Il cacciatore


 

Helmut era una persona dura, forse cattiva. Da dieci anni guardava al suo passato senza aspettarsi più nulla dal futuro. Il denaro, la fama e le belle donne non gli erano mai appartenuti. La sua casa, più precisamente il salotto in velluto, erano il tempio dei suoi ricordi.

Come ogni pomeriggio si alzò mollemente dal divano stanco e distrutto dal sogno che l’aveva accompagnato dopo pranzo. Le tende pesanti lasciavano entrare lievi raggi si sole che rischiaravano la stanza e gettavano una luce scintillante sui soprammobili. Accarezzò la croce uncinata in bronzo che usava come fermacarte. Ricordò brevemente il suo possessore, Hans Zewgut, l’uomo dai capelli rossi. Il suo fisico stava riprendendo vigore, dopo una certa età si fatica a carburare e lui si era sempre rifiutato di rifugiarsi negli alcolici. Sopra il televisore la medaglia al valore si era leggermente impolverata: la donna delle pulizie si era presa una breve vacanza di una settimana per tornare in Moldavia dai parenti. Con il dorso della mano tentò di scacciare la polvere come a voler togliere l’anima del vecchio possessore. Lo strambo gerarca nazista di cui non ricordava il nome gli era sembrato un bravo patriota, forse neppure capiva il significato di certi ordini ma li eseguiva bene. Un sottile desiderio di bere si fece largo sotto la lingua; si concedeva giusto una birra il Sabato sera e durante la settimana soltanto acqua di rubinetto. Sopra il camino l’attestato firmato di pugno da Hitler spandeva un’aura maligna. Pensare di metterlo sottovetro per proteggerlo dall’esterno era stata una buona idea, ma non aveva pensato a come proteggere il mondo da quel fascino sinistro. Herr Shoenenberg sarà stato fiero di ricevere quell’attestato, anche lui credeva nel Fuhrer, come tutti.

Helmut si accomodò sulla vecchia poltrona in pelle e aprì la busta. Il nome gli diceva poco ma riceveva posta solo da un certo tipo di persone e conosceva già il contenuto della lettera. Tenne in mano per qualche secondo il tagliacarte posseduto da Hermann Goring, il delfino designato di Hitler, e ne osservò i preziosi intagli.

La lettera, scritta con mano decisa, non portava alcun simbolo ed era accompagnata da una fotografia in bianco e nero. L’uomo che fissava un punto indefinito oltre la macchina fotografica poteva avere vent’anni, ma le macerie accatastate alle sue spalle lo posizionavano decisamente nel secondo dopoguerra.

“Caro Helmut,

mi chiamo Michel Wiesental e sono figlio di Carl che lei salvò dalle persecuzioni naziste nel 1940. Mio padre è morto Lunedì, felice nel suo letto come la natura lo aveva destinato. Non finirò mai di ringraziarla per aver forzato la bestialità umana che combatteva le razze e avermi donato mio padre. Voleva tanto che sapesse che la sua vita è stata piena e rigogliosa, ha avuto cinque figli e dodici nipoti. Una moglie di Lione che l’ha adorato e riempito di amore.

Grazie ancora per il futuro dei miei figli”

L’anziano signore sorrise soddisfatto, anche la sua vita era stata piena. Aprì l’enorme libro con la copertina in cuoio e infilò la lettera nelle ultime pagine, quelle contrassegnate con la lettera W. Si alzò dalla poltrona e aprì le tende. Il sole era alto e un altro amico era in Paradiso.

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