, io sono il vostro arbitro. Cominciate a mettere le squadre sul tavolo che abbiamo solo dieci minuti prima di iniziare».

Come spinto da una brezza sottile Davide aprì la valigetta e tolse le sue miniature con cura. Il suo avversario, il pericolosissimo Colatazzo, altro non era che un ragazzino quattordicenne al primo torneo. Gli bastò uno sguardo per pesarne la forza e si rilassò.

Dopo i primi minuti di gioco capì che il risultato sarebbe stato suo. Provò qualche azione spettacolare e poi, alla prima entrata, si portò in vantaggio. I minuti si portarono via tutte le paure e il finale non ammise discussioni. Cinque a zero. Stretta di mano e valigetta in borsa.

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