Avarizia


«Amici, vi ringrazio per la vostra partecipazione a questa riunione. Come nostra abitudine non ci perdiamo in convenevoli e partiamo con i lavori». L’uomo, in qualità di membro anziano, aveva preso la parola per primo. Alto, secco e leggermente curvo assomigliava a quei pali per illuminazione con la parte superiore ad arco. Da qualche mese si era tagliato i baffi che portava dagli anni cinquanta e sopra le labbra era comparso un reticolo di piccole rughe che, di fatto, sostituivano la peluria scomparsa.

Alla sua destra un giovane, dall’età apparente di trentacinque anni, guardava con attenzione il membro anziano. Con le mani accarezzava un quaderno dalla copertina consumata e con i fogli riempiti con una scrittura talmente fitta da risultare indecifrabile. Si strofinò le mani e prese la parola.

«In qualità di membro giovane mi sento in dovere di proporre il mio primo intervento». Gli anziani guardavano dietro le spesse lenti la nuova linfa del loro movimento, sicuri che una mente fresca poteva donare grandi idee.

«Il mio campo è la finanza, la finanza creativa se mi permettere il termine. Tutti noi siamo legati da un solo grande amore, la conservazione meticolosa di quello che ci appartiene. Ladri, mendicanti e soprattutto parenti ci assillano ogni giorno, ma il nostro grande nemico lo conoscete tutti. Bussa alle nostre porte, ci telefona di notte, quando non ci manda lettere minatorie. Con il vostro permesso vi illustro un metodo che ho studiato per nascondere al nostro nemico ciò che è nostro»

Il ragazzo si lanciò in una spiegazione, prima abbastanza semplicistica e poi man mano più complessa, su un modo elegante di evadere le tasse. Alla fine gli anziani lo guardarono senza applaudire, ma con un sorrisetto soddisfatto.

«Ottimo direi», intervenne il membro più anziano. «Passiamo ora la parola al nostro legale».

Un piccolo e flaccido uomo di mezza età prese la parola e mostrò agli altri membri alcuni trucchi legali per diseredare o estromettere dal testamento i parenti. Lunghe dissertazioni tecniche che terminarono con il solito giro di sorrisi soddisfatti.

La riunione proseguì, ogni persona aveva una specializzazione e la metteva a disposizione dei compagni. Un uomo dall’aspetto particolarmente dimesso si alzò dalla sedia e andò verso la porta d’uscita. Prese il suo cappotto dall’attaccapanni e i suoi compagni lo guardarono senza dire nulla. Nel silenzio estrasse dalla tasca una vecchia scatola di legno e tornò al tavolo. Tutti si aspettavano una notizia, un prodotto miracoloso.

L’uomo si sbottonò il colletto della camicia consumato e aprì il coperchio della scatola. Appoggiò un fazzoletto di carta davanti a se, le mille pieghe facevano capire che era stato utilizzato altre volte. Senza una parola tolse dalla scatola un pane rotondo e un pezzo di formaggio.

«Ceno presto», rassicurò i compagni che lo guardavano con attenzione. Un morso al formaggio e uno al pane. Poche briciole scivolarono dalle mani e si raccolsero sul tovagliolo. Finita la misera cena, l’uomo raggruppò con cura il residuo di pane e lo succhiò appoggiando le labbra direttamente alla carta.

«Bevo per strada, alla fontanella. Prego amici, proseguite pure».

L’ingegner Filambeni, rimasto in silenzio sino a quel momento, tossì per attirare l’attenzione e prese la parola.

«Mi dispiace sollevare per l’ennesima volta la questione, ma vi prometto che sarà l’ultima volta». I colleghi capirono quale fosse l’argomento della discussione e quasi contemporaneamente scrollarono la testa con disappunto.

«Il noto personaggio, che tutti voi conoscete, mi ha chiesto con insistenza di essere ammesso al gruppo. Gli ho risposto, come altre volte, che si entra solo per invito e soltanto con la maggioranza dei voi. Non vuole sentire ragione. Stando alle sue parole noi siamo gli eletti, i migliori, quelli con i valori più profondi».

«Scommetto che ha spinto sull’orgoglio dell’appartenenza», intervenne il membro più anziano.

«Si è anche offerto di pagare una tassa d’iscrizione», terminò Filambeni quasi vergognandosi. «Mi ha chiesto espressamente di dirvelo, sapendo che siamo attenti a queste cose».

Il membro anziano prese la parola. Il suo viso era una maschera, ma chi lo conosceva sapeva che bolliva dentro.

«Il nostro gruppo si basa su valori solidi, siamo una razza denigrata e odiata, ma alla fine tutti ci vengono a cercare. Sarà perchè viviamo con poco e ci accontentiamo, sarà perchè non ci facciamo abbindolare dalle mode e dal consumismo. Il tuo amico dovrebbe sapere che si entra solo per invito e ne è un bell’esempio il nostro nuovo arrivato». Il ragazzo abbassò lo sguardo, era fiero e onorato di questo encomio.

«Ditemi voi se è possibile ammettere, per esempio, un vegetariano nel circolo dei mangiatori di carne. Possiamo forse noi, così attenti ai nostri beni, accettare una persona che, per entrare nel nostro circolo, è disposto a privarsi di parte del suo denaro. Personalmente credo sia impossibile pensare che una persona sana di mente ci abbia fatto questa proposta. Se qualcuno ha qualcosa da dire, io mi faccio da parte».

Il solito silenzio circondato da sorrisi soddisfatti.

«Allora per questa sera direi di salutarci».

Gli uomini anziani e il ragazzo uscirono dalla stanza. Non c’erano block-notes ne tazze di caffè fumanti, nessun gadget o tantomeno depliant colorati. Sulla porta nessuno aveva mai messo la targa con scritto:

-Circolo degli avari-

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