L’ira del signor Butler


Il signor Butler non si era mai trovato in una situazione così complicata.

«Passeggiare sul lato del marciapiede rasente al muro è il modo migliore per evitare ogni genere di inconveniente. I piccioni sporgono quel tanto del cornicione e i cani, di solito, la fanno in mezzo al marciapiede». Questo era uno dei punti cardine della sua esistenza, evitare i problemi.

«Perchè poi i cani la facciano in mezzo al marciapiede resterà un mistero. I padroni, quelli che non sono bene educati, la lasciano in balia dei passanti e dei loro morbidi mocassini». Fece qualche passo dribblando con cura mozziconi di sigarette, resti di gomme da masticare e ogni genere di rifiuto che ingombrava la sua strada. Il sole picchiava mezzogiorno e il pesante alone di afa grondava sudore sotto la sua giacca.

Il suo non era un lavoro di grande responsabilità, si limitava a firmare una serie di complicatissimi conteggi fatti da ingegneri di una società di costruzioni e lui, il solo con la competenza legale, li archiviava con la necessaria autorizzazione.

«Questa sera mi guardo un bel film, ne ho scaricati talmente tanti che mi sembra di sentirli marcire nel computer. Bella idea. Pizza e cinema senza l’obbligo di portarmi una fidanzata. Che poi, tolto lo sfogo della natura, che me ne faccio di una che mi ronza intorno tutto il santo giorno. Andiamo quì, andiamo lì. Non mi regali mai nulla e le mie amiche vanno in vacanza in un posto bellissimo ».

Ogni sera, tornando a casa dal lavoro, gli piaceva rimanere qualche secondo davanti alla porta. Immaginava di aprirla e trovare una moglie con i bigodini e le ciabatte che lo investiva di racconti sulla propria giornata.

«Se fossi uno alla moda andrei a farmi l’aperitivo, ma poi mi tocca incontrare qualche ingegnere che mi stressa con i suoi calcoli e le sue idee scombinate. Potrei andare in quel bar dietro la questura, è fuori dai circuiti dei miei colleghi e ci sono sempre dei ragazzi. L’ideale per un vecchio come me». Ironizzava spesso sulla sua età. Trentanove anni sono una pericolosa via di mezzo. Troppo anziano per la movida del Venerdì e troppo giovane per i circoli culturali. «Alla mia età sono tutti sposati, ma io non mi faccio infinocchiare. Ho resistito fino ad ora e non crollerò adesso che viene il bello».

La strada principale venne incrociata da un piccolo vicolo laterale. Passando da questo poteva evitare di incontrare qualche scocciatore e sarebbe arrivato al bar sano e salvo. Non c’erano vetrine e ai muri erano appoggiate delle biciclette legate tra loro da una grossa catena. Il marciapiede calava lentamente d’intensità, fino a diventare una linea gialla sbiadita. I rifiuti organici degli animali erano più rari, ma di dimensioni maggiori.

«Dopotutto non è difficile, basta guardare a terra. Però che schifo. Gli animali non hanno colpa, loro fanno quello che la natura chiede. I padroni. Se vuoi la bestia la devi tenere bene ». Erano tutti pensieri che si sommavano alla sua attenzione al percorso.

Suonò il cellulare. Mano alla tasca e millimetrica scivolata del piede destro. Rispose alzando gli occhi al cielo. L’aveva pestata, era bastato un secondo di distrazione.

«Dimmi. No, non lo sapevo. Fatti vostri. Arrangiatevi. Per chi mi avete preso ? Per la balia che vi risolve i problemi. Non se ne parla neppure. Venire in ufficio adesso ? No, domani al massimo». Qualche calcolo andava in contrasto con i dati sperimentali, ma non era un problema suo. Lui firmava e basta, che se la sbrigassero loro. Più cercava di convincersi e più la rabbia della scarpa sporca si sommava a quella del problema in ufficio.

«Come faccio a entrare nel bar dei giovani con questo ricordo sotto le scarpe. Maledetto il cane e il suo padrone e quella massa di idioti dell’ufficio». Istintivamente aveva allungato il passo, cercava una soluzione, anche un marciapiede poteva aiutarlo. «Comincio a capire quelli che un giorno prendono il fucile e fanno una strage».

Ad ampie falcate raggiunse un ragazzo con il cane al guinzaglio. Non era un vero e proprio giunzaglio, ma una corda in canapa con un anello metallico che legava la bestia al collo. Il ragazzo aveva due tatuaggi sull’avambraccio e uno sul polpaccio. Lunghi capelli cenere annodati con i dreads. Il passo era disordinato.

«Potresti anche raccogliere la merda del tuo cane», gli disse il signor Butler raggiungendolo. «L’ho pestata e adesso chi mi pulisce la suola delle scarpe ?»

Il ragazzo guardò con lo sguardo assente. Gli occhi arrossati tradivano il suo hobby preferito. «Buono amico, porta fortuna e poi se non sai dove metti i piedi…».

«Prima di tutto non sono tuo amico e poi, se non mi pulisci le scarpe ti spacco la faccia»

Il ragazzo lo ignorò e tirò la corda del cane. Questo però non si muoveva e annusava con cura un pezzo di muro scrostato.

Il signor Butler non amava le situazioni complicate, ma quel ragazzo lo ignorava e sentì una scarica chimica partirgli dai tendini e salirgli fino alle cervice. Un fumo rossastro gli annebbiò la vista e un cerchio di fuoco gli strinse le tempie.

Senza dire nulla.

Prese un sasso da terra e lo strinse nel pugno. Bloccò il ragazzo per la spalla e lo colpì sotto lo zigomo. Non guardò il sangue, non guardò nulla. Colpiva inesorabilmente. L’avversario a terra, il cane ringhiava. Il signor Butler tirò una pedata alla bestia che arretrò di qualche metro. Un calcio in faccia al punk e due nello stomaco. Cercò con lo sguardo una spranga, una sbarra di ferro, qualcosa con cui colpire con forza e uccidere. Il cane ringhiava e alle sua spalle sentì un vociare di persone che si avvicinavano. Sputò sul corpo inerme del ragazzo e si allontanò di corsa. Nessuno avrebbe fermato un rispettabile lavoratore.

«Ringrazia che non ho trovato soddisfazione alla mia ira»

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