Mi perdoni Padre


Mi perdoni Padre, perchè ho molto peccato. Don Sante aveva già sentito quella frase milioni di volte, conosceva tutti i suoi fedeli per nome, cognome e soprannome. Dall’intonazione della loro voce riusciva a capire se erano veramente pentiti o se ripetevano la frase a memoria, senza convinzione. Quel giorno si era concesso qualcosa di più della solita minestrina e sentiva che il cosciotto d’agnello della signora Frati non gli dava tregua. Si allentò il bottone dei pantaloni per non scoppiare “L’agnello senza verza è un peccato…e mi scusi per l’insolenza” ripeteva spesso la signora Frati allungandogli la pentola come uno spacciatore di crack alle prime armi.
Ho commesso atti impuri. La confessione passava come un rumore di sottofondo. Conosceva quella voce, ne aveva riconosciuto il padrone dai passi lenti e strascicati fin da quando era entrato in chiesa dalla porta laterale. Don Sante, all’anagrafe Patrizio Cuscito, era nato prete. Terzogenito di campagna era, da tradizione, battezzato prete. Non si era mai posto il dubbio se la strada fosse giusta, se la sua natura non fosse di ricco banchiere o di bagarino da stadio. Prete era nato e prete sarebbe morto.
Ora confesserà i peccati contro il patrimonio. Lo schema della confessione era standardizzato, solo gli stranieri lo variavano. Riusciva a capire dallo stile del penitente a quale parrocchia apparteneva, ma stavolta non si doveva neppure sforzare. I passi lenti e strascicati erano inconfondibili. Spesso il problema dell’assoluzione consisteva nel fatto che era certo che non c’era vera penitenza. L’uomo si sarebbe alzato e sarebbe tornato a compiere gli stessi peccati.
L’inverno era alle porte e la chiesa rimaneva per molte ore al buio. Solo la luce delle candele dava una patina di colore agli affreschi dietro all’altare. Il confessionale era sul lato destro della navata principale e la parete confinava con la strada. Sarà stata la posizione o la pesantezza dell’agnello, ma Don Sante non riusciva a concentrarsi su quella confessione. Dalla strada si sentivano le sirene della Polizia con il loro rumore fastidioso. Un brusio gli faceva capire che si era radunato un grosso assembramento di persone e che non era la solita volante che sfrattava i mendicanti dal sagrato.
Il suo lavoro era quello del prete, del prete di periferia, così cercò di concentrarsi sul penitente. Ormai doveva essere alle formule finali. Stava già per recitare l’assoluzione quando da dietro la grata l’uomo aggiunse. “Mi perdoni Padre, perchè ho ucciso una persona da meno di due ore”
Don Sante riallacciò il bottone dei pantaloni. “Ego te absolvo….”. Si alzò dallo scranno e uscì dal confessionale. Il penitente lo fissava da dietro la sua anima nera. Il nato prete si lisciò la tonaca e tentò di ricomporre il suo metro e settantacinque.”Don Paolo….faccio finta di non aver sentito l’ultima frase”

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